Sintesi dei punti più salienti dell’Assemblea
L’81esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite, iniziata lo scorso 8 settembre ed entrata nel vivo soprattutto dal 22 con gli interventi dal podio dei vari leader mondiali, s’è presto mutata in uno dei più polarizzati momenti della diplomazia contemporanea.
Sullo sfondo delle odierne guerre in Ucraina, Medio Oriente ed Africa Subsahariana, e delle tensioni relative alla governance globale, la settimana d’incontri ad alto livello ha conosciuto scontri verbali diretti, gesti spettacolari e rivendicazioni di potenza assai descrittivi delle tante fratture oggi in seno al sistema multilaterale.
Il tema ufficiale, “Restoring Trust, Managing Transformation: A United Nations that Delivers for All” (“Ripristinare la fiducia, gestire la trasformazione: Nazioni Unite che conseguono risultati per tutti”), è parso quasi ironico.
Fuori dalle mura del Palazzo di Vetro, in molti, leader compresi, come al solito non si sono chiesti se l’ONU esista, ma se funzioni ancora. Dentro, i discorsi di Trump, Pezeshkian, Netanyahu, o ancora dei rappresentanti russi, cinesi ed europei hanno delineato visioni incompatibili del potere, della sovranità e del diritto internazionale.
Il 22 settembre, soprattutto Trump ha dominato la prima giornata del dibattito generale con un intervento che mescolava autocompiacimento, minacce e rivendicazioni di “pace attraverso la forza”.
Ha presentato gli Stati Uniti come la nazione “più forte che mai”, rivendicando d’aver “risolto otto guerre” e concentrando l’attenzione sull’Iran, definito “lo sponsor numero uno del terrorismo”.
Difendendo l’operazione congiunta con Israele, ha ribadito d’aver smantellato, “obliterato”, il programma nucleare iraniano “sotto montagne di macerie” ed affondato gran parte della marina iraniana.
L’occasione è stata colta anche per lanciare un duro ultimatum: “Ho una grande decisione da prendere. Verrà raggiunto un accordo con l’Iran che permetta loro di ricostruire e creare un Paese di gran lunga migliore… oppure anniento la Repubblica Islamica e lo faccio rapidamente, senza lasciare loro alcuna possibilità di uccidere e distruggere di nuovo?”.
Ha lasciato aperta la porta ad un accordo “dopo le elezioni di midterm”, continuando a reclamare isolamenti economici totali e nuove capacità produttive di munizioni. Sull’Ucraina, invece, ha mostrato un tono più pragmatico: collaborazioni strette con Kiev e Mosca, fiducia in una soluzione “più rapida di quanto si pensi”, e un accenno a nuovi poteri tariffari.
Ha anche attaccato l’ONU come istituzione del “globalismo”, difeso la sovranità americana e toccato temi come l’intelligenza artificiale e gli interessi nell’emisfero occidentale. Dinnazi a quel festival tanto rumoroso, la delegazione iraniana ha abbandonato l’aula in segno di protesta.
Tolto ciò, è stata un’occasione indicativa della visione trumpiana dell’ONU: né sede e fonte del diritto internazionale, né vincolo alla libertà di manovra americana, ma teatro per la propria campagna elettorale, l’ostentazione della forza militare e della pressione economica come strumenti prioritari, e la rappresentazione idealistica di un Medio Oriente ridisegnato secondo un’ambizione unilaterale.
Il giorno successivo, 23 settembre, è stato invece il Presidente iraniano Pezeshkian a parlare, rivolgendosi ai presenti e rispondendo a Trump con un intervento appassionato e carico di sfida.
È stato il primo leader di un Paese in guerra aperta con gli Stati Uniti a parlare dal podio di New York, tanto che fino all’ultimo s’era dubitato della possibilità che il governo americano gli consentisse un accesso fisico al Palazzo di Vetro (come infatti avvenuto ai Presidenti dell’ANP, Mahmud Abbas, e sudanese, Fattah al-Burhan).
Ha mostrato le immagini della Guida Suprema Ayatollah Ali Khamenei, ucciso il primo giorno dei raid, e delle scolarette morte nel bombardamento alla scuola di Minab.
