Dal raid israeliano alla “Chaos Theory” russa: come Mosca sfrutta l’instabilità.
Leggendo il rapporto “The Evolution of Russian Hybrid Warfare” redatto dal Center for European Policy Analysis (CEPA) e, pubblicato a gennaio del 2021, si evince e, viene analizzato l’uso coordinato di tattiche militari, paramilitari e non militari da parte della Russia per raggiungere obiettivi strategici al di sotto della soglia della guerra convenzionale. Il documento esamina l’integrazione di mezzi come la guerra dell’informazione e operazioni informatiche, seminando il caos unendo un ampio spettro di mezzi militari e non‑militari, con l’obiettivo di “ottenere i propri fini oltre i confini” senza ricorrere a scontri frontali diretti. Un paradigma che si adatta al concetto di caos, non come fenomeno fisico matematico ma strumento di governo sociale e geopolitico. La destabilizzazione sistemica, la manipolazione della coscienza collettiva, l’attacco alle istituzioni statali, la fomentazione di proteste e rivolte. Il rapporto redatto nel 2021, descriveva come l’uso combinato di mezzi convenzionali e non‑convenzionali, di mercenari e di disinformazione, servivano per perseguire obiettivi strategici senza dichiarare guerra. Dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022, questa strategia si è evoluta in una “Techno‑Cognitive Warfare”, integrando droni, cyber‑attacchi, sabotaggi e manipolazione delle percezioni, rendendo la dimensione tecnologica e cognitiva parte strutturale del conflitto.
Una guerra da caos controllato, che non è “un errore”, ma un modus operandi intenzionale.
Negli ultimi anni, la leadership della Russia ha promosso una visione della politica internazionale fondata non sul recupero di un ordine preesistente, bensì sull’accettazione del disordine come fase strutturale e permanente della convivenza globale. Questa impostazione, nota come “Chaos Theory russa” parte dal presupposto che l’era post‑Guerra Fredda abbia sancito la dissoluzione irreversibile dei vecchi centri di potere, lasciando dietro di sé un vuoto normativo e istituzionale. La consapevolezza di non poter competere in modo simmetrico con le potenze occidentali in termini di forza convenzionale trasforma la guerra convenzionale in uno svantaggio. Il caos e la guerra ibrida diventano strumenti per compensare questa debolezza. Da questa dissoluzione non può nascere un ordine stabile, ma soltanto un sistema di competizione ibrido, fluido e imprevedibile, dominato dalla capacità degli attori di riuscire a navigare nel caos.
La “teoria del caos” non indica casualità o anarchia incontrollabile, ma un paradigma intenzionale: un ambiente internazionale considerato come un sistema complesso, soggetto a turbolenze continue e a instabilità strutturali, in cui la “guerra” assume forme ibride, multiformi, asimmetriche su molti livelli, narrativi, informativi, diplomatici e militari. Ogni Stato non deve puntare a restaurare un ordine già esistente, bensì a consolidare la propria capacità di sopravvivenza e di proiezione del potere, adattandosi con rapidità e flessibilità ai mutamenti, sfruttando il caos come moltiplicatore di vantaggi.
Nel caso recente di raid israeliani su un villaggio nel sud della Siria, attacco che, secondo fonti attendibili, ha provocato decine di vittime e ha sollevato accuse da parte di Damasco di “crimine di guerra”, la Russia può utilizzare la Chaos Theory come cornice interpretativa che giustifica comportamenti aggressivi come parte di un contesto in cui le regole convenzionali sono ritenute obsolete o superate. In questo modello, non si tratta di giustificare direttamente l’azione di Tel Aviv, bensì di rileggere l’evento come parte di un contesto di instabilità permanente, dove le regole convenzionali e il diritto internazionale sono considerate superate o irrilevanti. La Russia utilizza il caos generato da attori terzi come strumento strategico: ogni raid, ogni destabilizzazione, ogni azione improvvisa diventa un input nel sistema di disordine, controllato. Attraverso questa lente, Mosca può giustificare le proprie azioni come necessarie per proteggere interessi, influenzare equilibri regionali e sfruttare opportunità tattiche, mostrando come il caos strutturale crei spazi operativi a favore dei propri obiettivi. ciò che conta non è il rispetto di norme internazionali, considerate decadute, bensì la capacità di manipolare con successo le condizioni del conflitto, sfruttando la frammentazione e l’incertezza a proprio vantaggio.
Il passaggio da una guerra convenzionale a un conflitto ibrido o di “controllato disordine” permette a Mosca di perseguire obiettivi strategici con modalità indirette: destabilizzazione, pressione su attori regionali, influenza sugli assetti di potere locali, senza necessariamente assumersi la responsabilità diretta di uno scontro frontale.
La domanda da porsi è: cosa c’è dietro questa scelta: una razionalità geopolitica? l’ordine internazionale percepito come stabile è collassato? Probabilmente è solo uno spostamento di prospettiva nel quale la lotta per la supremazia agisce su un piano di gestione del caos. Quindi chi domina l’incertezza, controlla le narrative, modella le alleanze e scompone le coalizioni trovandosi in posizione di forza. In un mondo frammentato, un attore come la Russia, meno vulnerabile a leadership democratiche fragili o a opinioni pubbliche volubili, può capitalizzare questa condizione per espandere la sua influenza senza dover sostenere costi istituzionali tipici di un conflitto aperto.
La “teoria del caos” russa rappresenta una rielaborazione teorica della guerra ibrida e della strategia di potenza per l’epoca contemporanea. Non è una giustificazione di ciascun atto violento, ma una cornice intellettuale che mira a normalizzare lo stato di instabilità permanente come condizione strutturale, un contesto in cui la legge non è più quella delle norme condivise, ma quella della forza, della manipolazione e anche dell’opportunità.
Nel caso siriano, o in altri teatri di crisi non è un cedimento improvvisato, ma un calcolo strategico: un modo per navigare in un sistema multipolare e caotico, dettare agende geopolitiche, consolidare vantaggi e ridefinire le regole del conflitto secondo la propria convenienza.




