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ALCUNI TESTIMONI DIMENTICATI DEL CASO MORO E LA PISTA ROSSA

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di Vito Sibilio

Nelle pagine che seguono raccolgo alcune interessanti testimonianze sparse sul Caso Moro, che sono confluite negli Atti della Commissione Fioroni, ritenendole utili sia alla Pista Rossa di quel drammatico fatto di cronaca sia alla riflessione del lettore.

Giovanni Intravado, all’epoca celerino, presente sul luogo della strage, attestò di aver visto una donna armata tra Via Fani e Via Stresa, mentre ostruiva quest’ultima. Vide altresì due persone in divisa dell’Alitalia o dell’Aeronautica che presero Moro dopo lo sterminio della sua scorta e lo caricarono su un’automobile. Lo stesso Intravado vide transitare in Via Fani, subito dopo il Sequestro, una motocicletta a bassa velocità con due giovani armati a bordo, che si girò in Via Stresa.

Paolo Pistolesi, giornalaio, vide anch’egli il convoglio degli assalitori. Udì dapprima colpi isolati e poi raffiche di mitra. Notò una persona in uniforme verso Via Stresa sul marciapiede di Via Fani e una con un sottocasco vicina ad una Fiat ferma presso il marciapiede sinistro di Via Fani, davanti all’Alfetta della scorta di Moro. Questo terrorista aveva un mitra, bloccava il traffico e allontanò il teste, che però, acquattato, poté scorgere cinque assalitori vestiti da piloti dell’Alitalia che spararono sulle auto di Moro e della sua scorta, spuntando due da sinistra e tre da destra. Notò altresì un motociclo al ciglio della strada.Questi dettagli possono combaciare con una ricostruzione dell’agguato in cui siano presenti gruppi terroristici stranieri, prima tra tutti la RAF, ma non con la storia minimalista consacrata dalle sentenze.

Sempre Intravado affermò che sopraggiunse subito un reparto di poliziotti, prima ancora che giungesse la folla. Essi lo incaricarono di bloccare il traffico dandogli una paletta. Svolta questa funzione, Intravado andò via portandosi dietro la paletta. Nessuno degli astanti ricorda la presenza di un uomo con una paletta dopo la strage, per cui, dando credito a questa singolare testimonianza, si deduce che le forze dell’ordine giunsero con un tempismo più che perfetto su di un luogo del crimine in cui era necessario fare, evidentemente, accertamenti a più riprese, dei cui primi non sembra sia rimasta molta traccia. L’annotazione della Commissione Fioroni, per cui Intravado potrebbe aver diretto un traffico inesistente – per sua stessa ammissione – con una paletta sua personale, che giustificherebbe il fatto che nessuno l’abbia poi richiesta, renderebbe poco probabile una presenza casuale del soggetto in Via Fani, ma non impossibile. Degno di nota è che in istruttoria una teste, Adalgisa Valeria Rossi, dichiarò di aver visto, transitando all’incrocio tra Via Fani e Via Stresa con la sua auto, prima dell’eccidio, tra le 8,30 e le 9,00, due Fiat 128 blu transitanti contromano, una dietro l’altra. Dal finestrino della prima il conducente, roteando una strana paletta, fece segno alla donna così da costringerla a superare le due auto e a passare in tutta fretta. Alla stessa ora, le 9,00, un’altra teste, Alida di Loreto, sentita dai Carabinieri il 5 aprile 1978, dichiarò di aver visto, all’altezza del civico 134 di Via Stresa, una macchina blu con a bordo due uomini in divisa dei quali uno, non il conducente, aveva in mano una paletta della polizia.

In ogni caso, tornando al teste Intravado, una presenza in due tempi della polizia in Via Fani potrebbe dedursi dalla notizia per cui il capo della DIGOS Domenico Spinella era arrivato con una macchina che nessuno ha visto, semplicemente perché quando egli giunse gli altri poliziotti ancora non erano presenti. La prima ricognizione permise presumibilmente di rimuovere tracce compromettenti a livello internazionale – il che però suppone che i sopraggiunti fossero stati allertati in tal senso – e a cancellare dalla memoria particolari imbarazzanti: dall’apertura del Bar Olivetti al parcheggio della Mini Minor presso di esso, o a differire l’esame di importanti reperti, confondendoli con altri e acclarando a loro proposito ipotesi atte a nascondere alcuni particolari significativi della ricostruzione dell’agguato, come il ferimento di qualche brigatista.

