
Spesso viviamo alla giornata, e qui mi riferisco non alla carenza economica (se non affaristica, nel senso del tendere sempre più ad avere), ma a quella riguardante l’interiorità, l’essere, e il dispiegamento massimo delle nostre possibilità della vita vissuta. Quanti di noi fanno dei “bilanci” interiori, col proposito di tentare un raddrizzamento, se pur minimo, della propria vita?
Una vita sempre più insoddisfatta, sempre più legata alle suggestioni esterne, formali, contingenti, una vita che dipende sempre più dai tabù nuovi e antichi, e dai condizionamenti massicci, subdoli, a volte occulti, messi in atto giorno per giorno dai poteri che manipolano il nostro io, facendone una cosa puramente fittizia, priva di una propria carica, di una propria visione.
È a questo punto del discorso che s’innesta il problema del dover credere o meno alla propria sopravvivenza extra-fisica. E qualcuno può anche obiettare che una tensione umana all’autorealizzazione può derivare soltanto dal fermo convincimento che la nostra vita prosegue oltre la morte, altrimenti il gioco non vale la candela: “ma lascia stare, ma chi te lo fa fare!”.
Però, sul piano psichico e spirituale le cose son più complicate. Credo invece che, indipendentemente dal credere o dall’essere persuasi che esista o no una vita dopo la morte (speranza sempre viva in noi, coscientemente o meno), sia la nostra innata pigrizia mentale e operativa che ci distingue – rafforzata dalle cose negative che ci propina la nostra pseudo civiltà – a far sì che si lasci correre, senza preoccuparci minimamente di un fatto importantissimo, per poco che si accetti l’idea della sopravvivenza, entrando nella sua logica: e cioè che, con estrema probabilità – per me certezza – la nostra condizione interiore nell’immediato post mortem, ed oltre, sarà strettamente condizionata dalla maniera con cui avremo vissuto su questo piano d’esistenza. Più punteremo verso le altezze e più saremo inondati di luce, giungendo così al grande passo con gli occhi dell’anima spalancati.
Più ci accorgeremo che esiste il prossimo dando il meglio di noi, più renderemo il mondo un posto migliore.
Dare un senso alla nostra vita vuol dire vivere con l’intento in ogni frangente di essa, fino all’ultimo respiro che Dio ci ha dato.
Siamo cristalli che attendono di salire in superfice per irradiare luce.





