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ATTENTI A BOB DYLAN, PARLA IN CODICE: GUAI IN ARRIVO

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di Giorgio Cattaneo
 
Attenti: qualcosa di catastrofico sta per travolgerci. Nel marzo 2020, Bob Dylan – solitamente molto laconico – scrisse sul suo sito: siate prudenti, mettetevi al riparo. Non era un semplice consiglio: il grande cantautore alludeva a una regia oscura, dietro l’immane disastro che stava investendo il pianeta. Era appena uscita l’anteprima di “Murder Most Foul”: una strepitosa ballad che piange John Fitzgerald Kennedy, indicando i suoi veri assassini. Sincronicità: come se gli eredi dei killer di Dallas fossero ancora in auge e avessero a che fare con le grandi trame ordite quattro anni fa per paralizzare la Terra tramite l’ennesimo shock collettivo.
Poco dopo, quella primavera uscì l’album “Rough and Rowdy Ways”. Oltre all’omaggio a Jfk, conteneva altri capolavori, come “Key West” e “I Contain Multitudes”, nonché l’urticante “False Prophet”. Un brano accompagnato da un’immagine inequivocabile: il Falso Profeta è la morte, elegante e scalcinata. Ti bussa alla porta in piena notte, indossando tuba e marsina. Visitatore inquietante, lo scheletro: una mano ossuta regge un pacco regalo, l’altra impugna una siringa. Avviso elementare, nel 2020: non fidatevi di chi già si prepara a mettervi le mani addosso, giurandovi che è per il vostro bene.
AVVERTIMENTI: IL MONDO CHE CI ASPETTA
Raffinatissimo autore di testi ricchi di riflessi esoterici, Dylan ha sempre lanciato messaggi in bottiglia, con largo anticipo sui tempi. Già nel 1983 profetizzava la fine del lavoro, in Occidente (“Union Sundown”), sotto il peso delle delocalizzazioni indotte dalla rovinosa globalizzazione neoliberista. Può sembrare sconcertante, eppure il futuro Premio Nobel per la Letteratura potrebbe essersi pronunciato – ovviamente a modo suo, tramite sottili allusioni – anche sulle possibili calamità sanitarie in arrivo. E sebbene appaia davvero incredibile, l’avrebbe fatto addirittura nel 2012.
Quell’anno pubblicò l’album “Tempest”, salutato dalla critica come un’opera strepitosa. La copertina (scura, rosso-sangue) mostrava una delle statue situate alla base della fontana di Pallade Atena, di fronte al palazzo del Parlamento austriaco. Quelle figure viennesi personificano i principali fiumi dell’allora Austria-Ungheria: il Danubio, l’Inn, l’Elba e la Moldava. La statua mostrata da Dylan sulla copertina di “Tempest” era quella che rappresenta la Moldava: il fiume di Praga è il più orientale dei grandi corsi d’acqua dell’allora Impero Asburgico, le cui frontiere lambivano l’Ucraina.
TEMPEST, GLI ASBURGO E THOMAS PAINE
Perché tirare in ballo proprio l’Est Europa e gli Asburgo, evocando la Tempesta? Nel 2012, i nomi dei germanofoni signori del Forum di Davos non dicevano ancora niente a nessuno. Dylan però è dotato di particolari antenne: pienamente inserito nella migliore tradizione iniziatica statunitense, farebbe parte di una ristretta cerchia ultra-democratica (quella in cui avrebbero militato parecchi personaggi storici, da Eleanor Roosevelt a Martin Luther King, sulle orme della lotta per i diritti umani intrapresa già nel ‘700 dal filosofo Thomas Paine, uno dei padri della patria).
Bob Dylan lo cita espressamente nel 1967, chiamandolo Tom Paine, nell’enigmatico brano “As I Went Out One Morning”: nella fiction della canzone, Paine è il salvatore del giovane protagonista (Dylan stesso), irretito da una donna bellissima che gli aveva promesso l’onnipotenza. Apologo cifrato, ma eloquente: anche Dylan, agli esordi, sarebbe stato abbordato da circoli poco raccomandabili, come quelli che oggi controllano lo star system. E lui, all’epoca, sarebbe stato messo al sicuro proprio dai seguaci di Thomas Paine. Che, a quanto pare, lo terrebbero tuttora informato sui peggiori piani della “piramide oscura”.
QUEI VERSI OSCURI, MAGICI E PERICOLOSI