“Il Presidente degli Stati Uniti ci ha descritti come terroristi. Noi siamo le vittime del terrorismo”, ha tuonato. Ha respinto ogni accusa di aggressione, rivendicato la difesa legittima e denunciato i doppi standard: “Le armi nucleari sono in Israele, ma gli ispettori sono in Iran”.
Ha poi respinto il “linguaggio della forza” e le minacce di annientamento, dichiarando che le pressioni uniscono il popolo iraniano e Teheran non si piegherà. Ma allo stesso tempo ha anche lasciato aperta la porta: “Siamo pronti al dialogo, alla diplomazia e ai negoziati senza accettare il linguaggio della forza”.
Ancora, ha difeso il diritto al nucleare civile e collegato la resistenza iraniana a quella di Gaza. Durante il discorso, l’unico diplomatico americano ancora presente e la delegazione israeliana hanno lasciato l’aula.
Se il giorno precedente Trump aveva fatto del Palazzo di Vetro una nuova occasione per la sua teatralità, Pezeshkian ne ha invece trasformato il podio in un’aula d’accusa contro Washington e Tel Aviv, senza tuttavia evitare di chiudere completamente i canali: un segnale di realismo dietro la retorica della resistenza, ma anche una lezione di dignità e stile in faccia agli avversari.
Il 24 settembre è toccato al premier israeliano Netanyahu, davanti ad un’aula quasi deserta: varie delegazioni avevano infatti abbandonato la sala prima del suo arrivo, mentre altre 77 hanno atteso il momento del suo ingresso per farlo. Mentre se ne andavano, li ha definiti “codardi morali”, invitando chi non l’avesse ancora fatto ad andarsene a sua volta.
“Difendendo se stesso, Israele difende anche molti dei Paesi le cui delegazioni hanno appena lasciato quest’aula”, ha dichiarato, aggiungendo che molti leader lo ringraziano privatamente per aver “eliminato” il nucleare iraniano. Ha definito l’attacco all’Iran “una delle decisioni più facili” mai prese e ringraziato esplicitamente Trump per l’azione congiunta che avrebbe “salvato la civiltà”.
Sulla guerra a Gaza ha respinto le accuse di genocidio come “la più grande bugia del secolo”, ribadendo che Hamas usa i civili come scudi umani. Il discorso è stato una difesa ad oltranza della condotta israeliana ed un rafforzamento dell’asse con Washington, in un contesto di crescente isolamento diplomatico.
Non pochi, a cominciare da Israele, hanno notato un significativo parallelo con la retorica di Trump: entrambi i leader, infatti, hanno approfittato dell’81esima Assemblea dell’ONU come di un’occasione per la propria agenda elettorale, nel tentativo di trasformare la loro condizione di debolezza in nuovi punti di forza.
Non sono passate inosservate neppure certe omissioni: il premier israeliano, ad esempio, nel suo discorso ha preferito attaccare alcuni Paesi, come il Qatar e la Turchia, oltre ovviamente all’Iran, evitando di nominarne altri, come l’Arabia Saudita, e non ha nominato gli Accordi di Abramo.
Ancora, contrariamente a quanto asserito in precedenza da funzionari israeliani, s’è astenuto dal fornire nuove “prove” del programma nucleare e balistico iraniano.
A parlare per la Russia è stato invece il ministro degli Esteri, Sergey Lavrov, con una linea che, sull’Ucraina, s’è confermata intransigente: Mosca non accetterà pause alle operazioni militari in occasione d’eventuali negoziati, poiché ciò andrebbe unicamente incontro alla volontà europea di riprendere fiato per riarmare Kiev.
Il ministro ha inoltre ricordato gli obiettivi di sicurezza russa e di protezione delle popolazioni russofone. Ma non è stata la sola guerra in Ucraina a comporre le sue attenzioni: nel discorso tenuto lo scorso sabato all’Assemblea Generale, ha ricordato che un nuovo e più equo ordine multipolare sta emergendo a beneficio dei Paesi del Sud e dell’Est del mondo, oggi “centri sovrani di sviluppo”.
