
Può darsi che abbia inteso male, ma la mia povera mente non riesce a penetrare nelle ascose intenzioni e si ferma a quello che legge, tentando di capirne il significato.
E’ quello che tento di fare con le dichiarazioni del Presidente della Repubblica successive alla vicenda che ha visto un magistrato di Cassazione scrivere una mail ad una nutrita serie di suoi colleghi.
Il magistrato ha affermato che il Presidente del Consiglio è pericoloso, molto più pericoloso di Berlusconi, in quanto non ricattabile.
Questa la frase sulla quale meditare: “Meloni non ha inchieste giudiziarie a suo carico – si legge testo virgolettato del post – e quindi non si muove per interessi personali ma per visioni politiche e questo la rende molto più forte, e anche molto più pericolosa la sua azione (…)’”.
Credo che la Meloni e il suo partito debbano mandare un cesto di fiori al magistrato, in quanto, del tutto gratuitamente, neanche fosse un esperto di comunicazione e di propaganda di Fratelli d’Italia, ha certificato che la Meloni non è ricattabile.
Penso che ogni italiano di buon senso, che non abbia la testa nel sacco della biada catto-comunista, non possa che essere felice di avere come Presidente del Consiglio una donna non ricattabile, che non si muove per interessi personali, ma per visioni politiche.
Dobbiamo, davvero, un grande ringraziamento al magistrato di Cassazione per questa pubblica certificazione dell’integrità di Giorgia Meloni e della sua opera volta all’affermazione di visioni politiche.
Agire non per interessi personali, ma per visioni politiche è una proprietà tipica di un leader e il magistrato, di cui sopra, ci ha anche in poche righe detto che Giorgia Meloni è una leader.
Fin qui tutto fila, salvo che per il magistrato avere una visione politica, che la rende più forte, rende Giorgia Meloni più pericolosa.
E qui casca l’asino, quello che avendo la testa nel sacco della biada catto-comunista non coglie la gravità del fatto che un magistrato non è tenuto a giudicare la visione politica di un leader politico, ma ad applicare la legge.
Dire che Giorgia Meloni è un pericolo costituisce un’entrata a gamba tesa nella politica da parte di chi non dovrebbe farlo; è un vulnus alla separazione dei poteri e alla democrazia.
In uno Stato democratico e di diritto il suddetto magistrato dovrebbe essere richiamato immediatamente, soprattutto da chi è custode della Costituzione e presiede il Consiglio superiore della magistratura.
Accade che Giorgia Meloni non abbozza, non finge di non capire, ma dichiara di aver capito benissimo e convoca un Consiglio dei ministri per varare un provvedimento di legge che, al di là del contenuto specifico, costituisce una novità politica di grande rilevanza. Il messaggio è: la politica non abbassa la testa e non spetta alla magistratura governare.
La sfida è netta e non lascia spazio a fraintendimenti. Nessun magistrato è legittimato a definire pubblicamente che un Presidente del Consiglio liberamente e democraticamente eletto ha una visione politica ed è pericoloso in ragione di questa, tanto più pericoloso in quanto non ricattabile con provvedimenti giudiziari in corso.
Cosa vogliamo? Presidenti del Consiglio ricattabili? Politici tremebondi in quanto possessori di armadi pieni di scheletri?
Che logica è mai questa?
Ora, in questa aperta sfida, che non si vedeva da anni e che è arrivata alle estreme conclusioni, in quanto dai tempi di Mani Pulite i magistrati hanno messo le manette alla politica, il Capo dello Stato interviene con una dichiarazione che sembra più un rimprovero alla Meloni che una decisa reprimenda al magistrato che, come direbbe Nordio, è esondato dalle sue competenze.
Afferma Sergio Mattarella: “Tra le istituzioni e al loro interno la collaborazione, la ricerca di punti comuni, la condivisione delle scelte sono essenziali per il loro buon funzionamento e per il servizio da rendere alla comunità. Vi sono, in particolare, dei momenti nella vita di ogni istituzione in cui non è possibile limitarsi ad affermare la propria visione delle cose – approfondendo solchi e contrapposizioni- ma occorre saper esercitare capacità di mediazione e di sintesi. Questo è parte essenziale della vita democratica poiché le istituzioni appartengono e rispondono all’intera collettività e tutti devono potersi riconoscere in esse”.
La mia povera mente non è all’altezza di cogliere le segrete intenzioni e si limita a leggere una dichiarazione che ha tutto il sapore di una tirata d’orecchi alla Meloni, la quale non avrebbe dovuto dire che è la politica che decide la linea di governo e che, pertanto, legifera conseguentemente con decreti legge o con leggi ordinarie.
No, la Meloni avrebbe dovuto abbozzare, fingere di non aver capito, stare al gioco infinito di chi ogni giorno stoppa le determinazioni di una visione politica ritenuta pericolosa.
Continuo a capire male, probabilmente, perché le intenzioni non mi è dato di leggerle, ma leggo le dichiarazioni e l’aver detto, subito dopo il richiamo alla mediazione sui fatti istituzionali interni, che per conseguire gli obiettivi della transizione ecologica, “come del resto per guidare la transizione digitale, occorre fare leva su una governance sovranazionale”, significa, ancora una volta dire che il Governo nazionale, in buona sostanza, deve adeguarsi ad altri poteri. La governance è altrove.
