Nessuna progettualità di fronte alla crisi mondiale
Quello che la guerra nel Medio Oriente sta proponendo è talmente dirompente su tanti aspetti che non si può prevedere cosa condizionerà e come finirà.
Certamente chi è più in difficoltà è l’Europa e i suo Stati, divisi e impotenti, che non riescono ad avere un progetto in grado di contrapporsi alla follia che si è impadronita degli Stati Uniti e di Israele.
Anche una traballante tregua e la sceneggiata sullo stretto di Hormuz stanno dimostrando l’incapacità di uscirne velocemente e facilmente. Sembra che i protagonisti che hanno iniziato la guerra non hanno chiare le idee su cosa fare per chiudere questa ennesima pagina nera.
Nessuno può sapere se i negoziati con la mediazione del Pakistan riuscirà a produrre risultati, anche perché ad oggi sembra che ci sia uno stop.
La domanda che ci dobbiamo fare è i soggetti interessati al conflitto partecipano realmente per trovare una soluzione per la fine della guerra?
Dichiarazioni come quelle di voler porre fine a una civiltà sono testimonianze, invece, di una volontà di sopraffazione e di cancellazione di una parte di umanità, come è avvenuto già nei territori occupati e a Gaza non sono forieri certamente di arrivare alla Pace.
La gravità della situazione è dimostrata anche dal rischio che, in tutta Europa e non solo, le compagnie aeree stanno denunciando il probabile blocco dei voli. Forse non tutti ci rendiamo conto di quello che questa realtà può significare.
Non potersi muovere, non solo per diletto, ma anche per lavoro, può creare attacchi di ansia e di panico per non avere più la libertà di muoversi, ma la cosa più grave sarebbe l’impossibilità di scambi commerciali e un attacco alla produzione.
L’altro aspetto di questa guerra è la conseguenza sull’aumento esponenziale delle materie energetiche che produrrà un vero e propri collasso dell’economia, Non bastava la crisi del 2009 per effetto dei subprime, oggi si genera una nuova crisi drammatica nei sistemi produttivi e nelle economie del mondo. Con la conseguenza che, se la guerra continuerà, aumenteranno nuove e gravissime povertà e rischi sempre più grandi di perdite di posti di lavoro e crisi occupazionali. Di questo poco si parla!
Di fronte a questi possibili scenari si dovrebbero vedere migliaia e migliaia di manifestazioni in tutto il mondo per chiedere la fine di questa assurda guerra. La politica a tutti i livelli dovrebbe promuovere confronti, diplomazie e mediazioni.
Non si può assistere impotenti a questo continuo misfatto, non solo verso i popoli aggrediti, ma verso tutta l’umanità. Ancora una volta di fronte ai drammi dell’umanità e la violenta arroganza di pochi è solo il Papa che condanna tutto ciò. E i laici e le associazioni umanitarie, cosa fanno?
Non siamo, almeno dobbiamo sperare, alla fine della storia, ma certamente siamo a una nuova storia. Dove si dovranno individuare le coordinate e le regole di convivenza fra le nazioni e dove si dovrà affrontare anche la tutela della sovranità degli Stati.
Quanto ai principi di sovranità e di stato-nazione, pietre angolari del sistema uscito dalla pace di Westfalia, essi sono stati erosi nei fatti, poiché la capacità di governo interno alla singola nazione spesso ha un’importanza estrema per gli altri membri del sistema internazionale. Il che legittimerebbe un intervento esterno per ristabilire pratiche democratiche assenti o insufficienti.
Sorgono alcune consequenziali domande: chi ha il diritto, o la legittimazione, di violare la sovranità di un altro stato e per quali motivazioni? Esiste una fonte di legittimità internazionale che non dipende dalla forza di stati-nazione sovrani?
Dovrebbe essere il diritto internazionale e l’organismo che dovrebbe farlo rispettare cioè l’ONU. Ma quando questo diritto viene violato senza contrapposizioni, allora l’attacco alla sovranità non è una contraddizione in termini?
Ha sostenuto Fukuyama: “Gli Stati deboli rappresentano una minaccia per l’ordine internazionale, in quanto sono una fonte di conflitti e di gravi violazioni dei diritti umani e sono diventati un potenziale terreno di coltura per un nuovo tipo di terrorismo. […] Rafforzare questi Stati attraverso varie forme di nation-building è diventato vitale per la sicurezza internazionale [,,,] ”.
Egli non avuto paura di usare parole “scomode” come impero e potere. “Anche se non vogliamo tornare a un mondo di superpotenze in lotta tra loro, non dobbiamo dimenticare la necessità del potere. Tale potere è necessario sia per far rispettare lo Stato di diritto all’interno dei propri confini, sia per la salvaguardia dell’ordine mondiale[1]”.
Si delinea così un criterio diverso di legittimazione democratica, quale progetto centrale della politica internazionale contemporanea, fondato sul desiderio di ricostruire società diverse da quelle infestate da conflitti o lacerate dalla guerra o per eliminare un terreno di coltura per il terrorismo.
Insomma, il criterio di dominio a livello mondiale, dopo aver messo appunto i propri strumenti, sta cercando altri tipi di legittimazione per intervenire laddove le realtà politiche non sono in linea con i desiderata dell’impero.
Sono questi i nuovi mantra che in realtà sono solo la giustificazione per intervenire, suffragata dalla volontà di maggiori profitti e dall’arroganza dell’uso della forza per impadronirsi delle ricchezze di altri Stati e tutto ciò sta portando allo sconvolgimento degli equilibri mondiali.
In questi ultimi anni si è eroso anche il principio di sovranità all’interno del sistema internazionale al punto che le questioni di legittimità democratica a livello internazionale sono giunte a dominare il confronto tra gli Stati Uniti, l’Europa e gli altri Paesi.
Anche se la debolezza degli Stati, in particolare Europei, ha origine anche nell’assenza o deterioramento della loro organizzazione, nella incapacità di elaborare una propria progettazione organizzativa della politica economica e produttiva.
Schiacciata dalla potenza americana, l’Europa deve trovare la sua via. Questo affrancamento non è certamente semplice. Un popolo sarà tale quando sarà disposto a sostenere lotte e sacrifici per la sua unità, per la sua libertà, per la sua autonomia e indipendenza politica ed economica. Allora l’UE va ricostruita su parametri diversi e con leader diversi da quelli attuali.
Sempre più le super potenze vogliono arrogarsi il diritto di dire che sono “legittimate” a intervenire per dare lezioni di democrazia agli altri. Ciò ha reso distorsivo l’agone politico e ha legittimato chi ha trasformato la contrapposizione politica in “scelta di campo” e “crociata” contro i presunti stati canaglia o totalitari.
Noi crediamo che questi stati troveranno un unico ostacolo nella “società civile”, anche se i nuovi criteri dell’età imperialista moderna ha attivato una sorta di “narcosi delle masse” che prepara la strada ad un nuovo e più crudele totalitarismo.
Questa situazione piena di rischi che minacciano la società mondiale, dovrebbero mobilitare nuove sinergie sociali e politiche, volte nel lungo periodo ad uno sviluppo ragionato della condizione umana e alla nascita di un “secondo Umanesimo”.
Non ritengo che ciò sia facile, soprattutto per le profonde trasformazioni che stanno avvenendo nello scacchiere mondiale, ma non restano tante scelte diverse e tanto tempo a disposizione.
[1] Francis Fukuyama, Esportare la democrazia. State building e ordine mondiale nel XXI secolo,2005 ed. Lindau





