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SVILUPPO SOSTENIBILE E NUOVO ORDINE MONDIALE MULTICENTRICO: DUE MITI DEL XXI SEC.

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di Silverio Allocca
 
   
Sviluppo sostenibile vuol dire mettere le persone al primo posto senza lasciare nessuno indietro contrariamente a quanto è stato fatto nel corso della maggior parte del XX secolo ed ancor più –nonostante tutto– in questo ampio scorcio del XXI, epoca in cui il progresso dello sviluppo di una nazione è stato misurato in base al Prodotto Interno Lordo (PIL) partendo dall’ipotesi, non confermata dai fatti che, con l’aumento della ricchezza nazionale, i guadagni venissero in qualche modo condivisi più o meno equamente tra la popolazione, migliorando il benessere di tutti.
Purtroppo a poco sono valsi gli esempi di grandi imprenditori come Ford ed Olivetti che tra i primi hanno compreso come la compartecipazione delle maestranza agli utili e salari più adeguati devono essere valutati alla stregua di veri e propri investimenti produttivi dato che la cointeressenza genera un miglioramento della capacità produttiva e la migliore redditività salariale promuove la domanda interna di beni e servizi, fa quindi da volano interno all’economia e produce una crescita del PIL stesso in modo naturale e auspicabilmente costante.
Accanto a quelli troviamo altri fattori quali, ad esempio, la sicurezza, la salute, il rispetto dell’ambiente e la circolarità –tanto per citarne alcuni–, che contribuiscono alla crescita non solo della qualità di vita ma dell’intero sistema in modo più stabile e duraturo di quanto non possa avvenire in sistemi poco inclini a considerare tali aspetti e che, di conseguenza, prima o poi, saranno affetti da fattori di instabilità e conflittualità a tutti i livelli ed in ogni ambito,  tali da indebolire l’intero sistema socio–produttivo.
Nel 1990, il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP) pubblicò un innovativo “Rapporto sullo Sviluppo Umano” in cui si proponeva di sostituire il PIL come misura singolare del progresso con un nuovo Indice di Sviluppo Umano (ISU) che combina misure di ricchezza (reddito nazionale lordo pro capite), istruzione (anni di scolarizzazione) e salute (aspettativa di vita): un indice che ha fatto da precursore ad altri indici tutti ispirati dal medesimo principio, ossia quello che definisce lo sviluppo come un concetto multidimensionale del quale il reddito rappresenta solo uno dei parametri.
In questo senso l’ISU è stato un precursore degli SDG (Sustainable Development Goals) che si concentrano sul “prima le persone” e sul “non lasciare indietro nessuno”. Peccato che la fine della Guerra Fredda abbia prodotto la nascita di un Nuovo Ordine Mondiale monocentrico che con la globalizzazione ha determinato la nascita di delocalizzazioni produttiva dai Paesi sviluppati a Paesi in via di sviluppo tanto più inseriti nel sistema economico quanto minori erano le misure in essi adottate in tema  di tutela del lavoro, di sicurezza,  di benessere sociale nonché di tutela dell’ambiente in quanto questo consentiva la drastica riduzione dei costi produttivi e degli oneri sociali a carico delle imprese e conseguentemente la massimizzazione dei profitti secondo logiche neocolonialiste alimentate da poteri politici subalterni al capitale.