Quindi Giorgia Meloni non deve difendere la sua funzione dagli attacchi dei magistrati e non deve che accomodarsi a seguire le indicazioni sovranazionali sulle transizioni.
“L’Unione europea, come noto – ha aggiunto Mattarella -, ha assunto tra le sue massime priorità le due transizioni ed è innanzitutto in quella sede che l’Italia deve fornire il suo contributo e far valere le sue posizioni. Esiste poi il problema, anche attraverso l’Unione europea, di rendere efficace la governance internazionale di entrambi i processi che rivestono una dimensione globale e richiedono di essere affrontati tenendo conto delle specificità culturali, sociali ed economiche delle diverse aree del pianeta”.
Una delle priorità di un’Europa cocciuta, che non vuol, riconoscere la realtà, è quella green, con particolare focus sulle auto elettriche.
Diceva Andreotti che a pensare male si fa peccato, ma molto spesso ci si azzecca. Pecchiamo e pensiamo male. Voi vedere che se lo Stato italiano decidesse di dare un contributo sostanzioso alla vendita della auto elettriche di Stellantis, improvvisamente Giorgia Meloni diverrebbe una statista di alta levatura anche per in giornali del gruppo Gedi? E non solo.
I migranti sono un business, come è acclarato da anni di statistiche.
Ce lo ricordiamo ancora quel Carminati, il quale, con la fedele collaborazione dei suoi affiliati, tra i quali Salvatore Buzzi (presidente di un importante consorzio di cooperative rosse) e Luca Odevaine (referente politico di spicco in materia d’immigrazione) era a capo di una ripartizione milionaria di fondi nel campo degli appalti e dei centri di accoglienza per gli immigrati?
La tratta degli esseri umani per Carminati ha sempre e solorappresentato una grande opportunità di business.
In un’intercettazione Salvatore Buzzi, in un dialogo con la collaboratrice Pierina Chiaravalle, disse una frase che vale un sistema: “Tu c’hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati, eh?……Il traffico di droga rende di meno”.
Toccare il business dei migranti è come opporsi a dare contributi a Stellantis: visioni pericolose.
Se c’è chi vuole delegittimare le pericolose visioni di Giorgia Meloni chiamando a raccolta i magistrati e chi ne vuole ridurre l’azione, annegandola nelle determinazioni delle priorità sovranazionali, c’è anche chi, entrando come è ormai consuetudine nelle vicende politiche nazionali, si scaglia, come fa la Cei del cardinale Zuppi, contro i centri all’estero, affermando che “i migranti non sono pacchi”.
Sono sempre di più gli osservatori e i vaticanisti che mettono in luce come, sotto la presidenza del cardinale Matteo Zuppi, la Conferenza episcopale italiana sia diventata una corrente esterna del PD, con il cattolicesimo ridotto a una serie di indicazioni per migliorare il mondo, con la fede ridotta a un impegno socio-caritativo per risolvere i problemi del pianeta e il Decalogo scambiato con l’Agenda Onu 2030.
Gira gira, comunque, se si vanno a indentificare le origini, le frequentazioni, le appartenenze, non si può non notare che c’è un’area cattolica di sinistra, in parte alleata con gli ex comunisti e con qualche socialista da tempo in cerca di casa, che non si rassegna a non essere l’inviata da Dio a governare il Bel Paese. E’ l’eccezionalismo italiano, che va di pari passo con quello degli americani (quaccheri, puritani) che credono di essere destinati da Dio a salvare il mondo.
Da questa area, ultimamente, proprio sulle ultime vicende, sembra essersi staccato Massimo D’Alema.
Sul tema del blocco al trasferimento dei migranti in Albania è stato intervistato Domenico Cacopardo. Il giurista, già consigliere di Massimo D’Alema premier (quando vicepremier era Mattarella), in un colloquio con l’HuffPost Italia, si è detto d’accordo con la Presidente del Consiglio: “Non spetta ai giudici dire quando un Paese è sicuro e quando no. Dopo la decisione di Roma ci troviamo di fronte a un effetto irragionevole: tutti gli egiziani e i bengalesi possono chiedere di venire in Italia. La sinistra sbaglia: deve adottare un’ottica togliattiana. E sbaglia anche la sinistra a cavalcare in questo modo un tema che porta consensi a Meloni. Togliatti non lo avrebbe fatto”.
Applicando il detto di Andreotti, è difficile pensare che Cacopardo non sia anche la voce di Massimo d’Alema.
Quel “Togliatti non l’avrebbe fatto” è un avvertimento alla Ditta, ossia alla componente ex comunista, che è necessario avere il senso del limite.
Massimo D’Alema, qualsia cosa si pensi di lui, è un leader, uno dei pochi ancora esistenti della vecchia guardia. Forse anche chi lo ha frequentato, in varie vicende, dovrebbe ascoltarne l’indiretto consiglio, sempre che il cattolicesimo sinistroide, oggi alleato dei liberal neo-con woke, non sia talmente accecato da non essere più in grado di comprendere.