Fu invece Mario Fabbri della DIGOS ad ammettere che c’erano macchie di sangue sullo sportello posteriore destro della 132 Fiat delle BR, da loro lasciata in Via Licinio Calvo – a prova che vi fu un conflitto a fuoco tra la scorta di Moro e i suoi sequestratori- e che Giorgio Conforto, la massima spia del KGB in Italia, fece la soffiata sugli illustri ospiti a casa della figlia, ossia Valerio Morucci e Adriana Faranda. Il sangue potrebbe essere di Mario Moretti o di Raffaele Fiore o di Prospero Gallinari, ma nessuno ad oggi ha chiesto analisi ematochimiche.  Ciò dà più concretezza alla notizia di un brigatista curato in Villa Maria Pia. Lo stesso teste rivela che la missione in Nicaragua delle forze dell’ordine per sentirvi il latitante Alessio Casimirri fallì per una fuga di notizie fatta da una fonte interna ai servizi – ossia di una talpa che presumibilmente lavorava anche per un’altra agenzia estera di informazioni – verso l’Unità. I contatti tra KGB e quella redazione permettono di supporre che anche la fonte fosse devota alla Lubjanka.

Fu invece il questore Ansoino Andreassi, sebbene negatore della relazione tra BR  e RAF  e della rilevanza dei reperti di Via Gradoli per arrivare a Moro, ad ammettere la connessione tra Luciana Bozzi, padrona di quel covo e legata alla Gladio Rossa – a sua volta controllata dall’STB cecoslovacco, e Giuliana Conforto, anfitrione di Via Giulio Cesare, figlia di Giorgio.

Anche le notizie che subito circolarono sulla detenzione di Moro in Via della Nocetta, in uno stabile extraterritoriale di proprietà del Vaticano, oltre ad attestare la propria falsità per l’ingenuo presupposto che, in un complotto atlantista contro lo statista DC, una delle parti in causa, quella clericale, se lo tenesse in casa, manifestano un intento depistante di matrice orientale in quanto si diffusero in redazioni giornalistiche ampiamente infiltrate dal KGB.

Fu invece monsignor Fabio Fabbri (1942-) a testimoniare alla Commissione che, nel corso della trattativa seguita per conto del Vaticano da lui e monsignor Cesare Curioni, i contatti furono tenuti telefonicamente con mediatori brigatisti a Napoli e nel Nord Italia – dove si vedevano aggirarsi importanti e misteriose presenze legate ai servizi dell’Est, sia a Milano per l’Hyperion che altrove per la PSSS. Lo stesso Fabbri ha attestato una divisione finale delle BR in due partiti: uno favorevole e l’altro contrario all’assassinio di Moro, partiti riconducibili agli influssi dei due Organi sovietici, KGB e GRU. Inoltre il Vaticano ricevette in anticipo le foto di Moro messe in circolazione dalle BR – segno che i suoi contatti erano con elementi da cui la colonna romana prendeva ordini e non viceversa – e seppe in anteprima del falso del Lago della Duchessa, a prova che esso non fu inventato per irretire le BR ma da coloro che le guidavano. Fu infine Padre Curioni a riconoscere nell’omicidio di Moro lo stile efferato di Giustino De Vuono, citato all’epoca dal solo Pecorelli e che il Monsignore aveva conosciuto al Carcere minorile di Milano quando vi svolgeva il suo ministero.

Sono degne di nota alcune cose relative alle deposizioni di Curioni. La prima è che egli accreditò una fine dello statista DC che non collimava con tutti gli esiti dell’autopsia. La seconda è che il Padre, asserendo il falso, ossia che il padre di Alessio Casimirri, Luciano, era il direttore della Sala Stampa del Vaticano e che la madre del terrorista, Maria Ermanzia Labella, fosse cittadina vaticana, fu la fonte inquinata che fece nascere la diceria che lo stesso Alessio fuggisse all’estero grazie alla Santa Sede. In realtà il direttore della Sala Stampa era il Padre Bartolomeo Panciroli e Luciano Casimirri ne era solo un alto funzionario, mentre la moglie era cittadina italiana, tanto che, quando nel 1980 chiese il passaporto, lo fece alla questura di Roma. Il Padre depistò, probabilmente per coprire l’esfiltrazione di Casimirri dall’Italia a Parigi, compiuta presumibilmente dal SISMI, del quale il terrorista sembra fosse un infiltrato. Tale depistaggio servì a ingannare il KGB che, da Parigi, prese in consegna il terrorista e lo condusse dapprima a Mosca e poi in Nicaragua. Ovunque testimoniò, Curioni ripetè la bugia.

