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Antropologia del declino occidentale

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Antropologia del declino occidentale

Da lupi cecoslovacchi a carlini

Antropologia del declino occidentale nelle riflessioni di Giorgio Bianchi

Quando un lupo cecoslovacco s’imbatte in un carlino, si chiede inevitabilmente cosa sia andato storto.

L’immagine, sarcastica, è una delle metafore più efficaci utilizzate dal giornalista e fotoreporter di guerra Giorgio Bianchi durante la conferenza Scenari di guerra e sicurezza dei popoli, tenutasi il 20 marzo nella città di Siena.

Nel corso dell’incontro – animato dalle domande di un pubblico particolarmente partecipe – Bianchi ha delineato una lettura dei conflitti contemporanei che tenta di ricondurre fenomeni apparentemente eterogenei a una medesima logica strategica: la guerra in Ucraina, la questione iraniana, il conflitto israelo-palestinese, la pandemia recente, l’informazione e la controinformazione, la digitalizzazione della società, il ruolo dei bio-laboratori e degli hub vaccinali, fino al tema scottante di un possibile progetto di depopolazione.

Il punto centrale della sua argomentazione non è tuttavia solamente geopolitico ma, piuttosto, antropologico.

Testimone dei fronti di guerra

La prospettiva di Bianchi si distingue da molte analisi accademiche per una ragione ben precisa: egli non ha osservato la guerra da una cattedra universitaria, ma da un fronte.

Giornalista freelance e fotoreporter, negli ultimi quindici anni ha documentato direttamente numerosi scenari di conflitto, in particolare nell’area post-sovietica. Dal 2014 segue infatti gli sviluppi della guerra nel Donbass, regione divenuta epicentro della crisi russo-ucraina.

In tale contesto, il conflitto non appare soltanto come una contesa territoriale, bensì come l’espressione di una più ampia ristrutturazione degli equilibri globali.

Le guerre contemporanee – nella sua lettura – non sono più eventi circoscritti, ma nodi di una rete geopolitica complessa che coinvolge economia, propaganda, tecnologia, biopolitica e controllo sociale.

In simile prospettiva, la guerra convenzionale rappresenta soltanto la dimensione più visibile di un conflitto sistemico assai più ampio e complesso.

Il filo rosso della crisi sistemica

Uno dei punti più insistiti dell’intervento riguarda l’esistenza di un fil rouge che collegherebbe fra loro diversi fenomeni del mondo contemporaneo. Secondo Bianchi, infatti, l’attuale configurazione geopolitica sarebbe caratterizzata da una progressiva convergenza tra conflitti militari regionali (Ucraina, Medio Oriente); strategie di dominio economico e finanziario; controllo dell’informazione e guerra cognitiva; gestione sanitaria globale e infrastrutture biotecnologiche; digitalizzazione delle identità e delle transazioni.

Ciò che emerge da questa convergenza è un modello di governance sempre più integrato, nel quale la distinzione tradizionale fra guerra e pace tende a dissolversi. In questo senso, il conflitto non rappresenterebbe un’eccezione del sistema, bensì uno dei suoi strumenti ordinari.

La metafora zoologica

È in questo quadro che s’inserisce la celebre metafora evocata durante la conferenza. Il lupo cecoslovacco – razza canina derivata dall’incrocio fra pastori tedeschi e lupi dei Carpazi – rappresenta simbolicamente una creatura ancora vicina alla natura: resistente, selezionata dalla sopravvivenza, capace di adattarsi a condizioni ostili. Il carlino, per contro, è l’esito di una selezione artificiale estrema: un animale plasmato per esigenze estetiche e domestiche, spesso fragile e dipendente dall’uomo.

Trasposta sul piano antropologico, la metafora diviene una critica radicale alla trasformazione dell’uomo occidentale contemporaneo. Secondo Bianchi, infatti, le società europee avrebbero progressivamente perso molte delle caratteristiche che storicamente garantivano la loro resilienza: coesione culturale, senso della continuità storica, capacità di difesa, fiducia demografica nel futuro.

