Home Opinioni BOLOGNA, UNA DOVEROSA RIFLESSIONE

BOLOGNA, UNA DOVEROSA RIFLESSIONE

0

di Nino Orlandi

Non voglio infierire, ricordando alle Somme Autorità dello Stato che anche nei casi Dreyfus e, prima ancora, Galileo, le verità “accertate giudizialmente” erano il contrario della verità reale. Capisco chi ricopre cariche istituzionali. Mi limito a ricordare che a quella verità giudiziale sulla strage di Bologna sono in molti a non credere. Per molte buone ragioni. Che sono queste.

1-Il 19 agosto 2011 la Procura di Bologna indagò su due terroristi tedeschi, Thomas Kram e Christa Margot Frohlich, entrambi legati al gruppo del terrorista «Carlos», i quali risulterebbero presenti a Bologna il giorno dell’attentato, seguendo così la pista del terrorismo palestinese e/o mediorientale, mai accettata dal presidente dell’Associazione famigliari vittime Paolo Bolognesi, e invece ripetutamente riproposta da Francesco Cossiga.

2-Francesco Cossiga, in una lettera indirizzata a Enzo Fragalà – capogruppo di Alleanza Nazionale nella commissione Mitrokhin (che si occupava del noto archivio di documenti del KGB sovietico) assassinato nel 2010, il cui presidente, Paolo Guzzanti, si trovò poi d’accordo con le rivelazioni di Cossiga – ipotizzò un coinvolgimento palestinese (per mano del FPLP e del gruppo tedesco Separat di Ilich Ramírez Sánchez, noto come «comandante Carlos», venezuelano filopalestinese e insignito della cittadinanza onoraria di Palestina dal leader OLP Yasser Arafat, secondo le sue affermazioni) dietro l’attentato.
3-Nel 2008 Francesco Cossiga, in un’intervista al Corriere della Sera, ribadì la sua convinzione secondo cui la strage non sarebbe da imputarsi al terrorismo neofascista, ma ad un incidente di gruppi della resistenza palestinese operanti in Italia: il Compound B (esplosivo al tritolo e T4) non può però detonare accidentalmente, e occorre comunque un innesco per le gelatine esplosive (seppur trattandosi di nitroglicerina, quindi più instabile), di cui la bomba era composta in parte maggiore. Allo stesso tempo si dichiarò convinto dell’innocenza di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti.
4-Oltre a Francesco Cossiga, Giovanni Pellegrino (PD) e Andrea Colombo (Il Manifesto), esiste un movimento innocentista che afferma che Mambro, Fioravanti e Ciavardini non siano colpevoli della strage: in una sede romana dell’associazione di sinistra ARCI, nacque nel 1994 il comitat, ad opera di personalità politiche e culturali di estrazione diversa, tra cui Elio Vito, Liliana Cavani, Giovanni Negri, Marco Taradash, Andrea Colombo, Giovanni Minoli, Sandro Curzi, Oliviero Toscani, Giampiero Mughini.
5-Anche la brigatista rossa Barbara Balzarani (Compagna Luna) dichiarò la sua convinzione che la Mambro e Fioravanti non fossero i responsabili della strage.
6-Nel maggio 2007 il figlio di Massimo Sparti (malvivente legato alla Banda della Magliana e principale accusatore di Fioravanti e Mambro) ha dichiarato: «Mio padre nella storia del processo di Bologna ha sempre mentito».
7-Il terzo condannato, Luigi Ciavardini, venne invece accusato da Angelo Izzo, criminale pluriomicida noto come il «mostro del Circeo», spesso rivelatosi inattendibile.
8-Un’ipotesi nota riguarda il cosiddetto lodo Moro, del quale parla anche lo stesso Aldo Moro nel memoriale scritto durante la prigionia, riguardante un accordo segreto con la dirigenza palestinese, trattato dal colonnello del SISMI Stefano Giovannone. Tra il 1999 e il 2006, durante i lavori istruttori della Commissione Stragi (XIII legislatura) e poi della commissione d’inchiesta riguardante il dossier Mitrokhin e l’attività d’intelligence italiana (XIV legislatura) sono emersi elementi inediti sui collegamenti internazionali del terrorismo italiano e sulle reti dei servizi segreti dell’ex blocco sovietico e dei principali Paesi arabi come Siria, Libano, Libia, Yemen del Sud e Iraq.
