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L’Italia che non sa di essere una potenza

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L'Italia che non sa di essere una potenza

Industria, innovazione, sport e talento oltre la narrazione del declino

Esiste un fenomeno curioso che caratterizza l’Italia più di qualsiasi altro grande Paese industrializzato: si sottovaluta.

Mentre altre nazioni costruiscono la propria immagine collettiva attorno ai successi economici, tecnologici e sportivi, noi sembriamo specializzati nell’esercizio opposto.

Ogni difficoltà viene amplificata, ogni risultato ridimensionato, ogni eccellenza trattata come un’eccezione anziché come la dimostrazione di una capacità consolidata.

L’Italia è una delle principali potenze manifatturiere del pianeta. Con oltre 600 miliardi di euro di esportazioni annue, il nostro Paese continua a collocarsi stabilmente tra i grandi protagonisti del commercio internazionale.

Nonostante l’assenza di grandi risorse naturali, l’Italia riesce a competere con economie molto più grandi grazie alla qualità delle sue imprese, alla capacità innovativa e a una rete produttiva che non ha equivalenti in Europa.

Molti parlano della Germania come della fabbrica d’Europa. È vero. Ma spesso si dimentica che una parte significativa dei macchinari utilizzati dall’industria europea è progettata e costruita in Italia.

Dalle macchine utensili all’automazione industriale, dalla meccanica di precisione alla robotica, le nostre aziende rappresentano un punto di riferimento mondiale.

Lo stesso vale per l’energia. ENI è oggi uno dei principali attori globali del settore, presente in decine di Paesi e protagonista di importanti progetti nel Mediterraneo, in Africa e in Asia. Nel settore navale Fincantieri costruisce alcune delle navi più avanzate del mondo.

Leonardo esporta tecnologia aerospaziale e sistemi di difesa ad altissimo contenuto tecnologico. Brembo fornisce impianti frenanti ai principali costruttori automobilistici internazionali. E via così…

Eppure, continuiamo a raccontarci come un Paese in declino.

Lo stesso schema si ripete nello sport.

Jannik Sinner è diventato il simbolo di una nuova generazione che compete e vince ai massimi livelli mondiali. Andrea Kimi Antonelli rappresenta il futuro dell’automobilismo internazionale.

Ferdinando De Giorgi e Julio Velasco hanno dimostrato come metodo, disciplina e cultura del lavoro possano trasformare gruppi di talenti in squadre capaci di dominare le competizioni più importanti.

Dietro questi nomi non c’è fortuna. C’è organizzazione. C’è formazione. C’è una cultura della competenza che spesso fatichiamo a riconoscere.

La stessa che in passato ha prodotto figure come Enrico Mattei, Adriano Olivetti, Mario Tchou e Federico Faggin. Personalità che hanno saputo immaginare il futuro quando molti ritenevano che l’Italia dovesse limitarsi a inseguire gli altri.

Forse, il vero limite italiano non è economico, industriale o tecnologico.

È culturale (poi c’è la partitocrazia ndr).

Abbiamo interiorizzato una narrazione che ci porta a vedere i nostri punti deboli come strutturali e i nostri punti di forza come accidentali.

Autore

  • Marco Pugliese

    Marco Pugliese, docente di ruolo area STEAM, giornalista economico scientifico, analista per il CISINT, cura corsi di geopolitica, geoeconomia, politica energetica. Docente di coding, ambito didattico, e nuove tecnologie, IA applicata alla didattica. Presidente di OpenIndustria.

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