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Come è cambiata la comunicazione di Giorgia Meloni

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comunicazione politica

Dalla contrapposizione del “noi contro loro” alla costruzione di un’immagine di governo

Analizzare la comunicazione politica significa andare oltre le parole pronunciate da un leader e cogliere la struttura narrativa che esse costruiscono nella mente delle persone.

La politica, infatti, non vive soltanto di decisioni e programmi, ma anche della capacità di trasformare fatti, valori ed emozioni in una storia comprensibile per il pubblico.

Osservando gli ultimi interventi pubblici di Giorgia Meloni emerge un elemento particolarmente interessante: la progressiva trasformazione della sua retorica, passata dalla dimensione del leader di opposizione, chiamato a conquistare consenso, a quella del presidente del Consiglio, chiamato a consolidare autorevolezza e legittimazione.

Basti pensare, per esempio, al discorso di insediamento alla Camera quando rivendicò che il governo era lì per “servire la Nazione” e non per occupare poltrone: una formula che sintetizza bene il passaggio dalla sfida politica alla responsabilità istituzionale.

Durante gli anni dell’opposizione, Giorgia Meloni costruiva gran parte della propria comunicazione attraverso una forte identità alimentata dalla contrapposizione: un “noi” alternativo alla classe dirigente tradizionale e un “loro” identificato con un sistema politico giudicato distante dai cittadini.

Era una comunicazione efficace perché rispondeva alla logica tipica del leader che deve emergere in un contesto competitivo: definire una differenza netta, creare appartenenza e trasformare il consenso in partecipazione emotiva.

Con l’assunzione del ruolo istituzionale, però, questa impostazione ha dovuto necessariamente cambiare, la Presidente del Consiglio non può più limitarsi a rappresentare una parte politica, ma deve costruire la percezione di una leadership capace di rappresentare l’interesse generale.

La sua retorica conserva alcuni elementi originari, come la contrapposizione e la definizione dell’avversario, ma li inserisce in una narrazione più ampia, nella quale il tema centrale diventa la credibilità dell’Italia e la capacità del Governo di guidare la Nazione in una fase estremamente complessa, con due guerre in corso e i loro effetti sull’economia e sugli equilibri internazionali.

Uno degli elementi più forti della comunicazione di Giorgia Meloni è la costruzione dell’ethos, cioè dell’immagine del leader come persona credibile e coerente.

Nei suoi discorsi raramente prevale la figura del politico tecnocratico che fonda la propria autorevolezza esclusivamente sui numeri o sulla competenza specialistica; emerge, invece, soprattutto, il profilo della persona che rivendica una linea politica mantenuta nel tempo e presenta la coerenza come una forma di affidabilità.

In questo senso è significativa anche la celebre dichiarazione “Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono cristiana”, diventata un marchio identitario prima ancora che uno slogan: al di là del contesto originario, quella formula mostra bene come la Meloni trasformi elementi biografici e valoriali in una prova di autenticità politica.

Questo meccanismo retorico è particolarmente importante perché consente di trasformare una caratteristica personale in una qualità politica dove la coerenza diventa prova di serietà, la determinazione diventa prova di capacità decisionale e la continuità delle proprie posizioni diventa una garanzia nei confronti degli elettori, nella sostanza prima ancora di convincere sul contenuto di una proposta, il leader deve convincere sulla propria credibilità.

Tra le figure retoriche utilizzate più frequentemente dalla Meloni c’è l’antitesi, cioè la costruzione del discorso attraverso opposizioni nette, non cerca di contrapporre idee politiche differenti, ma di organizzare la realtà secondo alternative secche: responsabilità contro irresponsabilità, pragmatismo contro ideologia, interesse nazionale contro interessi particolari.

Questa tecnica è molto efficace, perché riduce la complessità del dibattito pubblico e offre al pubblico una chiave interpretativa immediata.

La politica contemporanea è caratterizzata da problemi estremamente complessi, ma il linguaggio politico deve spesso trasformarli in messaggi comprensibili e memorabili, l’efficacia di uno slogan, ad esempio, si concretizza quando questo consente alla persona che ascolta di memorizzare quell’argomento dopo averlo capito.

L’antitesi svolge proprio questa funzione: crea una mappa mentale nella quale il cittadino può orientarsi rapidamente.

Naturalmente, questa strategia non è esclusiva della Meloni e appartiene alla tradizione della comunicazione politica di tutti gli schieramenti, ogni leader tende a costruire una distinzione tra la propria visione e quella degli avversari; la differenza sta nella capacità di rendere questa contrapposizione coerente con la propria identità politica.

