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Geopolitica della casa: quando il Mediterraneo diventa asset globale

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Geopolitica della casa

La contraddizione più difficile da nascondere dell’agenda politica spagnola

No, non è un buon periodo per il premier spagnolo che ha sempre fatto grandi proclami sull’Europa, sul fanalino di coda, sull’etica, sull’essere visionari per poi trovarsi in mezzo alla corruzione e alla morte dei migranti, ma ricordiamoci che Pedro Sánchez ha fatto della casa uno dei grandi simboli della propria agenda politica.

Ha detto che l’abitazione deve tornare a essere un diritto e non un bene sottoposto alla speculazione.

E, guarda caso, proprio qui emerge la contraddizione più difficile da nascondere, un governo può dichiarare che la casa è un diritto, ma se non riesce a crearne abbastanza, quel diritto rimane una promessa politica.

La Spagna sta vivendo una delle più profonde crisi abitative della sua storia recente. I prezzi continuano a salire, l’offerta non tiene il passo con la formazione di nuove famiglie e i giovani vengono progressivamente espulsi dal mercato dell’acquisto.

Nel 2025 appena il 9,6% degli acquirenti di abitazioni aveva tra 18 e 30 anni, meno della metà della quota registrata nel 2007.

È questo il dato dal quale bisogna partire.

Perché mentre Sánchez annuncia piani, controlli, incentivi, limitazioni agli acquisti stranieri e interventi sugli affitti, la domanda fondamentale rimane senza risposta: dove sono le case?

Il Consiglio Economico e Sociale spagnolo ha indicato la necessità di arrivare a circa 150.000 nuove abitazioni all’anno per colmare il deficit. Non è, dunque, soltanto una questione di prezzi, è una questione di offerta, di pianificazione urbana, di disponibilità di suolo, di tempi autorizzativi e di capacità dello Stato di trasformare una politica abitativa annunciata in abitazioni realmente costruite.

Ed è qui che entra il fenomeno degli acquirenti internazionali.

Nel 2025 gli stranieri hanno rappresentato il 13,82% delle compravendite immobiliari spagnole, ma in alcuni dei territori mediterranei più attrattivi la loro quota supera il 25% e arriva oltre il 30%.

Non sarebbe serio trasformare questo dato in una guerra fra residenti e stranieri. Il problema non è che uno straniero compri una casa, il vero problema nasce quando una domanda internazionale dotata di maggiore capacità finanziaria incontra un’offerta locale strutturalmente insufficiente.

A quel punto la casa cambia natura.

Per chi vive in quel territorio è il luogo nel quale abitare, crescere i figli, costruire una famiglia, invecchiare. Per il capitale internazionale può essere invece una seconda casa, un investimento, un bene da mettere a reddito o semplicemente un modo per proteggere il patrimonio.

Sono due domande diverse che competono sullo stesso bene.

E quando l’offerta non cresce abbastanza, è il capitale più forte a stabilire il prezzo.

Ed è qui che la politica di Sánchez mostra tutta la sua fragilità. Il Governo ha abolito la “Golden Visa”, ha proposto di limitare gli acquisti degli stranieri extracomunitari non residenti, ha promesso un forte incremento della casa pubblica e ha portato la questione abitativa anche sul tavolo europeo.

Ma se la risposta principale a una crisi di scarsità diventa limitare alcuni compratori anziché aumentare rapidamente l’offerta, si rischia di intervenire con buonismo e non con risoluzione sui sintomi senza risolvere la malattia.

Praticamente cercare di prendere applausi e consensi senza che il cittadino o le persone interessate comprendono fino in fondo di cosa stiamo parlando.

La Spagna sta quindi pagando una contraddizione che Sánchez non può attribuire semplicemente al mercato o agli stranieri, ha una domanda abitativa crescente, territori diventati calamite per il capitale internazionale e un’offerta che non riesce a seguirle. E questo produce una conseguenza che va ben oltre l’economia.

Quando una costa mediterranea diventa contemporaneamente luogo di vita, destinazione turistica e asset globale, cambia la struttura sociale del territorio. Baleari, Costa del Sol, Comunità Valenciana e Canarie sono già dentro questa trasformazione. La casa diventa, così, una questione geopolitica.

Il territorio non è soltanto uno spazio sul quale si investe, è lo spazio nel quale una comunità mantiene la propria continuità demografica, economica e sociale.

L’Italia dovrebbe guardare alla Spagna non come a un caso lontano, ma come a un possibile anticipo del proprio futuro. Le nostre città d’arte, le coste, le isole e alcuni dei territori più belli del Paese sono già parte dello stesso mercato internazionale della desiderabilità.

La domanda, allora, non è se dobbiamo impedire agli stranieri di comprare.
È molto più seria: quanto può diventare internazionale un territorio prima che la sua stessa popolazione non possa più permettersi di abitarlo?

La casa non è soltanto un mattone. È il primo luogo dell’appartenenza, della famiglia, della sicurezza e della continuità generazionale.

Per questo la crisi abitativa non è semplicemente una crisi immobiliare.

È una questione di sovranità sociale sul territorio. E se Pedro Sánchez vuole davvero dimostrare che la casa è un diritto e non un affare, non gli serviranno altri slogan ma gli serviranno case.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

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