Particolarmente inquietanti i retroscena di una possibile infiltrazione tra amici e parenti di Moro da parte delle BR. Maria Fida Moro ha parlato di un cavallo di Troia in casa sua per controllare la madre e ha detto che il padre aveva poca scorta e poteva essere rapito facilmente ma che si preferì farlo con grande spargimento di sangue, in Via Fani; ha aggiunto che il padre era preoccupato soprattutto per i figli mentre lei stessa, con una intuizione veramente sconcertante a mio avviso, andò a prendere, la mattina dell’agguato, il figlio non consentendo al padre di portarlo in chiesa. Di certo la presenza di quel bambino avrebbe costituito un problema non da poco per quei terroristi che deviarono persino il traffico con un incidente artefatto per costringere Moro a passare per Via Fani. Nelle sue dichiarazioni Maria Fida ha inoltre affermato che il padre fu ucciso per la sua politica europeista – della quale è stato parte integrante lo sforzo di socialdemocratizzazione del PCI – e che si sarebbe salvato se avesse fatto con le BR alcune ammissioni che esse volevano ma che evidentemente egli non poteva o non voleva fare. Segno, questo, che la figlia dello scomparso credeva in una linea trattativista, che com’è noto si è poi evoluta – o palesata – in una svolta politica ed esistenziale, che l’ha spinta a candidarsi con Rifondazione Comunista e ad accettare di incontrare in pubblico Adriana Faranda e a credere al suo ambiguo pentimento di matrice misticheggiante.

In quanto al cavallo di Troia, forse la Moro pensa a Nicola Rana, non fosse altro perché lui stesso, audito, ha smentito la maggior parte delle testimonianze della figlia dello scomparso, a partire dalla sventata presenza di Moro sull’Italicus, mentre ha esplicitamente espresso diffidenza per lei, in quanto vicina al movimento cattolico democratico di Febbraio 74, affermando che tale sentimento era condiviso da Eleonora Chiavarelli Moro , Maria Agnese e Giovanni Moro, senza che però i parenti superstiti dello statista si siano espressi in merito. Rana ha anche negato alcune cose vere, come la visita di alti funzionari della PS, come Domenico Spinella, allo stesso Moro il giorno prima del Sequestro, e l’ha fatto probabilmente per ragioni politiche. Ma da questo contrasto tra due intimi dello scomparso e tra due filiere dei suoi prossimi, quella trattativista e quella più istituzionale, emerge una domanda: chi, sia pure involontariamente, ha tradito Moro fornendo informazioni importanti per il suo rapimento direttamente da casa sua? E soprattutto perché e come?

Di particolare interesse le audizioni degli esponenti socialisti. Gennaro Acquaviva, riferendo della trattativa del PSI con le BR, ha rivelato che il mediatore tra Claudio Signorile, Franco Piperno – legato alla STASI –  e Lanfranco Pace, fu il direttore dell’Espresso, giornale coltivato dal KGB. Lo stesso Craxi ha incontrato l’Abbè Pierre, legato all’Hyperion. Acquaviva ha inoltre ammesso che le BR erano infiltrate da servizi, evidentemente di varia natura e provenienza, a cominciare da quelli che erano coinvolti nella sua trattativa.

Claudio Signorile a sua volta ha svelato che l’intervento di Amintore Fanfani al Consiglio Nazionale della DC nel giorno in cui poi avvenne la morte di Moro era stato auspicato non solo dal PSI ma anche da settori della DC  stessa e persino delle BR che non avrebbero voluto quel drammatico epilogo e, chioso io, la prosecuzione del Compromesso Storico nella formula voluta proprio dal Prigioniero. Era stato Piperno a farsi carico dell’istanza politica antiberlingueriana del blocco dell’Est, chiedendo a Signorile che la DC lanciasse un segnale benevolo verso le BR. Il politico socialista aveva raccolto l’invito perché sapeva bene che Piperno aveva contatti con le BR –cosa nota anche ad alcuni giornalisti dell’infiltrato Messaggero  e testimoniata debitamente – e aveva a sua volta parlato con Fanfani, Antonio Bisaglia e Giovanni Leone. La trattativa non era quindi aleatoria ma ai massimi livelli. Signorile afferma esplicitamente che nella prima fase il Caso Moro fu gestito dalle BR con l’aiuto di servizi stranieri (evidentemente quelli menzionati), mentre ad una seconda fase di caos seguì l’ultima in cui l’ostaggio fu ucciso a dispetto della trattativa e dei suoi fini apparenti. Signorile ne vide il movente nella conservazione della stasi del sistema politico, ma personalmente credo che proprio la resistenza del sistema stesso alla scossa della trattativa indusse la controparte ad uccidere l’ostaggio, la cui liberazione non sarebbe servita a nulla. Signorile rileva anche che gli USA, evidentemente divisi tra anticomunisti e mondialisti di Darmouth, erano incerti sulla linea da tenersi con Moro, tanto più che paradossalmente i primi avrebbero dovuto patrocinarne la liberazione e i secondi la morte. Lo stesso politico ci rivelò che il Mossad si tenne defilato per scelta – salvo muoversi per cercare di ottenere la riconoscenza dell’ostaggio – e che ben sapeva della trattativa di Stefano Giovannone. Fu sempre l’ex ministro socialista a svelare che l’Hyperion è stato sopravvalutato – cosa che condivido in quanto le strade del Sequestro portano ad un livello decisionale più alto, a Praga, Berlino Est e Beirut – e che Piperno non fu mai pedinato per non trovare Moro, evidentemente per la crisi di governo che poteva scoppiare dopo la sua liberazione. Anche di Steven Pieczenik Signorile disse che fu sopravvalutato, evidentemente per avere un capro espiatorio di una linea dura atlantica che passava prima per Piazza del Gesù e Botteghe Oscure e solo molto dopo arrivava alla Casa Bianca. Ammesso che ci arrivasse, in quanto Jimmy Carter aveva messo per iscritto il suo invito a liberare Moro con una trattativa.