Immigrazione e squilibrio antropologico

Un elemento particolarmente controverso della sua analisi riguarda l’impatto dei flussi migratori. Nel quadro delineato da Bianchi, l’Europa contemporanea sarebbe in una situazione paradossale: società sempre più anziane, demograficamente contratte e culturalmente disorientate si troverebbero a confrontarsi con popolazioni più giovani, numerose e culturalmente coese.

La metafora zoologica assume qui una funzione polemica: gli europei sarebbero diventati, nella sua rappresentazione, simili a carlini allevati in ambienti protetti, mentre altre civiltà continuerebbero a vivere secondo dinamiche più vicine alla competizione naturale.

In tale confronto finirebbe per imporsi, implicitamente, la logica primordiale della forza e della sopravvivenza.

L’illusione dei modelli consumistici

A tale declino antropologico si aggiungerebbe, nella sua analisi, un fenomeno culturale specifico: la costruzione di mitologie consumistiche. Uno degli esempi utilizzati durante la conferenza è stato quello del SUV: il veicolo sport utility, per definizione, suggerisce potenza, libertà e capacità di affrontare terreni difficili.

Nella pratica, tuttavia, la maggior parte di tali automobili non è progettata per un vero uso fuoristrada.

La metafora è lapalissiana: l’Occidente contemporaneo si rappresenterebbe attraverso simboli di forza che, in realtà, non corrispondono più alle sue condizioni reali. Il politicamente corretto, secondo questa lettura, contribuirebbe a consolidare simile illusione impedendo una discussione franca sulle fragilità strutturali della società occidentale.

Guerra cognitiva e controllo dell’informazione

Un’altra dimensione cruciale dell’analisi riguarda il ruolo dell’informazione. Nei conflitti contemporanei, la battaglia per il controllo delle narrazioni è divenuta importante quasi quanto quella per il controllo dei territori.

Le opinioni pubbliche – sostiene Bianchi – sono costantemente esposte a flussi informativi selezionati e gerarchizzati secondo logiche strategiche. In questo contesto, la distinzione tra informazione e propaganda tende a sfumare, mentre la controinformazione stessa rischia di diventare parte del medesimo campo di battaglia.

Pedine inconsapevoli sulla scacchiera globale

La conclusione della sua riflessione assume toni apertamente filosofici. Le società contemporanee, afferma Bianchi, si troverebbero spesso a partecipare a dinamiche geopolitiche di cui non possiedono una reale consapevolezza.

Gli individui agiscono come pedine su una scacchiera internazionale in cui i giocatori sono particolarmente abili, mentre le persone comuni ignorano le regole e perfino di stare giocando. Da qui la necessità – ribadita più volte durante la conferenza – di recuperare una forma di autonomia critica e di responsabilità storica.

Il tacchino induttivista

Per illustrare il rischio dell’autocompiacimento sociale, Bianchi è ricorso indirettamente anche al celebre paradosso epistemologico del “tacchino induttivista” reso popolare dal filosofo della scienza Bertrand Russell e ripreso più volte nella letteratura epistemologica contemporanea: il grande rischio, in effetti, è proprio quello di fare la fine di quello sprovveduto tacchino che si preparava entusiasticamente a celebrare il giorno del ringraziamento in compagnia dell’allevatore, finché non scoprì i dettagli della festa all’ultimo istante.

La morale della parabola è più che evidente: l’abitudine può trasformarsi in una pericolosa forma di cecità cognitiva. E l’Occidente contemporaneo pare essere obnubilato dalle proprie confortanti certezze proprio come il povero animale sgozzato dalla mano che l’aveva nutrito fino al giorno precedente.

Riprendere il controllo del destino

L’intervento di Bianchi si è concluso con un monito: se le società occidentali ed europee in particolare non recupereranno la capacità di leggere i processi storici nei quali sono immerse, rischieranno di subire decisioni prese altrove.

Il problema non concerne esclusivamente la geopolitica, ma la coscienza collettiva: la capacità di una civiltà di comprendere se stessa e di orientare il proprio futuro.

Fintantoché tale consapevolezza non verrà recuperata, l’Occidente continuerà a muoversi – nella metafora impietosa del giornalista – come un carlino che razzola inconsapevole nel bosco. Senza accorgersi che la foresta è ormai abitata da lupi.

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