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Crisi carburanti, price cap e prospettive per il futuro

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Crisi carburanti

Le strategie dietro la decisione

In un quadro generale in cui l’opinione pubblica è sempre più irritata e sull’orlo dell’esasperazione, è arrivato il “price cap”, calmiere di ENI sui prezzi dei carburanti: 1,99 la benzina, 2,19 il gasolio.
Una boccata di ossigeno in un momento in cui si vedeva all’orizzonte il 2.50 per il carburante del trasporto commerciale, l’industria e l’agricoltura.

Perché il problema non è la gita fuori porta la domenica, di cui una famiglia può fare a meno, ma la mezzo per andare a lavoro tutti i giorni e la macchina della produzione e dell’approvigionamento che si ferma perché non conviene più produrre e trasportare nemmeno i beni di prima necessità.

Ovvio che la notizia della decisione di ENI è apparsa come un pozzo nel deserto.

Un mese. Per ora è solo un mese, ma si spera in un rinnovo.
Dietro questo “regalo” però – per il quale ENI perderà, in un solo mese 300 – 400 milioni di euro di guadagni che sono spiccioli in un bilancio di svariati miliardi – c’è una strategia precisa, ben più remunerativa.

Sappiamo tutti che ENI è di fatto un’azienda di Stato. Il 30,92% del pacchetto azionario si appartiene a Cassa Depositi e Prestiti, il 2,17% al Ministero dell’Economia e delle Finanze, il 61,73% a retail e azionisti vari, tra cui figurano anche investitori istituzionali e solo il 5,18% è detenuto direttamente dalla società.

Facile comprendere come una decisione di ENI sia una decisione dello Stato e altrettanto facile pensare che questo gesto di generosità possa servire a tenere a bada chi chiede una tassazione degli extra profitti delle società petrolifere che, essendo generose, non vanno tassate.

Anche il gesto di IP che si è aggiunta a ENI nella manovra, può essere inteso in questo senso.

Sia se lo abbia fatto motu proprio, capendo la strategia, sia se qualcuno lo ha suggerito, l’adesione all’iniziativa di ENI da parte di IP è da inquadrare nello stesso piano, come anche quella di Q8.

Non è, come qualcuno ha detto, l’economia che si sostituisce al governo, ma è il governo che amministra tramite l’economia, in un momento veramente difficile.

La crisi si riflette in tutti i settori, da quello proprio della distribuzione dove l’aumento del costo dei carburanti alla fonte, sta tagliando fuori i distributori indipendenti. Già nei mesi passati abbiamo assistito ad una drastica diminuzione delle pompe “servite”.

I gestori di catene indipendenti che non estraggono e raffinato in proprio, hanno cercato di sopperire ai minori guadagni con la diminuzione del personale.

Questo taglio di due grandi compagnie come ENI e IP sarà sicuramente il colpo finale per tanti di loro che hanno nelle cisterne carburante comprato a prezzi per i quali il price cap taglia ogni margine di guadagno e la diminuzione della concorrenza non è mai, per il consumatore, una buona notizia.

Tutti additano le accise come causa dell’eccessivo costo del carburante e lo sono sicuramente. La posta incide per oltre la metà (il 55%) sul prezzo del carburante alla pompa, ma è inutile illudersi: i video della PdC in versione attrice non bastano per eliminarle.

Non possiamo permettercelo ed è una cosa che andrebbe detta ai cittadini con chiarezza, ma una cosa del genere non porta voti.

Qualunque tipo di coalizione vada al governo, non potrà automaticamente ridurre le accise, a meno di non inventarsi altre “entrate”, quindi altre tasse.

La questione carburanti, come quella dell’acciaio e di molti altri settori dell’industria nasce da due questioni di fondo: il costo dell’energia e quello della manodopera.

Produrre beni in Italia costa molto più che in Paesi dove questi due fattori sono a basso costo.

Ecco perché abbiamo rinunciato a produrre.

Oggi dipendiamo completamente dall’estero e questo aumenta i costi e diminuisce la capacità di manovra.

Ci vorrebbe una sorta di rivoluzione, con i cittadini italiani e meglio ancora europei, che per un lungo tempo, almeno un mese non andassero alle pompe.

Ma come si fa?

Tassisti, autotrasportatori, corrieri e anche contadini, vivono di attività che dipendono dai carburanti.

L’agricoltura è uno dei settori più colpiti, con agricoltori che stanno rinunciando a seminare perché il raccolto costerebbe molto più del possibile incasso.

In questo settore la crisi è più lenta a pajesarsi, ma sarà sicuramente molto dura.

La mancanza dei pesticidi che non transitano da Hormuz e gli altri costi dei carburanti, stanno bloccando la produzione anche dei beni di prima necessità e i primi contraccolpi li vedremo la prossima primavera.

Eppure, nonostante i mugugni e le minacce di proteste, non c’è, all’orizzonte, alcun calendario di manifestazioni o blocchi effettivi. I troppi distinguo nell’ambito delle sigle sindacali di categoria, la pigrizia insita negli italiani e la paura delle degenerazioni nelle manifestazioni, frenano qualunque iniziativa.

Il Governo, da parte sua, non mostra di avere una ricetta per la soluzione, né mostra di averla l’opposizione.

Chiunque si troverà a cavalcare questo cavallo impazzito che è oggi l’economia, non ha ancora una sella per montarci sopra e questa è l’ennesima brutta notizia.

Autore

  • Elisabetta Capodilupo

    Elisabetta Capodilupo, laurea in Giurisprudenza alla Federico II di Napoli, master in "Giurista d'impresa". Libera professionista. Formatore in ambito giuridico.

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