Da questo modello di sviluppo è derivata tutta una serie di storture, quali:
  • la eccessiva concentrazione dei sistemi economici dei Paesi sviluppati sul terziario (settore che è di supporto a quelli primario è secondario in mancanza dei quali il sistema economico complessivo diventa un sistema centrato sui consumi e quindi sull’indebitamento: una circostanza che a lungo andare porta alla necessità di ridurre il welfare per la palese improduttività dello stesso in tali contesti);
  • una crescita anomala dei Paesi oggetto delle delocalizzazioni in quanto in essi il modello economico–politico esportato è stato quello vetero-capitalista centrato sul PIL e come tale necessitante di un volano economico prevalentemente esterno rappresentato da un Paese terzo da finanziare in condizioni di rischio crescente (un rischio tanto più crescente quanto maggiore è l’appiattimento del suo sistema economico sul terziario);
  • la prevalenza, nel quadro contemplante i parametri presi in esame per le pianificazioni economiche nazionali di medio–lungo periodo (Leggi di Bilancio e similari), della significatività di indici meramente speculativi di nulla significatività per quello che riguarda contesti al di fuori di quelli rappresentati dai mercati finanziari, ma spacciati per tali da logiche ed esigenze derivanti da altri fattori (si veda il caso dello spread tra i bond italiani e tedeschi a 10 anni nell’Italia del Governo tecnico Monti);
  • le asimmetrie  derivanti da tutto quanto attiene alle negative influenze della finanziarizzazione della operatività bancaria dei Paesi delocalizzanti per effetto del venir meno della richiesta di una operatività bancaria centrata sulla intermediazione finanziaria allorché la provvista di danaro operata dagli istituti di credito non può tradursi i erogazioni di danaro alle imprese necessitanti dei capitali necessari per promuovere le attività imprenditoriali primarie e secondarie (deriva speculativa ed inquinamento da derivati dei sistemi bancari sono il frutto meno evidente, ma più pericoloso, di un tale modus operandi);
  • fittizie programmazioni economiche centrate su scelte operate demagogicamente per promuovere cambiamenti che prevedono grossi movimenti di capitali per innovare fondamentalmente il nulla: è questo il caso della conversione Green attuale riguardante l’auto elettrica che parte fittiziamente dalla necessità di ridurre le emissioni di CO2 millantando come risolutivo l’uso di energia elettrica prodotta mediante l’utilizzo del Gas naturale (che in realtà comporta emissioni maggiori di CO2) e con ciò promuovendo qualcosa che comporta di fatto un mettere mano ai risparmi delle famiglie, là dove presenti, per inserirli in un contesto che alla fine non produce né nuova ricchezza né sviluppo ma solo rappresenta un modo, per dirla tutta, di fingere una ripresa economica dei più a tutto ed esclusivo beneficio di coloro che il gas sono in grado di estrarlo e commercializzarlo speculando pure sull’eccesso di domanda a fronte della reale capacità produttiva.
In un tale contesto è ovvio che le guerre siano dietro l’angolo ad ogni piè sospinto in quanto motori immobili di economie non più realmente vitali ovvero in cerca di una stabilizzazione delle loro aree di influenza. Da qui la necessità di un nuovo Ordine Mondiale da più parti auspicato Multipolare, ma che non pare proprio essere quello che sta lentamente facendo capolino sullo scenario internazionale da un paio di anni a questa parte, BRICS o non BRICS che dir si voglia.
La chiave di lettura del recente incontro tra Xi Jinping e Biden, come pure del presente conflitto tra la Striscia di Gaza ed Israele nonché del dimenticato conflitto russo-ucraino ovvero di quello, a mio avviso in fieri nella zona calda dei Balcani (Kosovo)  è contenuta tutta in queste note a mio avviso salienti ed attualmente poco prese in considerazione a tutto beneficio di un gossip granguignolesco che imperversa da mesi (ed ancor più in queste ultime settimane) con ben poca lucidità sui social, sulle pagine dei giornali e nella maggior parte delle analisi correnti che sembrano ben poco inclini ad approfondimenti sulle cause di più ampio respiro preferendo concentrarsi su quelle contingenti del momento.
Pochi in questo senso, tanto per restare in tema, hanno dato spazio, ad esempio trattando la guerra israelo-palestinese, alle considerazioni relative al mobile immobilismo dei grandi competitors internazionali  nonostante tutti non facciano che parlare di un cessate il fuoco tra Hamas e l’IDF: il 22 Novembre 2023 è stata la volta dei BRICS con lo stesso solito tono degli altri parimenti inconsistenti pronunciamenti di facciata che nonostante i molti distinguo e le molte reprimende lasciano, di fatto, mano libera a Netanyahu senza che alcuno si sia domandato il perché.
Un perché per certi versi svelato, almeno per ciò che riguarda la Cina (ma estensibile pure ad altri soggetti geopolitici), da quanto accaduto il 15 Novembre 2015 allorché un reporter di Al Jazeera, presente alla regolare conferenza stampa del Ministero degli Esteri cinese a Pechino, ha fatto del suo meglio per cercare di forzare il portavoce Mao Ning ad esprimersi sulle motivazioni dell’approccio alquanto morbido dell’establishment cinese alla crescente intensità del confronto militare tra Israele e Hamas.