Severe parole sono state rivolte alla politica unilaterale americana delle detenzioni extragiudiziali, come avvenuto col rapimento del Presidente Maduro, e alle gravi violazioni del diritto internazionale che hanno visto colpire impianti nucleari iraniani tutelati dalle salvaguardie dell’AIEA.
Anche la Cina ha optato per un profilo solo apparentemente più basso in Assemblea. Xi Jinping era atteso a Washington per la visita di Stato a Trump e non ha partecipato; sono stati perciò altri rappresentanti d’alto livello, come il vicepresidente Han Zheng, a parlare per lui, con toni non per questo meno forti e in appello alla comune responsabilità (“I Paesi più importanti hanno responsabilità particolari per la salvaguardia della pace e della sicurezza internazionali e dovrebbero assumere un ruolo guida nel rispetto delle regole, nel rispetto dello stato di diritto e nel fare ciò che è giusto”).
Pechino ha nuovamente promosso l’Iniziativa di Governance Globale, ribadito la centralità dell’ONU, la sovranità e il multilateralismo, criticato implicitamente i doppi standard occidentali e spinto per riforme che diano più peso al Sud globale. Se la visita di Xi a Trump ha eclissato, almeno in termini mediatici, la presenza cinese a New York, i contenuti degli interventi non sono in ogni caso rimasti inosservati.
Importanti menzioni sono state dedicate all’AI, per la quale il mondo “dovrebbe adottare un approccio incentrato sulle persone e sviluppare l’IA in modo positivo e benefico, ridurre il divario digitale e promuovere uno sviluppo che sia universalmente vantaggioso”, e contro il protezionismo, che “non produce vincitori”.
Nel ricordare il contributo pari al 30% dato alla crescita mondiale dalla Cina negli ultimi anni, Han Zheng ha concluso ricordando che Pechino “collaborerà con tutti gli altri Paesi per costruire una comunità dal futuro condiviso per l’umanità e rendere il mondo un posto migliore per tutti noi”.
Anche altri e drammatici argomenti d’attualità, come il blocco americano a Cuba, non sono rimasti privi di un richiamo da parte cinese: l’invito dato da Pechino a Washington ad un comportamento responsabile, realmente degno di una grande potenza, è passato pure per un esplicito richiamo alla revoca immediata delle sanzioni a L’Avana.
L’Europa ha presentato invece un fronte d’interlocutori più articolato. António Costa, Presidente del Consiglio Europeo, parlando a nome dell’UE, ha ribadito la necessità di riformare l’ONU a partire dal Consiglio di Sicurezza, rafforzare il multilateralismo ed investire nello sviluppo. Sottolineando il ruolo di Bruxelles come primo donatore d’aiuti, ha difeso la cooperazione contro lo scontro.
Il discorso, di sette pagine, è stato comunque ricco, comprendendo numerosi temi dal Medio Oriente all’Ucraina, passando per l’AI e l’iniziativa comunitaria del “Global Gateway”.
Il Presidente francese Emmanuel Macron ha invece insistito sulla coalizione dei volenterosi per l’Ucraina, segnando un distinguo dalle parole di Costa, e sulla necessità di non restare impotenti.
L’Italia, rappresentata dal ministro degli Esteri Antonio Tajani in sostituzione alla premier Giorgia Meloni, ha condannato la guerra in Ucraina, chiesto la riapertura dello Stretto di Hormuz e sollecitato l’ONU a “ritrovare capacità di decidere ed agire”.
Ursula von der Leyen, nel suo discorso sullo Stato dell’Unione di metà settembre, aveva d’altronde già tracciato le linee: sostegno continuato all’Ucraina, competitività, difesa europea, gestione diplomatica collettiva della crisi a Gaza e partnership strategiche, come ad esempio un possibile status di “membro associato” per il Canada.
Complessivamente, malgrado i tentativi di sbracciarsi, l’UE è parsa stretta tra l’assertività americana, russa ed iraniana, e in ombra rispetto alla lucidità cinese.
Sebbene l’articolo cominci qui a farsi davvero lungo, il lettore perdonerà la mia volontà di dedicare uno spazio anche al resto del mondo, a quel Sud Globale di cui più volte è stato dato un accenno nei paragrafi precedenti. Il posizionamento dei vari attori intervenuti, per quanto articolato, appare pragmatico, ed accomunato dalla critica all’unilateralismo occidentale.