Nel caso della Presidente del Consiglio svolge un ruolo importante anche la sua capacità di essere empatica e diretta.

Uno degli aspetti più interessanti dell’evoluzione comunicativa di Giorgia Meloni riguarda l’uso del pronome “noi”.

Quando era all’opposizione, il “noi” indicava soprattutto una comunità politica e culturale: coloro che si riconoscevano in una determinata idea di società e di Stato.

Oggi, invece, quel “noi” tende ad allargarsi fino a comprendere l’intera comunità nazionale, lo si vede bene proprio nel discorso di insediamento alla Camera, quando il riferimento al servizio della Nazione sostituisce la logica della parte con quella dell’unità istituzionale, non sono più il leader di uno schieramento politico ma il capo del Governo della Nazione.

Questa trasformazione è tipica dei leader che arrivano al governo e devono modificare la propria narrazione: il consenso non viene più costruito soltanto attraverso l’appartenenza, ma attraverso la rappresentazione di una responsabilità collettiva.

Dal punto di vista retorico si tratta di un passaggio molto significativo, perché permette al leader di spostarsi dalla dimensione del partito a quella istituzionale, la sfida comunicativa consiste proprio nel mantenere l’identità originaria senza apparire prigionieri di essa.

Un altro elemento centrale è l’uso delle metafore; la politica è piena di concetti astratti – crescita, sicurezza, sovranità, sviluppo, cambiamento – per renderli comprensibili, il leader deve trasformarli in immagini capaci di restare nella memoria collettiva.

Quando un politico parla di “strada”, “svolta”, “muro”, “vincoli” o “peso della burocrazia” non sta semplicemente usando un linguaggio colorito, ma sta costruendo una rappresentazione della realtà.

La metafora orienta il modo in cui il pubblico interpreta un problema: una strada può essere percorsa, un muro può essere abbattuto, un peso può essere eliminato.

È proprio questa la forza della retorica in politica: non si limita a descrivere il mondo, ma contribuisce a costruire la lente attraverso cui il mondo viene osservato.

Nella comunicazione politica contemporanea, anche il dato che riguarda l’economia raramente viene presentato come un elemento neutro: viene invece inserito dentro una narrazione più ampia, dove il numero deve avere un significato politico e deve rispondere a una domanda fondamentale: che cosa dimostra? Che cosa vuol dire? Quali conseguenze può provocare?

Nella comunicazione della Meloni i risultati economici vengono spesso utilizzati per sostenere una narrazione di affidabilità; alle critiche iniziali e alle previsioni negative viene contrapposta la rivendicazione di una realtà diversa, nella quale la strategia del Governo avrebbe prodotto risultati concreti.

Il dato, quindi, non è soltanto informazione, ma diventa un elemento retorico al servizio della costruzione dell’ethos del leader.

La vera sfida comunicativa per Giorgia Meloni nei prossimi anni sarà probabilmente questa: riuscire a mantenere la forza identitaria che l’ha portata al successo senza trasformarla in una comunicazione esclusivamente difensiva o autoreferenziale.

Un leader di opposizione deve mobilitare, un leader di governo deve convincere anche chi non lo ha votato; è necessario, quindi, passare dalla logica della battaglia politica alla logica della responsabilità istituzionale, mantenendo, però, riconoscibile il proprio profilo, cosa questa che, a mio parere, riesce molto bene al Presidente del Consiglio anche per doti naturali, oltre che per la lunga militanza politica.

Dal punto di vista della comunicazione politica, questo passaggio è molto interessante perché mostra come la retorica di un leader non sia mai statica, ma cambi insieme al ruolo che ricopre.

Come già ho accennato, Giorgia Meloni oggi non comunica più soltanto per conquistare il consenso: ma comunica per consolidare una narrazione nella quale la propria leadership, la stabilità del Governo e la credibilità internazionale dell’Italia diventano elementi di un’unica storia politica.

Ed è proprio questa la chiave per comprendere la sua strategia comunicativa: non soltanto convincere gli italiani di una determinata scelta politica, ma costruire il racconto di una leadership che si presenta come parte integrante del destino della Nazione.

Autore

  • Adolfo Tasinato

    Laurea in Comunicazione e Marketing, Master in comunicazione digitale. Iscritto all'Ordine dei Giornalisti, socio della Associazione Giornalisti 2.0. Scrivo per il Nuovo Giornale Nazionale.

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