La geografia resta il primo fattore di potenza
L’attenzione internazionale è concentrata sullo Stretto di Hormuz, ogni dichiarazione proveniente da Teheran, Washington o Tel Aviv viene analizzata come se quel tratto di mare fosse l’unico punto di equilibrio energetico mondiale.
Eppure, mentre i riflettori restano puntati sul Golfo Persico, le principali potenze stanno lavorando a qualcosa di molto più importante, la costruzione di rotte alternative.
La vera notizia geopolitica di questi mesi non è soltanto il rischio di una chiusura di Hormuz, ma il fatto che governi, compagnie energetiche e grandi attori internazionali stiano accelerando la ricerca di corridoi commerciali capaci di ridurre la dipendenza dai tradizionali punti di strozzatura del commercio mondiale.
Un primo segnale era arrivato nel 2025, quando la Russia aveva inaugurato la nuova direttrice marittima tra Novorossiysk, sul Mar Nero, e la Nigeria.
Attraverso il Bosforo, il Canale di Suez, il Mar Rosso e il Golfo di Guinea, Mosca ha costruito un collegamento diretto con l’Africa occidentale, rafforzando la propria presenza economica e logistica in una delle regioni più ricche di risorse energetiche del pianeta.
All’epoca molti analisti considerarono l’iniziativa una semplice espansione commerciale, oggi appare come parte di una strategia molto più ampia, diversificare gli accessi ai mercati, moltiplicare le opzioni logistiche e consolidare nuove aree di influenza, e la stessa logica sta emergendo in Asia.
La Thailandia ha infatti accelerato il progetto del cosiddetto Land Bridge, un’infrastruttura da oltre 30 miliardi di dollari destinata a collegare il Golfo di Thailandia con il Mare delle Andamane.
Le Andamane rappresentano la porta occidentale dell’Indo-Pacifico. Situate tra la penisola indiana e il Sud-Est asiatico, consentono l’accesso diretto all’Oceano Indiano senza dover attraversare alcune delle rotte più congestionate del pianeta.
L’obiettivo di Bangkok è chiaro, creare un corridoio terrestre composto da porti, autostrade, ferrovie e infrastrutture logistiche capace di trasferire merci da una costa all’altra della Thailandia, evitando il passaggio attraverso lo Stretto di Malacca.
Per comprendere la portata del progetto bisogna ricordare che Malacca è uno dei passaggi marittimi più importanti del mondo. Attraverso questo stretto transita una quota significativa del commercio globale e una parte essenziale delle importazioni energetiche asiatiche.
Per la Cina questa dipendenza costituisce da anni un problema strategico noto come “dilemma di Malacca”. L’espressione descrive la vulnerabilità di Pechino rispetto a un eventuale blocco o controllo dello stretto da parte di potenze rivali.
Gran parte del petrolio, del gas e delle merci dirette verso la Cina passa attraverso quel corridoio marittimo relativamente stretto e facilmente monitorabile. Ridurre questa dipendenza è diventato uno degli obiettivi strategici della leadership cinese.
Non sorprende quindi che Pechino osservi con interesse qualsiasi infrastruttura capace di creare percorsi alternativi tra Oceano Indiano e Pacifico.
Tuttavia, proprio questo interesse rappresenta anche uno dei principali limiti del progetto thailandese.
Un coinvolgimento eccessivo della Cina potrebbe alimentare diffidenze all’interno della stessa Thailandia e preoccupazioni tra numerosi attori regionali. Gli Stati Uniti osservano attentamente ogni iniziativa che possa rafforzare l’influenza cinese nell’Indo-Pacifico.
L’India considera l’Oceano Indiano una propria area strategica di riferimento. Singapore, infine, vede nello Stretto di Malacca il fondamento della propria centralità logistica globale.
Per questo motivo il progetto thailandese potrebbe trasformarsi in uno dei nuovi terreni di competizione geopolitica del XXI secolo.
Nel frattempo l’Africa torna al centro delle strategie energetiche internazionali.
ENI, TotalEnergies, Chevron e altri grandi operatori stanno aumentando gli investimenti in Paesi come Namibia, Angola, Nigeria, Congo, Mozambico, Costa d’Avorio e Libia.
Quest’ultima ha recentemente riaperto le licenze di esplorazione dopo diciotto anni, segnalando il ritorno del Mediterraneo meridionale tra le aree di maggiore interesse per il settore energetico.
Le grandi potenze non stanno aspettando di capire se Hormuz verrà chiuso, se il Mar Rosso tornerà pienamente sicuro o se le tensioni regionali si attenueranno, stanno già costruendo.
Nuove rotte marittime, nuovi corridoi logistici, nuovi porti, nuove infrastrutture energetiche e nuove partnership strategiche stanno emergendo simultaneamente dall’Africa occidentale all’Indo-Pacifico.
Il mondo è nel pieno di una fase di profonda riorganizzazione geografica dei commerci e delle catene di approvvigionamento, quindi non solo i negoziati iraniani per Hormuz, ma attenzione alla geografia strategica perché le crisi passano ma le infrastrutture che le nuove potenze stanno costruendo per aggirarle, quelle restano.





