di Giuseppe Augieri
Dove è finito l’orgoglio socialista?
Sono stato militante socialista nel PSI di De Martino ed in quello di Craxi. Ne ho vissuto la profonda trasformazione, assieme al mantenimento in vita – e per l’animo libertario dei socialisti non sarebbe stato possibile altrimenti – di molte linee di pensiero. Che ancora oggi segnano i contorni di una diaspora mai cessata; e disegnano confini che restringono lo spazio di un tentativo di rifacimento del partito socialista.
Un’esperienza dunque, quella socialista, del tutto tramontata ed irripetibile? Probabilmente si, a meno di ridiscutere e forse reinventare tutto, dai riferimenti culturali alla proposta di alleanze. E tuttavia, per l’esperienza fatta – e ricordando il contributo che fu fornito dagli intellettuali al PSI (1) per la trasformazione del dopo De Martino – senza rinnegare troppo un passato che ha portato lustro alla politica e successi per gli italiani.
Si, perché sembra entrato in qualcosa in più scuro di un cono d’ombra quella che fu la formazione dell’ asse (ideale) di governi di ispirazione socialista in Europa negli anni ‘70/’80 che, oltre Craxi, va da Olof Palme, a Mitterand, a Brandt e Schmidt, a Gonzales, al dopo “rivoluzione dei garofani”, e – in parte – a Blaire: governi che segnarono un fortissimo arretramento delle politiche conservatrici. E sembra dimenticato che la presenza del Psi al Governo, dopo il difficile avvio dal ’63, ha regatato agli italiani un Presidente come Pertini; una stagione di riforme (2 ) capaci di modificare lo stesso contratto sociale tra Stato e cittadini; una stagione di successi economici con l’Italia 4° o 5° potenza mondiale ed un debito da tripla A; una politica estera equilibrata e atlantica ma in autonomia: quella che l’episodio di Sigonella esaltò.
Perché questo oscuramento? Perché la ritrosia a dirsi socialista e rivendicare questa stagione? Il massacro di Mani Pulite, persino quello, è stato diversamente interpretato dalle diverse anime socialiste. Ma, comunque si voglia giudicare la condanna della stagione di tangentopoli, restano i fatti concreti, le cose realizzate, lo sbocciare di uno spirito libertario che non si è più, da allora, avuto. Cambiarono l’Italia. In meglio. Io ne sono orgoglioso. E lo proclamo con forza.
Mi si dice: mancano gli uomini per pensare ad una nuova formazione. E forse mancano anche le competenze. Credo invece che manchi l’idea aggregante di base: intorno ad una idea si possono raggruppare uomini e creare una cultura, trovare – pur nelle attuali difficoltà del “dagli all’untore” nei confronti di chi vuole fare politica – capacità, competenze. E voglia di riscatto.
Dunque si deve partire dal ridefinire tutto: se il percorso culturale che, prendendo le mosse da Proudhon, rivalutò il socialismo liberale di Carlo Rosselli va ridefinito; se il riferimento programmatico non deve più essere quello del congresso di Bad Godesberg del 1959 (che pure fu comune a tutti gli altri partiti socialisti europei); se il liberalsocialismo si considera bocciato dalla storia; se si pensa che questa è la nuova realtà, ebbene si faccia almeno un primo passo per ricreare condizioni di presenza. Oggi quasi inesistente.
Io credo che resti, in tutti i riferimenti culturali e programmatici che ho citato, tanto ancora di moderno ed attuale. Ed il “contesto” altrettanto. A partire dall’esplosione della cultura conservatrice che sta vincendo in tutto il mondo: non più temperata da una presenza di sinistra, ma egemone. Ma sono pronto a ricredermi.
Ad una sola condizione: che non si scimmiottino mode e tendenze. Cominciando dal negare al socialismo italiano un valore indimenticabile.