La guerra a Gaza e in Medio Oriente, e l’impotenza strutturale dell’ONU, costituiscono le principali ragioni del risentimento espresso da numerosi governi dei Paesi emergenti. Pochi giorni prima dell’81esima Assemblea, il Summit BRICS+ aveva già fissato i toni, con una Dichiarazione congiunta i cui contenuti (con la condanna agli attacchi all’Iran e ai suoi impianti nucleari protetti dall’AIEA, oltre che agli altri Paesi della regione, e il rifiuto delle sanzioni unilaterali americane) non ammettevano repliche.
I Paesi BRICS+ hanno, congiuntamente, ribadito quel messaggio anche dal palco dell’ONU. Un esempio è stato dato dal Presidente brasiliano Inacio Lula da Silva, con uno dei discorsi più duri tra i Presidenti dell’America Latina. Ha criticato l’ONU, accusandolo di non aver mai avuto una credibilità tanto bassa, concentrandosi poi sull’inazione del Consiglio di Sicurezza, paralizzato dai veti contrapposti, difeso Francesca Albanese, relatrice speciale oggetto di pesanti sanzioni e boicottaggi da parte di Stati Uniti, UE ed Israele, criticato la guerra all’Iran e il blocco di Hormuz.
Non ha nominato Trump, ma l’ha di fatto “processato” dal palco. Parole simili sono state lanciate anche dal premier messicano, Roberto Velasco, con particolare enfasi al rispetto del multilateralismo, del dialogo e della diplomazia come mezzi pacifici per la risoluzione dei conflitti, al rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale degli Stati, alla protezione delle popolazioni e alla lotta alla povertà e alle diseguaglianze.
I Paesi asiatici hanno a loro volta ribadito il concetto, insistendo molto sulla riforma del Consiglio di Sicurezza per includere una rappresentanza permanente di Asia, Africa ed America Latina. Quest’ultimo è ormai un messaggio connotativo di tutto l’ampio fronte del Sud Globale.
L’Iran ha ricevuto, per la guerra d’aggressione subita, simpatie e comprensione, come pure è stato per Gaza e gli altri conflitti che dilaniano la regione. La condanna dei doppi standard, il rifiuto dell’isolamento di Mosca e Teheran, la critica all’impotenza dell’ONU e del Consiglio di Sicurezza a causas del veto, e il richiamo a priorità concrete come energia, cibo e sviluppo rispetto agli schieramenti ideologici, sono tutti principi che connaturano il lessico politico-diplomatico di questi Paesi.
Non diversamente si può dire anche per l’Africa e i Paesi arabi e musulmani, che hanno rivolto gran parte della loro attenzione a Gaza e alle azioni militari israeliane, invocando una tregua immediata, l’intervento umanitario per le popolazioni e il ricorso alla soluzione a Due Stati.
Il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan, in particolare, ha definito Gaza “il campo di concentramento più disumano dei nostri tempi”, criticato il rifiuto americano alla presenza del Presidente dell’ANP in Assemblea, invocato la riforma del Consiglio di Sicurezza, ed espresso solidarietà al Pakistan per la questione del Kashmir, da risolversi in accordo a quanto previsto dalla Carta ONU.
Anche i Paesi africani, dall’uscita di molti di loro dall’Assemblea in occasione del discorso di Netanyahu al rifiuto di sottoscrivere una dichiarazione di solidarietà all’Ucraina (firmata, infine, solo da 51 Paesi sul totale dei 193 all’ONU), hanno espresso chiaramente le loro posizioni.
Rivendicando un loro ruolo al Consiglio di Sicurezza con un seggio permanente, i Paesi dell’Unione Africana confermano una maggiore ed accresciuta assertività rispetto al passato, e rifiutano di porre interessi altrui come quelli della logica dei blocchi al di sopra delle loro priorità nazionali come lo sviluppo, la lotta alla povertà, e il diritto a politiche economiche e strategiche sovrane ed indipendenti.





