Assistiamo al tentativo di evitare che il mondo esistente si disgreghi
C’è una domanda che raramente compare nel dibattito pubblico e che, tuttavia, meriterebbe di essere posta: siamo sicuri di osservare il mondo per quello che è diventato, oppure continuiamo a interpretarlo attraverso immagini e convinzioni costruite decenni fa?
Il caso degli Stati Uniti è probabilmente l’esempio più evidente.
Per una parte consistente dell’opinione pubblica occidentale, Washington continua a essere associata alle guerre in Medio Oriente, agli interventi militari, all’unilateralismo e alle grandi controversie internazionali che hanno segnato la fine del XX secolo e l’inizio del XXI. È una percezione comprensibile.
La memoria storica conta e gli errori delle grandi potenze non possono essere cancellati. Ma la memoria, quando diventa l’unica lente attraverso cui osservare il presente, rischia di trasformarsi in un ostacolo alla comprensione della realtà.
La domanda non è se gli Stati Uniti abbiano commesso errori, li hanno commessi, e spesso gravi. La domanda è un’altra, il mondo che stiamo osservando oggi è davvero lo stesso mondo di vent’anni fa?
Negli ultimi anni il sistema internazionale è entrato in una fase di profonda trasformazione. Le priorità non sono più soltanto militari, al centro vi sono la sicurezza energetica, la protezione delle rotte commerciali, la resistenza delle infrastrutture strategiche, l’accesso alle materie prime e la stabilità delle catene logistiche globali.
Per questo motivo molte iniziative che vengono percepite come manifestazioni di potenza possono essere lette anche in modo diverso, come tentativi di evitare la frammentazione di un sistema economico e commerciale da cui dipende una parte significativa della prosperità mondiale.
La questione iraniana rappresenta un esempio emblematico. Se l’accordo tra Washington e Teheran dovesse consolidarsi, non produrrebbe soltanto benefici per i due Paesi coinvolti.
Ridurrebbe una delle principali fonti di instabilità del Golfo Persico, favorirebbe gli investimenti, rafforzerebbe le infrastrutture regionali e renderebbe più sicure le rotte energetiche da cui dipendono Europa, Asia e Africa.
Ancora più significativo è il comportamento dell’Europa. Per mesi le capitali europee hanno mantenuto una posizione prudente, subordinando qualsiasi coinvolgimento operativo al ritorno della diplomazia.
Oggi, raggiunta un’intesa e ristabilito il dialogo, gli stessi governi europei si preparano a contribuire alla sicurezza dello Stretto di Hormuz.
Questo passaggio merita attenzione. Se fossimo di fronte a una semplice imposizione americana, difficilmente assisteremmo a una convergenza europea costruita attorno a una soluzione diplomatica.
Ciò che emerge è piuttosto la consapevolezza condivisa che la stabilità delle rotte marittime e dei mercati energetici rappresenta un interesse comune.
Forse, il punto, allora, non riguarda gli Stati Uniti. Riguarda noi. Riguarda la nostra capacità di distinguere tra la memoria del passato e l’analisi del presente. Riguarda la tendenza, molto umana, a conservare immagini consolidate anche quando il contesto è cambiato.
Le guerre fanno notizia. Le crisi attirano l’attenzione, gli errori restano impressi nella memoria collettiva. Molto meno visibili sono i processi che impediscono alle crisi di degenerare, che mantengono aperte le rotte commerciali, che favoriscono investimenti e interdipendenza economica.
Eppure, è proprio in questi processi silenziosi che spesso si decide il futuro degli equilibri internazionali.
Forse non stiamo assistendo alla costruzione di un nuovo ordine mondiale.
Forse stiamo osservando qualcosa di più semplice e più concreto, il tentativo di evitare che quello esistente si disgreghi.
Per comprenderlo, però, occorre accettare una sfida intellettuale non sempre facile, smettere di giudicare il presente esclusivamente con le categorie del passato.





