
di Marco Pugliese
La premessa
Eni ha stretto un accordo esclusivo con KKR per condurre una due diligence finalizzata alla possibile vendita di una quota del 20-25% di Enilive, basata su una valutazione della società tra 11,5 e 12,5 miliardi di euro. L’interesse dimostrato da investitori finanziari istituzionali potrebbe portare alla vendita di un’ulteriore quota del 10%.
Cosa cambia: poco per ora, la società rimane in mano italiana (e statale, esiste una norma che non permette una cessione completa, ricordo però che Francia e Germania hanno nazionalizzato gli enti energetici nel 2022). Si punta ad un surplus di liquidità, probabilmente per accelerare sui biocarburanti.
Perché Enilive è strategica?
Enilive opera nel settore dei biocarburanti, ottenuti da oli vegetali, oli da cucina esausti e grassi, e si prevede un ruolo cruciale nella decarbonizzazione dei trasporti pesanti, aerei e marittimi nei prossimi anni, nonostante le preoccupazioni per la redditività e la regolamentazione.
Cosa complotta? Eni potrebbe diventare il vero motore per la produzione di questi carburanti (in Europa il primo) ma serve convergenza politica con la Ue che per ora non pare spingere sulla tecnologia italiana. In questo caso l’alleanza con gli USA potrebbe tornare utile come elemento di pressione.
Eni unico sul mercato…
Shell e BP hanno recentemente sospeso i loro progetti sui biocarburanti. Secondo Biraj Borkhataria di RBC, la valutazione di Enilive supera le aspettative, stimata tra 7 e 10 miliardi di euro. Equita conferma che la valutazione e la quota di vendita sono superiori alle previsioni della stampa, la reazione del titolo Eni la vedete sotto.
C’è un ma…
Se l’operazione è per fare cassa (visto il problema conti generato dal bonus 110) significa che la situazione (a causa anche delle norme di stabilità Europe troppo stringenti) rischia d’essere grave in spesa corrente. Se invece l’operazione (e dobbiamo augurarcelo) serve ad aprire agli USA come partner strategico nel settore biocarburanti ha senso, a patto la cabina di regia rimanga in Italia e il nostro Paese diventi hub esclusiva per l’Europa e l’Africa, con hli Usa si può andare in sinergia nel Pacifico e Sud America. Avere gli Stati Uniti dalla propria potrebbe dare una spinta anche al polo difesa in seno alla NATO, anche se l’ultima mossa di Stoltenberg (è stata preferita la Spagna) deve far riflettere.
Sullo sfondo nazioni come Francia e Germania che invece sforano il tetto di bilancio ed operano in regime di concorrenza pompando soldi alle imprese e cittadini (la Germania 800 miliardi in 10 anni che un rapido calcolo a moltiplicatore ne ha portati 2000 in cassa…).
Aggiungiamo la grave crisi dell’auto italiana, producono più auto gli spagnoli, più di 2 milioni contro le nostre 500000 annue. Lo Stato italiano oltre a cedere pezzi dovrebbe inserirsi nel mercato sito e rivalutare i nostri marchi…





