di Giuseppe Augieri
Il grido, nel clima rovente dell’estate, è questo: arriva l’autunno caldo. Ed il ricordo va all’autunno del 1969. Ma siamo lontani mille miglia da quella stagione.
Come allora, i salari sono ad un livello insoddisfacente, come allora il sistema industriale marca lentezze rispetto ad un mondo che invece si muove con grande velocità, come allora il basso livello salariale è la molla che fa scattare la competitività, come allora la questione industriale si incrocia con la questione meridionale, anche se con connotati diversi. Ma, diversamente da allora, i tavoli di crisi si moltiplicano; ritorna la cassa integrazione; il tessuto di piccole e medie aziende si sta sfaldando e quelle medie non riescono ad acquisire la massa critica necessaria per crescere; la migrazione dell’economia dall’industria e manifatturiero ai servizi è sempre più veloce. E la globalizzazione è morta, senza lasciare eredi sicuri. I tre ambiti di crisi, quella sociale, quella economica e quella politica, lucidamente tratteggiate in un articolo di Stefano Cigolani, impongono un cambio di marcia. In un ambiente sociale che gronda odio e violenza in ogni forma: e non è un dettaglio.
Cambio urgente, perché tutti gli indicatori mandano messaggi contraddittori e disperati: il PIL che cresce ma in maniera disordinata; l’occupazione che cresce ma non abbatte in proporzione la povertà; i consumi che languono e tuttavia l’inflazione falcidia soprattutto il carrello della spesa; i risparmi dei privati nelle banche che sono in crescita, ma non quelli della classe media che è costretta a rosicchiare il suo risparmio. E quest’ultimo dato fa esulare gli allarmi dall’ambito economico e li porta sul piano sociale: la politica dei servizi è al lumicino; l’abbandono di rappresentanza della classe media è visibile non solo in termini economici, ma anche in termini di offerte di opportunità di crescita. La posizione dell’Italia in Europa, ultima per l’occupazione giovanile di diplomati e laureati, dice che è carente anche l’offerta di lavoro adeguata, un ulteriore sintomo di un ascensore sociale bloccato. Bisogna spicciarsi: dobbiamo “spiegarci” qualcosa oppure anche da noi arriverà la vera destra. Se qualcuno mi risponde che tutto ciò è colpa di Meloni, lo cancello, nella mia testa, dal novero delle persone che hanno un cervello pensante.
Ma non dovremo dare spiegazioni solo a noi stessi. Draghi ha pronto il dossier per il rilancio dell’Europa, commissionatogli dalla passata gestione Ursula, che doveva rispondere a questa domanda: perché i 27 Paesi che fanno parte dell’Unione Europea non riescono a essere ai livelli di Usa e Cina. “Mentre gli USA hanno attirato imprese esterne nella loro industria e la Cina ha migliorato le catene di approvvigionamento tech e green, l’Europa è rimasta al palo”. Un “errore”, scusate se è poco. L’Industrial Deal proposto da Draghi ha come soluzione investimenti in difesa e sicurezza, ma soprattutto nelle nuove tecnologie. Se ne sa poco delle 400 pagine scritte, ma il messaggio è chiaro: nulla potrà essere come è stato finora.
Questo già basta per capire quale rivoluzione deve avvenire in Italia, e che senza una Politica vera ci sarà lo strazio sociale ed economico. Per le crisi prima tratteggiate. E perché questa Europa, siamone certi, che ha perso ogni parametro di riferimento fino a quello filosofico, che ha chiacchierato di una destra brutta e cattiva e non l’ha mai affrontata, che ha gridato vanamente “al lupo” ed ora che il lupo è davvero arrivato annaspa alla ricerca del che fare, questa Europa si chiuderà a riccio, anche nelle novità, sulle sue antiche certezze di politica economica e monetaria, cercando rifugio in sicurezze che non erano tali. E questo è ora palesemente dimostrato: la crescita delle destre non è un paradosso ma è proprio quello che bisognava aspettarsi. Tuttavia questa Europa, ignara della sconfitta, imporrà a tutti di credere in quelle sicurezze, senza fare sconti.
Politica, dunque. Ma Politica è una parola vaga. Va definita con precisione. Se c’è un’opposizione che, ai primi annunci della manovra economica, spara giudizi di “manovra troppo onerosa senza copertura”, di “manovra non espansiva”, e però prende le distanze da ogni taglio anziché pretendere scelte diverse, la politica sarà solo quella del Governo. Non basta. L’Europa chiede che i Paesi – soprattutto quelli a rischio di procedura di infrazione – devono presentare piani dettagliati che spieghino come pensano di uscire dall’eccesso di deficit, piani che “devono essere discussi con i corpi intermedi, le parti sociali, a cominciare dalle organizzazioni sindacali”. Non mi sembra che questi ultimi possano limitarsi a dire solo dei no alle scelte operate dal Governo, e fermarsi alla suggestione del salario minimo per legge. Nel predisporre – questa è la mia speranza – un piano di interventi, devono definire gli obiettivi che intendono realizzare ma all’interno delle compatibilità che, prima ancora dell’ Europa, la logica determina. Io vedo invece ipotesi di forti manifestazioni e fino allo sciopero generale per una “classe operaia senza paradiso” per dirla con Marc Lazar.
Questo non è Politica. Quel 1969 è lontano non solo in termini di tempo, ma perché vedeva un Sindacato che oggi non c’è più, un centro sinistra progressista, riformista e – non guasta – libertario che non c’è più.
Bisogna uscire dalle nebbie. Sindacati, sinistra riformista: dove siete? E, scusatemi l’impudenza, ma dove sono i cattolici?




