Un meccanismo di incentivo permanente.
Secondo informazioni riportate dall’Agenzia Reuters, l’accordo tra Stati Uniti e Iran prevede la creazione di un fondo privato da 300 miliardi di dollari destinato a sostenere investimenti nell’economia iraniana.
Si tratta di una misura distinta sia dallo sblocco dei beni iraniani congelati all’estero sia da qualsiasi forma di risarcimento diretto.
La notizia merita attenzione non soltanto per l’entità delle risorse coinvolte, ma soprattutto per il significato strategico che essa assume all’interno del nuovo quadro diplomatico.
Nella storia delle relazioni internazionali, gli accordi di pace duraturi raramente si fondano esclusivamente su garanzie militari o su impegni politici. Più spesso trovano stabilità quando vengono accompagnati da interessi economici condivisi capaci di rendere la cooperazione più conveniente del conflitto. È proprio questa la logica che sembra emergere dall’intesa in preparazione.
Il fondo non sarà finanziato dai governi ma da investitori privati provenienti dagli Stati Uniti, dai Paesi del Golfo, dall’Asia, dal Sud America e dall’Africa. In altre parole, il futuro dell’accordo verrebbe collegato alla progressiva integrazione dell’Iran nei circuiti economici internazionali.
Per oltre quarant’anni la Repubblica Islamica è rimasta sostanzialmente esclusa dai principali flussi di investimento globali a causa delle sanzioni e delle tensioni geopolitiche.
L’eventuale apertura di una nuova stagione di investimenti potrebbe modificare profondamente questo scenario.
L’Iran non dispone soltanto di immense riserve energetiche. Con oltre novanta milioni di abitanti, una popolazione relativamente giovane e un’importante base industriale, rappresenta uno dei maggiori mercati ancora parzialmente inespressi dell’Eurasia.
Dal punto di vista strategico, tuttavia, l’aspetto più interessante riguarda la funzione politica del fondo.
L’accesso agli investimenti sarebbe infatti subordinato al rispetto degli impegni assunti da Teheran sul programma nucleare, comprese le ispezioni internazionali e la rinuncia alle capacità di arricchimento previste dall’accordo.
La crescita economica diventerebbe, così, non una conseguenza automatica della pace, ma uno strumento di garanzia della sua tenuta.
In questo senso, il fondo da 300 miliardi appare come un meccanismo di incentivo permanente.
Più l’Iran rispetterà gli accordi, maggiore sarà la sua integrazione nei mercati globali; più si allontanerà dagli impegni sottoscritti, maggiore sarà il rischio di perdere l’accesso ai benefici economici collegati all’intesa.
La vera portata della misura potrebbe quindi andare oltre il rapporto bilaterale tra Washington e Teheran.
Se il progetto dovesse concretizzarsi, potrebbe favorire la stabilizzazione di una delle regioni più strategiche del pianeta, incidendo sulle rotte energetiche del Golfo Persico, sui collegamenti verso il Caucaso e sui corridoi commerciali che collegano Asia ed Europa.
Nei prossimi giorni l’attenzione sarà inevitabilmente concentrata sulla firma dell’accordo e sulla questione nucleare. Ma nel lungo periodo potrebbe essere proprio questo meccanismo economico a rivelarsi uno degli elementi più significativi dell’intera intesa.
Fonte delle informazioni sul fondo e sulla struttura dell’accordo: Reuters.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


