Home Opinioni DI FRONTE AL DEGRADO POLITICO E’ NECESSARIA UNA AUTENTICA FORZA RIFORMISTA

DI FRONTE AL DEGRADO POLITICO E’ NECESSARIA UNA AUTENTICA FORZA RIFORMISTA

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di Antonio Foccillo

In fondo, oggi, la situazione politica nel nostro Paese non appare molto diverso da quella con cui Cicerone, all’indomani della morte di Cesare, invocava il ritorno alle istituzioni repubblicane.

“Tornato precipitosamente dall’esilio, abbandonato il proposito di tenersi lontano dalla politica, l’ormai anziano oratore si getta a capofitto nel conflitto politico apertosi dopo le Idi di marzo.

Vincendo lo sgomento a seguito all’assassinio di Cesare, finisce col giustificare la congiura di Bruto e col legittimare il tirannicidio. Invoca i congiurati a prendere il potere e a ristabilire la legalità, e infine si appella al popolo romano per restaurare la gloriosa repubblica.

Dopo il primo entusiasmo, l’Arpinate guarda, infatti, la scena che Roma gli offre, e si accorge improvvisamente che nulla è più come lo ricordava, che la Roma repubblicana – con i suoi miti, i suoi eroismi, la sua coesione – è tramontata per sempre.

Soprattutto, si rende conto che neppure l’uccisione di Cesare, neppure la soppressione del tiranno, neppure l’eliminazione di quel nemico giurato della libertà, può ridare la vita a una repubblica priva ormai delle sue stesse basi. Ma, una volta preso atto dell’impotenza, l’unica soluzione – per Cicerone, può consistere solo nel rimpianto dello spirito perduto e nella condanna moralistica dei tempi nuovi.

E deve ammettere che nessuno in questa città degenerata persegue onestamente l’idea di libertà. Rincorrono tutti il potere o il benessere, l’assassinio di Cesare è stato inutile, tutti litigano e mercanteggiano e ambiscono solo ad accaparrarsene l’eredità, il denaro, le legioni, il potere, alla continua ricerca di vantaggi e profitti – ma solo per sé stessi, non per l’unica santa causa: la causa romana”[1].

Oggi si può dire che siamo per molti versi in questa difficile situazione.

Dal disamore pubblico e dal distacco verso le istituzioni emergono segnali inquietanti per la democrazia. Almeno: per la democrazia “rappresentativa”.

Oggi, quasi metà dei cittadini pensa che i partiti non servano, che la democrazia possa farne a meno, tanto è vero che l’astensione nei momenti elettorali è sempre più alta. E se una parte degli italiani crede ancora che la democrazia sia preferibile a ogni altra forma di governo, si tratta comunque di una componente in calo costante. 

La politica tradizionale non è stata capace di dare una risposta concreta alle disfunzioni e alle inefficienze della nostra macchina istituzionale e politica e soprattutto alla sfiducia drammatica dei cittadini nei confronti del sistema.

Ne derivato la poca fiducia nei partiti e nel Parlamento, per i sistemi elettorali che hanno cancellato il proporzionale, con modifiche sempre più rivolte ad un sistema maggioritario che hanno ridimensionato la sovranità popolare, e ciò ha messo in discussione la stessa democrazia di una Repubblica che non crea fiducia.

Di conseguenza si impone la fine della strategia del maggioritario, delle primarie, della personalizzazione dei leader perché indeboliscono i partiti, ripuntando di nuovo sul proporzionale che fa di nuovo scegliere i propri rappresentanti.

Bisogna rivedere come fare selezione delle classi dirigenti perché non si può più usare il criterio dei pacchetti di voti come in passato, ma anche le moderne primarie scardinano il partito come organizzazione e accrescono il ruolo dei finanziatori esterni.

Bisogna ripristinare metodi che rifacciano ritrovare credibilità alla politica e su capacità politiche dimostrate sul campo.

La nostra idea di credibilità, però, non attiene agli eventi politici che si sostiene abbiano determinata la sfiducia. Per noi la credibilità politica è chi risulta attendibile e/o vero. Questa convinzione si collega al concetto di coerenza, cioè la conformità fra le proprie convinzioni e l’agire pratico. In sintesi, coerenza è fare ciò che si dice ed essendo coerenti si amplia la propria credibilità.

Weber vedeva il Potere come moralmente fondato e giuridicamente disciplinato ed individuava una tensione fra i due elementi entro la quale è costantemente destinata a muoversi la politica. In questa tensione si individuava il limite tragico della politica, dibattuta tra la fedeltà incondizionata al valore e la coscienza lucida dell’impossibilità di realizzarlo nel mondo.

Allora se non vogliamo sperare nella buona sorte e se non vogliamo vivere nel ricordo del passato, dobbiamo riprendere un’opera di formazione valoriale con azioni o con parole, per ridare centralità alla solidarietà, alla coesione, all’uguaglianza, alla libertà e alla tolleranza, alla cultura del dialogo, con idee e valori.

Bisogna, infine, rilanciare l’idea di una ricostruzione di una forza laica, socialista e riformista, che rappresenti non solo la continuità storica con quel patrimonio di uomini e di idee che arricchiscono l’albero genealogico di questa cultura, ma che sappia anche guardare al futuro con una prospettiva adeguata, consapevole della realtà globale che muta quotidianamente, sotto tutti i punti di vista, creando nuovi problemi, nuove sfide.

Una società più articolata invece che frammentata, una società più attenta al lavoro che al profitto, che integra e non esclude, che guarda all’immigrato come ad un lavoratore con eguali diritti degli altri lavoratori, una società che non faccia più morire sul lavoro, che garantisce pari opportunità attraverso la scuola pubblica, la sanità ed i servizi pubblici, una società che coesiste con il mercato, dandogli quelle regole necessarie a garantire la democrazia.

Questa forza laica e socialista ancora non ha trovato la sua strada, ma è fondamentale perché ripudia la rivoluzione e la mera conservazione dell’esistente ed interviene a governare il mutamento economico e sociale quando questo non si ispira alla giustizia come equità. Mira alla ricerca del benessere all’interno della società con politiche di inclusione e di vera emancipazione delle persone, attraverso modifiche democratiche dell’ordinamento politico, giuridico, sociale ed economico.

Oggi non vi è ancora chi è in grado di riproporre queste idee con forza ed autorevolezza, inserendole in una proposta innovativa che non si chiude nella conservazione ma apra al miglioramento della qualità della vita di tutti i cittadini, iniziando dai più deboli.

Non bisogna perdere le speranze!

La strada magari sarà lunga, ma una società senza valori e fondata sul pragmatismo primo poi implode e allora c’è bisogno di tutti, a partire dai giovani che si facciano largo nella politica, con idee nuove, entusiasmo, passione  e impegni concreti, a tutti i livelli, rivolti a ricercare soluzioni di dialogo fra le diverse componenti sociali e politiche per affermare una nuova visione del mondo, dell’economia, del sociale e dei diritti della cittadinanza.

Il merito dei contenuti su cui battersi è molto chiaro. Ciò che è di più difficile individuazione è lo strumento per attuare queste politiche.  E su questo che bisogna lavorare!

[1] S. Zweig, Momenti fatali, Adelphi, Milano

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  • Redazione

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