
di Siverio Allocca
Il 12 Dicembre 2023, con una votazione dall’esito storico, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha chiesto l’immediato cessate il fuoco nel conflitto tra Israele e Hamas.
A favore, quattro giorni dopo il veto imposto dagli Stati Uniti sullo stesso provvedimento al Consiglio di Sicurezza, si sono espressi più di tre quarti dei 193 membri tra i quali anche Francia, Spagna e Polonia. Contro si sono espressi gli Usa, Israele e altri otto Paesi, mentre 25, tra cui l’Italia, il Regno Unito e la Germania, si sono astenuti.
L’ambasciatore palestinese presso l’Onu, Riyad Mansour, ha giustamente osservato che il voto a favore di un cessate il fuoco umanitario a Gaza ha reso il 12 Dicembre un “giorno storico per via del forte messaggio inviato dall’Assemblea Generale” aggiungendo che “È nostro dovere collettivo continuare su questa strada finché non vedremo la fine di questa aggressione contro il nostro popolo“: parole significative che, però, alla fine non cambiano di una virgola la situazione.
Nonostante la significatività del voto, quello che a mio avviso si configura come il dato emerso più interessante è un altro e riguarda le dichiarazioni di Biden a margine della votazione, dichiarazioni che non solo lasciano intendere molto di più di quanto da lui stesso detto in precedenza circa le ragioni che hanno sin qui guidato l’attuale politica della Casa Bianca, ma ci fanno pure intravedere i possibili sviluppi futuri della situazione post–bellica in Medioriente.
Come volevasi dimostrare Biden alla fine ha di fatto scaricato, pur restando saldamente al suo fianco, il Premier israeliano Netanyahu: quel Netanyahu che dopo la fine di questa guerra non avrà sicuramente più alcun incarico da ricoprire viste, per somma, le pendenze giudiziarie che per certo consentiranno di formalizzere la sua definitiva uscita di scena con un biglietto di sola andata che il sistema giudiziario israeliano gli metterà sicuramente tra le mani, ai sensi della legge vigente, visti i capi di imputazione del procedimento a suo carico ed il calibro dei testimoni di accusa.
Ed il cambiamento di rotta, come è facile a questo punto prevedere, un cambiamento che avverrà solo a “tempo debito”, non riguarderà ovviamente solo lui poiché con ogni probabilità con il Premier vedrà la propria fine anche il suo partito, quel Likud che ha espresso l’attuale Governo: un Governo che il Presidente degli Stati Uniti ha definito, stigmatizzandolo senza mezzi termini, “il governo più conservatore nella storia di Israele” aggiungendo il suo personale invito rivolto al Primo Ministro Benjamin Netanyahu affinché “rafforzi e cambi” l’Esecutivo israeliano sottolineando come lo stesso “non vuole una soluzione a due Stati” con i Palestinesi.
Parole di fatto dure, decise, lette dalla stampa internazionale, visti i titoli, come una delegittimazione in piena regola sia pure espressa quasi in punta di piedi visto che, di fatto, Netanyahu ed il suo Governo sono stati lasciati agire ed ancora saranno lasciati agire per tutto il tempo necessario a portare a termine quanto iniziato dopo il 7 Ottobre 2023: lasciato agire, ovviamente, per i motivi economico–strategici ampiamente illustrati –ed assolutamente non venuti meno nonostante i morti e le distruzioni patite dalla gente di Gaza– in un articolo apparso sul Nuovo Giornale Nazionale del 7 Dicembre 2023 intitolato, non a caso, “Netanyahu sta solo facendo il lavoro sporco”.
Interessi che rendono la soluzione a due Stati cui ha accennato Biden palesemente improponibile ed oltremodo impraticabile dopo decenni di conflitto ed ancor più dopo tutto quanto accaduto in queste settimane di intensi scontri.
Ed è pertanto in questo senso che dissento da quanto è stato dichiarato da Elena Basile, ex Ambasciatrice in Belgio ed in Svezia, nel corso di una intervista rilasciata ad Andrea Lanzetta e riportata in un articolo apparso l’8 Dicembre 2023 sul settimanale TPI con il titolo “Elena Basile a TPI: “Per arrivare alla pace bisogna trattare con tutti” : “La breve tregua a Gaza mostra che si può negoziare anche con Hamas. Sotto banco si è sempre fatto. Ma l’UE è subalterna agli USA. Sulla Palestina come sull’Ucraina”.