Umberto Giovine, anch’egli socialista, oltre ad attestare che Craxi e Dalla Chiesa cooperavano strettamente nella linea trattativista evidentemente per convergenti ragioni di tattica politica ed investigativa, ha anche rivelato che il PSI ricevette diverse lettere di Moro in anteprima per farle pubblicare su Critica Sociale, una importante rivista di partito tra le più informate in Italia, assieme a OP di Mino Pecorelli, sui retroscena del Sequestro. Fu proprio lui, per conto di Craxi, a prendere contatto con le BR. In sintesi, meraviglia poco che un partito infiltrato come una gruviera dal KGB – sebbene Craxi in tal senso fosse pulito – sia stato al centro di una trattativa tanto intensa e complessa, in cui gli interessi di Via del Corso convergevano con quelli del Cremlino nel superamento del Compromesso Storico.

Pietro Calogero, il magistrato del famoso Teorema, ha a sua volta dichiarato che una operazione congiunta del SISDE e dello SDECE contro l’Hyperion fallì per una fuga di notizie, partita dalla Procura di Roma, ancora una volta verso un giornale infiltrato dal KGB, il Corriere della Sera. Il magistrato ha inoltre testimoniato del progetto di una fusione tra BR e Autonomia Operaia in un solo Partito Armato, progetto che, come vedremo, era di Morucci e funzionale agli interessi destabilizzatori del GRU in Italia in vista di un conflitto mondiale.

Con molta onestà, Alberto Franceschini – catalogato nei registri della STASI- nella sua audizione ha ammesso che le BR ebbero, appena nate, contatti con la RAF (ossia con l’emanazione terroristica della STASI stessa), contatti che rimasero i soli internazionali fino al 1972, pur avendo dimenticato comprensibilmente le relazioni – anche sue personali – tra i padri fondatori brigatisti da un lato e la PSSS e l’STB dall’altro. Franceschini evidenziò anche il ruolo che Giangiacomo Feltrinelli ebbe nell’orientare le BR ad una collaborazione con terroristi stranieri, contraddicendo la loro impostazione autarchica sulla rivoluzione da realizzare. L’editore terrorista, a sua volta sotto il controllo dell’STB, poté di certo aiutare molto le BR nell’internazionalizzazione dei loro contatti. Degno di nota è che il teste, come del resto Renato Curcio, pensasse di essere stato venduto alla polizia da Mario Moretti. E’ cosa nota che quest’ultimo è stato più volte considerato un infiltrato, ma sarebbe forse ora di ipotizzare che, se davvero Moretti ha tradito i suoi compagni, lo ha fatto per subentrare al loro posto come dirigente delle BR sotto la protezione dell’Hyperion e del KGB, non certo del SID. Del resto anche Franceschini era stato allievo di Corrado Simioni, ma evidentemente non aveva soddisfatto le aspettative del maestro e dei suoi protettori. Di certo, a detta di Franceschini, il Sequestro Moro non ebbe altro scopo che la distruzione del Compromesso Storico, mentre le BR in carcere ad un certo punto non seppero più nulla di quanto Moro andava rivelando ai suoi carcerieri né fu più promesso loro di tirarle fuori con uno scambio col prigioniero. L’operazione, da terroristica, era diventata di intelligence.

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