“Tempest” fu immediatamente celebrato come una delle vette artistiche assolute, raggiunte dall’ormai attempato Dylan nella sua sterminata carriera. Per “Mojo Magazine”, «il miglior album musicale di Dylan di questo secolo». Secondo “Tiny Mix Tapes”, «la scala epica e la grandezza di “Tempest” fanno sembrare i suoi pochi album precedenti come racconti brevi che conducono a un grande romanzo». Stando a Rob Brunner, (“Entertainment Weekly”), Dylan rimane «magico e misterioso». Su “Rolling Stone”, Will Hermes definì “Tempest” il disco più dark nel catalogo di Dylan.
Diversi critici elogiarono l’album proprio per la natura così buia dei suoi testi. «La coerenza di “Tempest” è la chiave ipnotica del suo fascino», scrisse David Edward: «La raccolta trasuda un flusso oscuro e una profondità nascosta e pericolosa». A ruota, Dougles Helesgrave: «Ogni frase musicale porta con sé qualcosa che suggerisce più di sé stessa». Su “American Songwriter”, Jim Beviglia arrivò ad affermare: «A differenza del guardiano del Titanic profondamente addormentato al suo posto, gli occhi di Bob Dylan sono spalancati come sempre».
DUQUESNE WHISTLE, LO SENTITE QUEL FISCHIO?
Una canzone, in particolare, riuscì a sfuggire allo sguardo attento degli esegeti: “Duquesne Whistle”, dove il “soffio di Duquesne”, anonima cittadina della Pennsylvania, viene raccontato come il fischio del treno. Enigmatico il videoclip che accompagnava il lancio del singolo, diretto dal regista australiano Nash Edgerton. Vi compare lo stesso Dylan, a spasso di notte nella periferia americana: ha l’aspetto di un piccolo delinquente e cammina alla testa di una vera e propria banda di criminali di strada.
La narrazione incrociata, in parallelo, propone il disastroso tentativo di un ragazzo di corteggiare una giovane donna nelle vie della stessa città. Finisce malissimo: il ragazzo viene inseguito dalla polizia, arrestato e poi, una volta rilasciato, selvaggiamente picchiato da tre energumeni. Il suo grande amore è destinato a vivere solo in sogno. E Dylan, con i suoi sgangherati compari, ne scavalca il corpo riverso sul marciapiede. Volendo: quando la Tempesta si scatenerà, all’amore sarà dichiarata guerra. E il testimone potrà salvarsi solo restando atrocemente indifferente, protetto dai suoi strani guardaspalle.
I BATTERI E IL WHISTLEBLOWER DEL 2012
Il video provocò polemiche: fu accusato di eccessiva crudezza, nel rappresentare la violenza (contrappunto irridente: la rassicurante melodia da “vecchia America”). Alcuni lo difesero, interpretandolo come «una parodia sovversiva del genere della commedia romantica». Tutto lascia pensare, invece, che Dylan facesse sul serio: come se, già nel 2012, stesse indicando un’oscura minaccia incombente. Tra parentesi: perché riesumare proprio quel nome, Duquesne, insignificante sobborgo dell’estrema periferia americana, abitato da appena settemila persone?
Assonanze enigmatiche, in stile Dylan: il medico francese Ernest Duchesne, nato nel lontano 1874, fu il primo ad accorgersi che alcune muffe uccidono i batteri. Alla sua scoperta arrivò 32 anni prima che Alexander Fleming riconoscesse le proprietà antibiotiche della penicillina. La ricerca di Duchesne, tuttavia, passò inosservata. Lo scienziato transalpino fu insignito solo dopo morto del Nobel per la Medicina nel 1949 (attribuzione postuma); cinque anni prima era stato Fleming a ricevere, per lo stesso motivo, l’ambitissimo premio.
“Listen to that Duquesne whistle blowing”, è il mantra della canzone, ossessivamente ripetuto: ascolta quel fischio di Duquesne che soffia. “Suona come se dovesse spazzare via il mio mondo”. Capito? Sembra solo un treno, invece “suona come se fosse in una corsa finale, soffia come se il cielo stesse per esplodere”. E verso l’epilogo: “Vecchio mascalzone, so esattamente dove stai andando”. Ambivalenze, certo: scrittura polisemica e allegorica. E comunque, resta quell’insistenza su Duquesne (Duchesne?) e il suo “whistle blowing”: come sappiamo, proprio al coraggio dei whistleblower – da Assange a Snowden – dobbiamo tantissime informazioni. Da loro, ultimamente, abbiamo ricevuto le peggiori notizie: le rivelazioni più incresciose.

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  • Redazione

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