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ANTISEMITISMO, AVVERSIONE CHE APPARE SENZA FINE

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di Sergio Restelli

L’ondata di antisemitismo che sta colpendo l’Italia e, più in generale, l’Occidente costituisce uno dei fenomeni più inquietanti del nostro tempo, poiché rimette in discussione non solo la sicurezza delle comunità ebraiche, ma anche la tenuta morale, democratica e civile delle società europee e nordamericane.

L’aggiornamento più recente dell’Oscad (Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori) mette in luce una tendenza allarmante, benché in lieve rallentamento rispetto all’impennata immediatamente successiva al 7 ottobre 2023, data dell’attacco terroristico di Hamas contro Israele, poiché da allora, la recrudescenza del conflitto israelo-palestinese ha acceso una miccia latente, riattivando forme di antisemitismo che da decenni serpeggiano sotto la superficie dell’opinione pubblica.

Un antisemitismo che cambia volto, ma non sostanza. L’antisemitismo oggi non si presenta più solo con i tratti novecenteschi del razzismo pseudoscientifico o delle teorie cospirative. È diventato fluido, digitale, talvolta mascherato da legittima critica politica. Tuttavia, quando la critica a Israele si trasforma in odio verso gli ebrei in quanto tali, in slogan che negano il diritto all’esistenza dello Stato ebraico, con paragoni tra Gaza e Auschwitz, si oltrepassa la linea della libertà di espressione per entrare nel territorio del discorso d’odio.

Le 345 segnalazioni raccolte da ottobre 2023 a maggio 2024 dall’Oscad vanno lette proprio in questo contesto: non come una lista esaustiva, ma come un termometro sociale. Tra scritte vandaliche (122 casi),hate speech online o nelle piazze (164), minacce, aggressioni verbali e fisiche, si conferma una varietà di espressioni antisemite che toccano scuole, università, social, media, quartieri urbani e manifestazioni pubbliche. È significativo che, pur trattandosi di un numero “minore” rispetto ad altri Paesi europei, in Italia i casi siano più che quadruplicati rispetto allo stesso periodo tra il 2022 e il 2023.

Un aumento del 400% è una soglia che non può essere minimizzata o normalizzata.

Il clima nelle università e l’ambiguità del dissenso

Preoccupa in particolare il clima che si è instaurato nei campus universitari italiani, in parte sull’onda di quanto avviene negli Stati Uniti, dove i cortei filo-palestinesi si sono trasformati in decine di casi di intimidazioni contro studenti ebrei. Venti segnalazioni in Italia, riportate da studenti israeliani, confermano che anche nei nostri atenei si sta affermando una zona grigia in cui il dissenso politico verso la guerra di Israele rischia di diventare pretesto per comportamenti discriminatori. Questo non significa negare il diritto a manifestare per la causa palestinese, né tantomeno ignorare le responsabilità israeliane in una guerra che ha causato decine di migliaia di vittime civili.

Ma occorre ribadire, con fermezza, che la solidarietà verso i palestinesi non può e non deve tradursi in negazione della sofferenza degli ebrei, nella delegittimazione del diritto alla sicurezza di Israele, o in intimidazioni verso chi, anche solo per il proprio cognome o origine, sia percepito come “complice”.

La risposta delle istituzioni: parole forti, ma strumenti ancora deboli

Le istituzioni italiane, a partire dalla Commissione parlamentare contro l’antisemitismo presieduta da Liliana Segre, hanno lanciato diversi segnali di allarme. Lo stesso capo della Polizia, Vittorio Pisani, ha ammesso che il fenomeno è in crescita e ha chiesto un intervento “culturale” più che repressivo.

È una posizione condivisibile, ma che rischia di restare generica se non accompagnata da investimenti concreti in educazione civica, memoria storica, programmi scolastici contro l’odio e formazione per le forze dell’ordine e i docenti. Il numero ancora contenuto delle segnalazioni che provengono dallo SDI (Sistema d’Indagine delle forze di polizia) — solo 15 su 345 — indica infatti una certa difficoltà degli apparati di sicurezza a intercettare e codificare questi atti come penalmente rilevanti. La nuova funzionalità per rilevare l’odio religioso, pur utile, non basta se non è accompagnata da un cambio di paradigma culturale.

Un antisemitismo globale, non isolato

L’Italia non è un’anomalia. Anzi, secondo l’Anti-Defamation League, il nostro Paese è parte di una tendenza globale. In Francia gli atti antisemiti hanno superato quota 1.600 nel 2023, con numerosi casi di violenza fisica.

Negli Stati Uniti si è registrato il picco più alto mai documentato di antisemitismo da quando l’ADL tiene monitoraggi sistematici: oltre 8.800 episodi nel 2023, tra minacce, aggressioni, atti vandalici e cyber-odio. In Gran Bretagna, Canada, Australia, Brasile, il trend è simile.

A livello internazionale, sono sempre più numerose le voci che chiedono un’azione sistemica e transnazionale contro l’antisemitismo: dalla lotta alle piattaforme che diffondono odio, alla protezione dei luoghi di culto e delle scuole ebraiche, fino alla promozione di una nuova alfabetizzazione civica, anche digitale.

L’antisemitismo come cartina di tornasole della salute democratica

L’antisemitismo non è “solo” un problema degli ebrei. È un indicatore della tenuta della democrazia, della capacità delle società di distinguere tra critica e odio, tra conflitto politico e razzismo, tra libertà di parola e incitamento alla violenza. Per questo ogni singolo episodio, anche il più “banale”, deve essere preso sul serio.

Il fenomeno resta fluido, mutevole, talvolta insidioso, perché non si combatte solo con leggi, ma con un’azione profonda, educativa e culturale. Serve la memoria della Shoah, certo, ma anche la consapevolezza della reale fragilità dei diritti, anche e soprattutto quando vengono dati per scontati. È questo che oggi è in gioco: la possibilità che un odio antico mai veramente sopito, torni a farsi presente nel cuore della nostra convivenza.

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  • Redazione

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