9-Grazie a queste informazioni è stato possibile riannodare i fili di una trama occultata per 25 anni e scoprire i punti nevralgici di uno dei segreti più sensibili della Repubblica: gli accordi con la dirigenza palestinese (il cosiddetto lodo Moro, che prevedeva nessun coinvolgimento diretto dell’Italia in attentati palestinesi in cambio di libero accesso al territorio da parte dei gruppi antisraeliani legati all’OLP: in più i Paesi arabi avrebbero garantito adeguato afflusso di petrolio per l’Eni); i retroscena del traffico di armi tra FPLP e Italia (e l’origine militare, occidentale o sovietica, dell’esplosivo usato a Bologna); le minacce al governo italiano per il sequestro dei missili di Ortona e l’arresto del capo dell’FPLP in Italia Abu Anzeh Saleh; i legami di Abu Anzeh Saleh con il terrorista internazionalista Ilich Ramírez Sánchez, detto «Carlos»; l’allarme dell’antiterrorismo italiano ai servizi segreti tre settimane prima della strage; il fallimento delle manovre della nostra intelligence per evitare l’azione ritorsiva; l’arrivo in Italia il 1º agosto 1980 del terrorista tedesco Thomas Kram legato al gruppo «Carlos» e ai palestinesi, e presente a Bologna il giorno della strage (poi rifugiatasi temporaneamente a Berlino Est il 5 agosto); possibile ritorsione per la rottura del lodo Moro.
10-Il depistaggio del SISMI sarebbe stato atto a coprire gli accordi segreti italo-palestinesi. A fronte di questi sospetti, il 17 novembre 2005 la Procura bolognese ha aperto un procedimento contro ignoti (7823/2005 RG).
11-Mino Pecorelli, giornalista assassinato nel 1979, parlò del lodo Moro commentando le parole dell’ex presidente democristiano in una lettera a Flaminio Piccoli, in cui Moro scrisse:
«Dunque, non una, ma più volte, furono liberati con meccanismi vari palestinesi detenuti ed anche condannati, allo scopo di stornare gravi rappresaglie che sarebbero poi state poste in essere, se fosse continuata la detenzione. La minaccia era seria, credibile, anche se meno pienamente apprestata che nel caso nostro. Lo stato di necessità è in entrambi evidente.» (Aldo Moro, lettera dal covo delle BR).
12-Il lodo Moro sarebbe stato coperto dai depistaggi in altre situazioni, come nel caso dei giornalisti Graziella De Palo e Italo Toni, scomparsi (probabilmente rapiti e poi assassinati dalla frangia OLP-FPLP di George Habbash) in Libano il 2 settembre 1980, mentre indagavano a Beirut sui legami tra servizi segreti, terrorismo e organizzazioni palestinesi. La Commissione Mitrokhin attribuì nel 2006 la responsabilità dell’omicidio di Toni e De Palo al FPLP, con il concorso di frange dei servizi segreti.
13-«Potrà sembrare, anche qui, una singolare casualità, ma è opportuno riferire per completezza del quadro storico e probatorio la circostanza che Carlos, a metà settembre 1980 (proprio nei giorni in cui si stava mettendo in moto la macchina delle coperture e dei depistaggi) si trovava in Libano, in contatto con ambienti politici filo siriani su probabile iniziativa della Libia. Italo TONI e Graziella DE PALO, dunque, furono sacrificati sull’altare dei “patti inconfessabili” tra entità italiane e terrorismo palestinese. È proprio per coprire e tutelare questi “accordi” che i vertici del nostro servizio segreto