Dissenso che giunge per tutta una serie di motivi tra i quali figura in cima alla lista il tipo di approccio al problema usato, un approccio che evidenzia il profondo solco insistente tra il mondo della politica (con tutti i suoi annessi e connessi tra i quali figurano gli aspetti diplomatici) e quello delle imprese e degli interessi economico–finanziari che oggi come oggi non dipende dalla politica bensì della politica –e dei suoi strumenti e servizi, tra i quali figura l’apparato diplomatico– si serve pressoché a proprio piacimento.
Purtroppo il nuovo corso post Guerra Fredda, che per il Vecchio Mondo ha visto la luce con la nascita dell’Euro, deprivando sempre più il settore pubblico del suo ruolo imprenditoriale a tutto beneficio del privato, ha fatto sì che la politica sia stata deprivata di una reale forza contrattuale da far valere allorché si è trovata nella posizione di mediazione tra gli interessi –anche geopolitici– della imprenditoria privata locale ed internazionale e quelli delle comunità nazionali in senso lato.
La mancata presa in considerazione di questo saliente aspetto è ciò che reso l’analisi della Basile, allorché ha parlato della subalternità della UE agli USA ( subalternità emersa incontrovertibilmente sia in occasione della Guerra in Ucraina così come di quella in Medioriente), carente sotto tutti i punti di vista poiché non ha colto la profonda differenza tra una Unione Europea nata per volere degli Stati che ne fanno parte al fine di dare attuazione ad un processo endogeno di unificazione ed integrazione politica, culturale, fiscale ed economica –ed una Europa Unita nata per una precisa esigenza degli Stati Uniti e pertanto configuratasi come una struttura integrata dal solo punto di vista monetario che di fatto qui da noi è stata bene accolta in primo luogo, anche se con poca lungimiranza, poiché rispondente ad una precisa esigenza relativa ai rapporti di cambio tra le diverse valute nazionali, rapporti di cambio oltremodo instabili all’epoca della nascita dell’Euro a causa di un contesto monetario caratterizzato e penalizzato da anni da quella dichiarazione di non convertibilità dello USD del 1971 che aveva decretato la fine del sistema monetario nato dagli Accordi di Bretton Woods del 1944.
Questa semplice considerazione avrebbe permesso all’Ambasciatrice Basile di evitare la sua esternazione, vagamente sovranista e del tutto illogica sic stantibus rebus, in quanto palesemente irricevibile essendo la subalternità della UE agli Stati Uniti insita nella genetica stessa della Unione Europea, nonché alla base di tutta la politica espansiva della stessa verso Est allorché, crollato il blocco sovietico, l’ammissione alla UE dei Paesi ex-satelliti dell’Unione Sovietica rispondeva ad una precisa esigenza strategica della NATO: quella di inglobare tutti i Paesi un tempo sotto l’egida di Mosca come auspicato dalle logiche neoliberiste delle lobbies statunitensi.
L’altro aspetto saliente alla base del rigetto della lettura della Basile, che finisce per alimentare solo le illusioni di chi la legge, è quello della mancata presa in esame del fatto che l’attuale crisi mediorientale avviene in un contesto allargato figlio della globalizzazione, della crisi da questa vissuta a causa delle storture emerse con la pandemia che a loro volta sono la conseguenza di uno sbilanciamento eccessivo verso il terziario delle economie dei Paesi Occidentali che si sono così deprivati (ancora una volta per il prevalere delle esigenze di massimizzazione dei profitti sulle logiche improntate alla stabilizzazione delle relazioni internazionali) di una forza contrattuale di non secondario interesse in ambito geopolitico allorché gli stessi si sono venuti a trovare nella condizione di dover fare i conti con la Cina e la sua leadership in seno ai BRICS.
Da questa ulteriore premessa discende che l’ipotesi di una soluzione diplomatica vecchio–stile della controversia israelo–palestinese che conduca alla costruzione di due Stati confinanti non gode palesemente di alcuna accreditabilità in quanto per gli Stati Uniti, l’Occidente in generale e la Russia –ed a maggior ragione per la Cina ed i BRICS– ciò rappresenterebbe un inutile farsi ulteriore carico negli anni a venire delle conseguenze degli errori politici commessi dalle Grandi Potenze e dai loro alleati in Medio Oriente nei decenni andati: e poco importa che tra coloro che intendono smarcarsi da quelle conseguenze figurino pure coloro che di quegli errori sono stati il primo motore, a cominciare dalla Russia e dagli Stati Uniti.
