di Marco Sarli
Due debolezze non fanno una forza: Ursula Von der Leyen e la nuova Commissione Europea
Approfittando della estrema debolezza del Presidente francese Macron e di quella forse ancor maggiore della coalizione semaforo tedesca, l’appena confermata alla presidenza della Unione Europea, Ursula von der Leyen ha fatto una mossa che richiama alla memoria le azioni delle più sofisticate menti democristiane della Prima Repubblica italiana.
Nella sua prima esperienza, Ursula era uscita dal cappello e in gran parte per l’ostilita’ suscitata nei partiti alleati dal nome del candidato naturale Manfred Weber e l’operazione alquanto ardita riuscì con una maggioranza di appena otto voti.
Anche allora la democratico cristiana tedesca compì un piccolo capolavoro nominando vicepresidente esecutivo un esponente socialista e uno liberale ma riservando il terzo incarico ad uno sconosciuto Donmbroski che le sarà nei secoli fedele.
Ma è in questa seconda esperienza che la politica tedesca supera se stessa nominando non più soli tre vicepresidenti esecutivi con deleghe notevoli, ma moltiplica i pani e i pesci e ne nomina addirittura sei ma frazionandone e intersecandone le deleghe in modo tale che il loro potere sia molto relativo e che alla fine su quasi ogni questione la decisione spetti a lei.
Sin qui la sua forza, ma è forse da qui che parte anche la sua debolezza in quanto la debolezza dell’asse franco tedesco unita alla montante marea euro scettica e sovranista minacciano alla base la stessa impalcatura europea, rischiando di avere un impatto che va molto al di là di qualsiasi forzatura e impalcatura di vertice.
Tutto questo diviene più chiaro se si va a vedere l’impatto deflagrante del piano sulla competitività da poco reso noto da Mario Draghi e che ha avuto un’eco di gran lunga superiore a quello reso noto due mesi prima da Enrico Letta.
D’altra parte non si trattava solo di argomenti diversi ma di una evidente diversa caratura dei due estensori con il secondo che è prevalentemente un politico di professione, mentre il primo è stato praticamente tutto: privatizzatore di buona parte delle aziende direttamente o indirettamente di proprietà statale, membro dell’esecutivo globale di Goldman Sachs, Governatore della Banca d’Italia e Presidente della Banca Centrale Europea nonché per diciotto mesi Premier italiano.
Il suo, quello di Draghi, non è stato solo un piano molto ben dettagliato ed articolato in macro obiettivi articolati sin in micro progetti, ma è stato e forse soprattutto un grido di allarme che parte da una situazione, da una deriva non fermando la quale ad essere in gioco non è solo la prosperità ma la stessa libertà dei cittadini europei.
E’ anche per questo che Draghi sta facendo interventi a raffica per sottolineare l’urgenza di azioni coordinate o per gruppi di paesi per porre mano alle criticità maggiori presenti nel testo da lui proposto ma che ha la base di dati in fonti qualificate come la BCE e la stessa Commissione Europea.