militare furono costretti a creare una vera e propria “pista alias” che, attraverso un gioco di specchi duplicanti, doveva determinare (semmai gli inquirenti avessero rivolto le loro attenzioni in quella direzione) la deviazione dell’inchiesta in un luogo e su contesti opposti e speculari a quelli che costituivano la verità. Questo vale per il caso dei missili di Ortona, per la strage di Bologna e per la sparizione dei due giornalisti in Libano.» (Relazione della Commissione Mitrokhin sul gruppo Carlos e l’attentato del 2 agosto 1980).
14-Cossiga afferma che lo stesso Habbash gli mandò un telegramma dopo il sequestro dei missili di Ortona nella macchina di Daniele Pifano, leader di Autonomia Operaia, per avvisarlo che l’Italia stava rompendo l’accordo e violando i patti. Il terrorismo arabo-palestinese si rese responsabile di due stragi sul territorio italiano, entrambe a Fiumicino: nel 1973 (prima della stipula dell’accordo) e nel 1985 (dopo la rottura).
15-Inoltre il 15 febbraio 1984, su richiesta dell’OLP con la quale i brigatisti collaboravano da anni, le BR-PCC uccisero a Roma Ray Leamon Hunt, il comandante in capo della Sinai Multinational Force and Observer Group, la forza militare multinazionale dell’ONU nel Sinai: nel documento di rivendicazione viene affermata la necessità di un intervento antimperialista. Le FARL rivendicarono l’azione insieme alle BR-PCC. Il politologo Giorgio Galli indicò in Maurizio Folini («Corto Maltese») il tramite per cui le armi dell’OLP e di Muʿammar Gheddafi giungevano alle BR, circostanza confermata dal terrorista in persona che utilizzava la sua barca da diporto per il trasporto del materiale bellico. Si è anche scritto che le BR erano in contatto fin dal 1973 con l’OLP al fine di ricercare un trampolino di lancio sulla scena internazionale. La figura della terrorista palestinese Leila Khaled affascinava addirittura Mara Cagol.
16-«Carlos lo sciacallo» fu anche responsabile di alcune bombe in Francia, come rappresaglia per l’arresto della sua prima moglie e di altri militanti (il che non rende inverosimile la vendetta per il sequestro dei missili e l’arresto di Abu Anzeh Saleh), e che egli stesso, pur essendo condannato per undici omicidi, ha riconosciuto di aver causato più di 1.000 vittime, di cui 200 come «danni collaterali»: a differenza delle BR o dei NAR, che colpivano obiettivi precisi e rivendicavano il tutto, l’associazione Separat-FPLP non esitava nel colpire anche persone che erano, dal loro punto di vista, innocenti conclamati, pur di raggiungere l’obiettivo «rivoluzionario» (o per semplice ritorsione, come le bombe sui TGV francesi e l’attentato della stazione Saint-Charles di Marsiglia).
Concludendo, capisco che chi ha murato la lapide in cui veniva indicata la responsabilità neofascista prima che la verità fosse stata accertata, non voglia che quella verità venga messa in discussione.
Capisco chi su quella verità cerca di costruire consenso a buon mercato.
Capisco che lo Stato finora non abbia voluto togliere il segreto sui documenti raccolti dai servizi segreti.
Quello che non capisco è la pratica di accusare di voler manipolare la verità a chi sulle verità ufficiali, comprese quelle giudiziali, esercita la virtù del dubbio. Non per modificare la verità giudiziale, ma per andare in cerca di quella reale. Come con Dreyfus e con Galileo.

Autore

  • Redazione

    Nuovo Giornale Nazionale è una testata Online totalmente indipendente, di proprietà dell’associazione Libera Stampa e Libera Comunicazione LIBERCOM.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui