Dall’ordinanza emergono elementi che fanno pensare ad un tentativo di deviare le indagini da parte del faccendiere
C’è un passaggio dell’ordinanza sull’attentato a Ranucci che merita attenzione.
Quattro giorni dopo l’esplosione davanti a casa di Ranucci, il 20 ottobre 2025, Lavitola scrive al giornalista un messaggio dove dice che forse hanno avuto notizie da intelligenze straniere per muoversi così, a suo modesto avviso.
Si riferisce all’attentato.
Nei mesi successivi va avanti su quella linea.
Gli gira gli articoli che rilanciano la pista camorristica. Gli chiede il via libera per fare tutto il casino che gli viene in mente se non arriva la seconda auto di scorta.
Gli spiega che esistono programmi di intelligenza artificiale capaci di calcolare il suo livello di rischio e che quel livello è altissimo.
Gli descrive come dovrebbe muoversi la staffetta di protezione: quattro uomini, un cerchio fino all’ingresso, arrivo dieci minuti prima. Se non ne parli tu col caposcorta, gli dice, ci penso io.
Il tassello che chiude il quadro lo mette un giornalista di Report, sentito dai magistrati il 10 luglio scorso.
Racconta che a marzo Lavitola gli aveva prospettato la pista dei servizi segreti italiani e israeliani e che oggi quell’avvicinamento lo legge anche come un possibile tentativo di depistaggio.
Precisa che il messaggio mandato a Lavitola la sera della perquisizione era una sua iniziativa da cronista, non una richiesta di Ranucci, e che il giorno dopo, a mente fredda, ha deciso di lasciar perdere.
Qui serve un’avvertenza di metodo.
Lavitola è indagato, non condannato, e il passaggio sul depistaggio resta una lettura del giudice, costruita per indizi. Ma merita attenzione, perché tocca un meccanismo che in Italia conosciamo bene.
Lavitola è un uomo di mondo, uno che frequenta ambienti dove si costruiscono le narrazioni prima ancora dei fatti.
E sa che nel nostro Paese la scorciatoia investigativa più comoda, e insieme la più paralizzante, è quella del terzo livello. Basta evocare i servizi, i poteri occulti, e l’inchiesta si sposta da chi ha ordinato e materialmente comprato l’esplosivo a un orizzonte che non si tocca e non si smentisce.
La pista alla “Scarpinato maniera” ha un vantaggio enorme per chi la semina: non è verificabile e mentre tutti guardano in cielo nessuno guarda i fatti nudi e crudi.
Non è un metodo inventato ieri.
I corleonesi lo hanno usato con freddezza chirurgica usando rivendicazioni con la sigla Falange Armata. Lo stesso Riina, in un processo, accusò i servizi segreti ricordando che lui era solo un povero contadino.
La lezione è sempre la stessa: il depistaggio più efficace non nega il fatto, ma piazza le tesi del terzo livello per renderlo inafferrabile.
Se la ricostruzione del GIP regge, quella è esattamente la tecnica adottata qui. Un ordigno da poche centinaia di grammi di gelatina da cava, materiale vecchio recuperato in un circuito illecito, piazzato da manovalanza campana pagata mille euro.
E sopra, subito dopo, la nebbia: la camorra, i servizi, il Mossad, gli odiatori sui social, il livello di rischio calcolato dall’algoritmo. Più il racconto sale, meno si vede il primo gradino.
Per capire chi mette la bomba conviene sempre partire dal basso. Dalle celle telefoniche, dai contratti di noleggio, dai mille euro in contanti.
Il resto, molto spesso, è la nebbia che qualcuno ha interesse a soffiare. Questa volta, dei bravi inquirenti, non si sono fatti fregare.