Per l’occasione, prendendo spunto da quanto riportato dalla stampa internazionale in merito all’attacco lanciato dalle forze di occupazione israeliane all’ospedale di Al-Shifa sotto la copertura degli Stati Uniti –fatto questo che ha creato una crisi umanitaria definita da molti inaccettabile anche in conseguenza del fatto che  la comunità internazionale non è riuscita a esercitare una pressione sufficiente su Israele per indurlo ad adottare, se non altro, una diversa strategia militare– il menzionato reporter di Al Jazeera ha espressamente chiesto alla portavoce Mao Ning, alla luce della mancanza di una chiara condanna da parte dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, quale fosse la posizione della Cina sulle operazioni militari illegali di Israele e se vi fosse, a suo avviso, un modo diretto per la Cina di alleviare la crisi umanitaria a Gaza e fermare l’uccisione dei palestinesi.
Emblematica, per via delle circostanze di tempo e di luogo, la risposta della portavoce che si è espressa con le seguenti parole: “Abbiamo dichiarato la nostra posizione sul conflitto israelo-palestinese in diverse occasioni. Condanniamo tutti gli atti che danneggiano i civili e ci opponiamo alle violazioni del diritto internazionale. La Cina ha ripetutamente chiesto il cessate il fuoco e di evitare ulteriori catastrofi umanitarie. Abbiamo sempre lavorato e mediato per questo. Continueremo a lavorare con le altre parti per svolgere un ruolo attivo e costruttivo nella cessazione delle ostilità, nella dequalificazione della situazione, nell’alleggerimento della situazione umanitaria e, infine, nella realizzazione di una pace durevole tra Palestina e Israele attraverso la soluzione dei due Stati”
Una risposta… ‘diplomatica’ del tutto eloquentemente priva di qualsivoglia riferimento all’inattività di fatto mostrata in questo frangente, come detto, da tutti i principali protagonisti attivi su piazza, una inattività che il reporter ha nuovamente sottolineato in modo deciso riformulando la propria domanda in modo alquanto stringente: “C’è qualcosa che la Cina farà per fermare le uccisioni?”
Una domanda diretta, secca e ben circostanziata cui ha fatto seguito una risposta degna di figurare in un manuale di PNL dove abilmente ritroviamo la messa in campo delle tecniche di minimizzazione e rimando precedute, come si conviene in questi casi, da una formale accoglienza del quesito che si è solo guadagnato la “risposta – non risposta” qui riportata integralmente: “Siamo pienamente d’accordo con lei. La situazione umanitaria a Gaza è profondamente inquietante e straziante. In qualità di presidente di turno del Consiglio di Sicurezza questo mese, la Cina risponderà all’appello della comunità internazionale, intensificherà il coordinamento con le parti interessate, in particolare con i Paesi arabi, sosterrà la giustizia, costruirà il consenso e promuoverà azioni responsabili e significative da parte del Consiglio di Sicurezza per la de-escalation del conflitto, la protezione dei civili, l’alleviamento della situazione umanitaria e il ripristino del processo di pace” ed ancora “Avrete notato che l’inviato speciale del governo cinese per la questione mediorientale e il direttore generale del Dipartimento per gli Affari dell’Asia Occidentale e dell’Africa Settentrionale del Ministero degli Affari Esteri hanno recentemente visitato i Paesi interessati e si sono impegnati negli sforzi di mediazione per la pace.” per concludere con un “Continueremo a svolgere un ruolo attivo e costruttivo per la distensione della situazione” di congedo dal giornalista.
Il perché della non risposta, della non dichiarata in termini espliciti volontà di non fare assolutamente nulla per concretamente rispettare la, per ora,  sfera di influenza dell’Occidente – e degli Stati Uniti in particolare – nella regione,  è diventato evidente allorché il corrispondente del Global Times ha fatto espressamente riferimento a quanto il giorno prima, il 14 Novembre 2023, è stato reso noto con la pubblicazione del rapporto annuale della Camera di Commercio Cinese nell’UE (CCCEU), rapporto in cui con dovizia di particolari hanno trovato posto tanto la puntuale elencazione delle aree di cooperazione prioritarie delle imprese cinesi nell’UE, quanto  quella delle proposte avanzate in forma di suggerimenti politici alle istituzioni e ai governi degli Stati membri dell’Unione Europea, al fine di migliorare ulteriormente l’ambiente commerciale.