A questo punto, per somma, risulta quanto mai evidente che alla base della scelta, deprecabilissima quanto si vuole, degli Stati Uniti (esplicitamente) e di gran parte degli Stati della UE (indirettamente, vista l’astensione all’ultima votazione all’ONU), di appoggiare incondizionatamente Netanyahu ed il suo Governo in questa guerra, costi quello che costi, vi è una logica che per la prima volta ha visto la Casa Bianca giocare la propria partita anticipando le possibili e prevedibili mosse di Pechino in un contesto che vede l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti dialogare con Teheran militando tutti ‘allegramente’ tra le fila di quei BRICS cui gli UAE hanno per tempo testimoniato la loro significativa fedeltà con l’annuncio, di pochi giorni fa, della decisione di trattare in valuta diversa dallo USD le contrattazioni commerciali riguardanti il petrolio.
Avere ora, in un tale contesto, una soluzione del conflitto che preveda la presenza in loco di due stati indipendenti e sovrani, una soluzione magari ottenuta grazie alla mediazione diplomatica di Xi Jinping e garantita dagli investimenti di Pechino, con uno Stato Palestinese prospiciente ai giacimenti sottomarini di gas nel Mediterraneo Orientale che, grato per l’intervento cinese, avrebbe anche potuto decidere di dichiararsi disponibile ad accogliere –per sua maggiore tutela– le navi militari del Dragone in una qualche base costiera, è una ipotesi che, essendo tutt’altro che peregrina, si è palesemente –ed a ragion veduta– voluta rendere da subito impossibile a realizzarsi: il che, detto per inciso, spiegherebbe il pronto dislocamento, dopo i fatti del 7 Ottobre scorso, di ben due squadre aero–navali d’attacco statunitensi al largo della costa israeliana, lì stazionanti non di certo per fronteggiare un pronunciamento iraniano o degli Hezbollah che, tra l’altro, come ha notato anche la Basile, continuano a mantenere un basso profilo.
“Mi sembra che Hezbollah e Iran siano molto prudenti e non si lascino trascinare nell’escalation. Gli Hezbollah sono al governo in Libano. L’Iran sta faticosamente uscendo dal suo isolamento. Grazie alla mediazione di Pechino, dialoga con Riad”: queste le esatte parole della Basile a riguardo, parole cui fanno da contraltare quelle doppiogiochiste di un Biden che prende per certi versi le distanze da Netanyahu , ma nel contempo, come visto, vota contro una risoluzione ONU che, non avendo valore vincolante, non incide in nulla sulla situazione attuale..
Ed a poco servono i bizantinismi di certi ricordi rievocati dalla Basile allorché nel corso della citata intervista ha detto: “Il negoziato sugli ostaggi e sulla tregua ha dimostrato che con Hamas si negozia e di fatto si è sempre segretamente negoziato. L’Occidente avrebbe dovuto farlo sin dal 2007. Ricordo che Hamas alle elezioni del 2006 aveva promesso di riconoscere lo Stato Palestinese in cambio del riconoscimento della soggettività palestinese. Come è stato con l’Olp, politica e mediazione avrebbero potuto sconfiggere il massimalismo e l’approccio terrorista portato a vedere nella lotta armata l’unica soluzione. L’Occidente al contrario ha isolato Hamas per poi permettere i finanziamenti del Qatar”
No, tutto questo non dimostra assolutamente nulla, anzi forse se qualcosa dimostra è l’esatto contrario: a parlare, infatti, restano gli eventi che hanno preso il via il 7 Ottobre scorso dopo ben due anni di preparazione, al pari di quelli posti in essere da Israele nei giorni a seguire, fatti che testimoniano di una radicalizzazione dell’odio tra le due comunità, un odio che quanto accaduto recentemente ha solo accresciuto e della cui analisi si potrebbero riempire –e di fatto si riempiranno ancora per decenni– intere biblioteche e videoteche senza che questo possa influire sull’oggi: un oggi che resta legato ad uno scenario in cui i diversi attori giocano una partita che della vita umana pare ben poco curarsi.
Ed è a questo che dobbiamo porre attenzione per capire che forse è giunto il momento di leggere qualche libro in più e guardare qualche Tik-Tok in meno.





