Home Opinioni GAZA, ISRAELE: UN INCONTRO UTILE A CAPIRE

GAZA, ISRAELE: UN INCONTRO UTILE A CAPIRE

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Si parlava di Gaza, di Israele, di quello che accade ed è accaduto; a un certo punto non ricordo bene chi, con un filo di rimpianto, osserva che questo nostro discutere e ragionare somiglia alle assemblee di redazione: dove tutti ci si conosce, si ha voglia di capire, d’essere capiti.

Bene, riprendo, non a caso proprio oggi, il filo di quel discorso; quella voglia di cercare di capire e capirsi. Poi, certo, ognuno dica pure liberamente quello che sente, ma per favore niente slogan o invettive o insulti. Saranno cancellati.

Il 7 ottobre, dunque. Ho l’impressione che non si sia compreso che cosa ha rappresentato e rappresenta, per chi vive in Israele. Non mi riferisco al governo presieduto da Benjamin Netanyahu il cui operato, merita tutte le critiche che vengono fatte (anche se una volta fattele, occorre ricordarsi del sempre valido ammonimento di Raymond Aron: cosa avremmo fatto, se fossimo stati al suo posto? Qui, senza essere per questo asini, tanti cascano).

No. Io voglio qui porre la questione – che non mi sembra presa in considerazione – del “sentire” di chi vive in Israele. Un “sentire” che può non piacere, si può non condividere; ma c’è, col quale occorre fare i conti. Un “sentire” che nessuno chiede di giustificare, ma che occorre capire se si vuole anche solo fare un millimetro in più rispetto al punto dove si è.

Preliminarmente vorrei chiarire che cosa sia il sionismo. Lo riassumo in una semplice frase: un qualcosa che consente agli ebrei di sopravvivere.

Ora, un po’ di storia aiuta. Dal tempo della distruzione del Primo Tempio, gli ebrei sono stati massacrati come capri espiatori, la loro distruzione riusciva vantaggiosa a chi era al potere, oppure per scoppi improvvisi di fanatismo e di ignoranza.

Esempi, tra i tanti che si possono fare: i Crociati; l’Inquisizione; il massacro di Worms; le rivolte dei Cosacchi… Ma mai prima di Hitler, dei nazisti, ci si era trovati dinanzi a un piano freddamente organizzato, calcolato, deliberato, per distruggere gli ebrei.

Questa è l’unicità della Shoah, per questo così viene chiamata. In ebraico significa appunto “distruzione”. Ebbene, il 7 di ottobre per Israele, per gli israeliani, per gli ebrei è l’organizzata, calcolata, deliberata ripetizione della “distruzione”.

La reazione che ne è seguita, in questo modo si spiega (spiegare, lo ripeto, non significa approvare; non ho neppure difficoltà a credere che vi sia stato da parte di Netanyahu e del suo governo e di altri, un deliberato appropriarsi di questo “sentire” per altri abominevoli scopi). Ma è quel “sentire” il “sentire” di tanti israeliani ed ebrei. Questo va capito, questo “spiega”.

Sono tanti gli israeliani e gli ebrei che aborrono Netanyahu e le sue politiche, e non mancano di dimostrarlo, da tempo, in mille modi. Ma una cosa non è per loro discutibile: con Hamas, con i suoi alleati e sostenitori, occorre farla finita. Vale il “mai più” che vale per i nazisti.

Su questo, credo ci sia unità e unione. Poi, c’è Gaza: quello che è accaduto lacera, ripugna, pagine nere e di vergogna per le sofferenze inflitte, i dolori procurati, l’odio alimentato. Ma Gaza è figlia di quel “Mai più”: mai più Hamas, mai più i suoi alleati e sostenitori, mai più i suoi complici.

Il “metodo” Gaza giustamente ripugna. Se ne suggeriscano altri. Il “metodo” Monaco-Golda Meir? Oppure? E non solo quale “metodo” adottare; c’è anche il problema, nel cercare di risolvere la questione, di non aiutare il nemico del mio nemico, che non per questo è mio amico, anzi, mi è più nemico ancora.

Si potrebbe obiettare che a complicare ulteriormente la situazione ci sono anche i coloni ebrei fanatici e fanatizzati, le loro mille provocazioni in Cisgiordania; gli insediamenti abusivi e illegali tollerati dal governo di Netanyahu, i suoi ministri della destra estrema… Giusto. E per non farci mancare nulla i mille missili fatti esplodere in Israele prima del 7 ottobre, partiti dai tetti di Gaza City o dalle alture del Golan; e i paesi arabi “fratelli” cui non importa un fico dei palestinesi, anzi li vorrebbero loro per primi eliminati; e via così. Tutte cose che sappiamo, che inutile ripeterci.

Non prendiamoci in giro: la formula “due popoli due stati” non sta in piedi, è la foglia di fico di chi non vuole in realtà fare nulla; o nulla sa fare; o non ha ben chiaro di cosa si parla. Neppure accettabile la distruzione di Israele, o la deportazione dei palestinesi. È un’altra, la soluzione che va perseguita, immaginata, prefigurata.

È dagli anni ’80 del secolo passato, che su questo ci si interroga, si propone, si cerca di “fare” e costruire. Inascoltati, isolati. Presi per sognatori a cui si contrapponeva un “realismo” che s’è visto a cosa ha portato. Magari si può cominciare da qui. Naturalmente tutto è cambiato, e non in meglio. Anche le persone, i leader, i “costruttori” d’un tempo non ci sono più, è un problema nel problema. Ma intanto si cerchi di capire quel “sentire” di cui ho fatto cenno. Se non si vuole assistere impotenti ad altri massacri, continuare a coltivare illusioni e frustranti delusioni.

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  • Redazione

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