di Giorgio Cattaneo
La foto è del maggio 2023, ma sembra scattata oggi: da un po’, in Romagna, il tempo sembra non passare mai. Tre alluvioni in un anno e mezzo. L’ultima adesso, con meno acqua di piena, ma più tronchi galleggianti: trasformatisi in arieti, hanno sventrato case irrompendo nella pianura dopo la breve corsa dei fiumicelli appenninici gonfiati dai temporali. Quelli, di solito, sono solo rigagnoli. Il piccolo Lamone, il minuscolo Marzeno: di colpo trasfigurati, nemmeno fossero l’Orinoco. E là sotto, travolti dall’onda d’urto, i romagnoli assediati dal fango.
Cittadine allagate, in cui navigano i mezzi anfibi. Elicotteri che salvano bambini e anziani. Lacrime a stento trattenute. E tanta rabbia. Un coro: in un anno e mezzo, le autorità non hanno fatto niente. Dopo il dissesto catastrofico del 2023, era ovvio che il primo acquazzone sarebbe stato fatale. Frane ovunque, voragini, interi boschi divelti. Ironia della sorte: persino le rare operazioni di pulizia degli argini, incomplete e incompiute, si sono rivelate un rimedio peggiore del male. Motivo: i tronchi abbattuti, rimasti sui greti, sono diventati proiettili che hanno schiantato muri, spazzato automezzi e travolto ponti, creato dighe e sfondato argini.
I nudi servizi filmati offerti da Local Team nei sobborghi di Faenza parlano da soli: in una regione trasformata in pericolosa palude, dove non si conta nemmeno più l’ammontare dei danni, nessuno ha ancora visto l’ombra di un risarcimento. Negli occhi di tutti – madri e giovani coppie, lavoratori di ogni età, pensionati – si legge lo smarrimento di chi, fino a ieri, in qualche modo confidava ancora nelle istituzioni: la Regione, il governo di Roma. Invece ora gli uffici si rimpallano le accuse, dicono i superstiti: giocano comodamente allo scaricabarile.
E dov’è finito quel famoso generalissimo, il salvatore nazionale nominato da Mario Draghi, poi incaricato di rimediare al disastro della Romagna? Sparito, a quanto pare: sommerso pure lui (dall’italica burocrazia). L’alto ufficiale degli alpini, quello che nel 2021 aveva promesso di “stanare casa per casa” gli italiani renitenti alla leva sanitaria, per gli alluvionati romagnoli è solo un fantasma lontano. L’ennesimo disperso di un paese che riesce ancora a garantire soccorsi di primo livello, ma in sedici mesi, tra Forlì e Cesena, non è stato in grado di tamponare nemmeno le falle più piccole.
Si trattava di esaudire la pressante richiesta della popolazione: aprire qualche cantiere per disinnescare almeno la minaccia dei pochi punti risaputamente pericolosi, lungo quegli esigui torrenti a cui il boom edilizio ha negato la possibilità di esondare nei prati, senza danni. Il clima è cambiato, ripetono i tanti esperti improvvisati: come se le alluvioni non fossero mai esistite, prima. Anche le bizze climatiche vengono impugnate come arma, per assolvere chi non fatto nulla per impedire il ripetersi dello spettacolo: famiglie sfollate che hanno perso tutto, capannoni distrutti, cittadini che si sentono traditi da chi avrebbe dovuto difenderli.
Il naufragio generale della politica è vistoso: un elettore su due ha smesso di votare, l’altro è rassegnato a partiti che litigano tra loro e si occupano di tutto, tranne che del benessere degli italiani. La prosperità del paese? Sabotata dai poteri che utilizzano l’Unione Europea come clava. È tornato in auge persino il Patto di Stabilità: quello che svuota le casse pubbliche, scava le buche nelle strade e moltiplica gli autovelox. La cara, vecchia austerity europea: il rigore arbitrario, presentato come legge divina. Una sciagura che disastra la scuola e la sanità, soffoca le aziende a suon di tasse, trasforma in miraggio la soglia dell’età pensionabile.
I signori governatori del Politburo emiliano sembrano dinosauri d’altri tempi, in cui vigeva il Partito Unico: si trastullano chiacchierando di destra e sinistra, come nella famosa canzone di Gaber. Sul fronte opposto, dove Vannacci continua a dilettare la perfida stampa nostrana, si registra l’annaspare di Salvini. Brilla per cinismo la sua arcinemica, Carola Rackete, che sprona la Germania ad armare Kiev con missili a lungo raggio. Kiev: la capitale del famoso leader in maglietta verde, osannato da Giorgia Meloni come nuovo eroe dei due mondi.
Già, Giorgia: dispersa pure lei, tra le fiabe africane del suo Piano Mattei e le incresciose trattative sull’orlo di quella pattumiera chiamata Commissione Europea. I volti dignitosi dei romagnoli terremotati dalla piena non ammettono repliche ipocrite e disoneste. Gli alluvionati non cercano colpevoli, non sono interessati alla disputa tra finti buoni e veri cattivi. La rissa in corso tra Grillo e Conte? Entusiasmante: a patto che i due accettassero di sfidarsi in un faccia a faccia. Ma non a Roma, o a Genova. No: andassero a Faenza, in mezzo al fango e alle macerie. Almeno avrebbero il piacere di sentirsi cordialmente salutare dai romagnoli.
Uomini e donne nel fango, naufraghi di un paese che non c’è più. Non vogliono nemmeno soldi, anche se non sanno più dove dormire: pretendono sicurezza, semmai. Certezze. Qualcosa di cui fidarsi, da cui ricominciare a costruire futuro, rimboccandosi le maniche. L’indifferenza e l’impotenza dei decisori di fronte alla catastrofe civile della Romagna raccontano un altro disastro, immane: l’estinzione della politica come patria, della nazione come scudo. Nel cielo europeo volano missili, sui disperati del Medio Oriente cadono bombe. E nessuno – davvero, nessuno – ha idea di dove si possa iniziare a riparare i danni, a rimettere in carreggiata l’avvenire.