A questo richiamo –e non a caso, come visto, solo a questo– ha prontamente fatto eco la portavoce Mao Ning per sottolineare con enfasi la stabilità e la solidità delle imprese cinesi in Europa nonché il livello di cooperazione su cui molte di esse sono arrivate ad attestarsi nel green sector, nella digital economy, nella sci-tech innovation e nello sviluppo sostenibile adempiendo a tutti i propri impegni societari senza dimenticare le proprie responsabilità sociali, contribuendo a creare posti di lavoro nell’UE e a migliorare il benessere delle persone nonché “ costituendosi quali importanti partecipanti alla ripresa e alla transizione dell’UE nonostante la tendenza dell’UE a “politicizzare le questioni commerciali, ad abusare del concetto di sicurezza nazionale, l’impatto della sua strategia di de-risking e le questioni relative all’ambiente imprenditoriale, come la collaborazione frustrata in materia di R&S e la mancanza di efficienza nei servizi e nella comunicazione“.
La parte più significativa della risposta del portavoce Mao Ning è quella conclusiva ed in particolar modo quella dove si leggono frasi come quelle che qui riporto:
  • “La Cina e l’UE sono entrambe forze importanti nel promuovere un’economia mondiale aperta e nel difendere le regole commerciali multilaterali”.
  • “Le due parti devono sostenere congiuntamente la giusta direzione della globalizzazione economica, promuovere la liberalizzazione e la facilitazione del commercio e degli investimenti, ridurre le barriere esistenti ed evitare di aggiungerne di nuove, e realizzare una cooperazione reciprocamente vantaggiosa a un livello superiore” il tutto alla luce del l’auspicio che tutto ciò avvenga in un contesto che vede le aziende cinesi auspicare che il rapporto con la UE sia tutto.
  • Tutto deve essere “all’insegna delle regole dell’economia di mercato” in un contesto di salvaguardia.
  • Una “crescita solida e costante dei legami economici e commerciali Cina-UE”, il tutto in “un ambiente commerciale equo, trasparente, stabile e prevedibile alle imprese cinesi che investono o operano nell’UE”.
A ben guardare, in cosa differisce questa articolata lista di desiderata da ciò che a suo tempo i precursori del liberalismo hanno teorizzato e, sia pure maldestramente, attuato a partire dalle desiderata di un von Hayek? Cosa resta delle controversie ideologiche di un tempo? Al momento è innegabile che quello in atto è un conflitto intestino al capitalismo che della lotta di classe di un tempo non ha nemmeno la più larvata apparenza e come tale dovrebbe essere letto dagli establishment dei vari Paesi per evitare di operare scelte sbagliate, magari in virtù di accordi ed alleanze che nulla hanno a che vedere con le logiche attuali a quasi 80 anni dalla fine delSecondo conflitto mondiale,  quasi 25 dal Crollo del Muro di Berlino.
Il vero problema sul tappeto che i più non hanno colto è rappresentato dal fatto che non vi sono più margini politici per correggere la rotta sia:
  • causa, come detto, della fine del primato della politica stessa che, nonostante tutto, il liberalismo delle origini indicava come un fattore imprescindibile ma che, poi, ha malamente ceduto il passo allorché il mondo delle imprese ha dato vita in un contesto di totale deregulation politica un sistema macroeconomico globalizzato che come tale non era stato minimamente preso in considerazione in precedenza e che si è sviluppato a partire da una deriva euforica di tutto l’Occidente che ha preso le mosse dal crollo del Muro di Berlino;
  • causa della mancanza di una teoria economica onnicomprensiva di tutti i parametri necessari per interpretare i fatti correnti in un mondo altamente connesso come quello attuale che si accinge a vivere gli effetti della rivoluzione di tutto quanto noto grazie all’arrivo dell’Intelligenza Artificiale in un contesto, per il mondo a noi più vicino, di dilagante analfabetismo funzionale che, come tale, rischia di mettere in breve alle corde in primis le democrazie occidentali per quella, oramai congenita e conclamata, incapacità ed impossibilità di esprime una classe politica che gode di un reale e non solo facinoroso consenso elettorale.

 

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