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L’Europa e un mondo in continua ebollizione

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L'Europa e un mondo in continua ebollizione

Geopolitica in profonda evoluzione

Sono giorni, questi, in cui ne stanno succedendo di tutti i colori, e molte possono comprensibilmente sfuggire all’attenzione dei più.

Tuttavia, ogni fatto, per questo o quel motivo, appare, direttamente o indirettamente, legato agli altri, a comporre un unicum che certo merita più d’una “sommaria” ispezione.

Ad esempio, le elezioni in Brasile e in Serbia, da poco terminate con la non proprio scontata riconferma di Lula e la sconfitta di Vučić, risultano a diverso titolo legate a un Israele dove, neanche a farlo apposta, a loro volta gli elettori hanno votato per scegliere per il nuovo premier.

Non sono più un mistero né i forti legami della destra evangelica e conservatrice brasiliana, e latinoamericana in generale, con Israele, né quelli che sempre con Israele la Serbia di Vučić aveva stabilito in campo strategico, militare ed economico.

Vada come vada, se in Brasile Lula dovrà garantire continuità politica scontrandosi con un parlamento dove i “bolsonaristi” detengono comunque, già dal primo turno, buoni numeri, in Serbia, invece, gli “studenti” potrebbero non sancire proprio quel cambiamento vagheggiato dai vertici di Bruxelles, che forse troppo frettolosamente ne hanno celebrato la vittoria come propria.

Quanto a Israele, né il blocco di Netanyahu né quello di Eisenkot sembrano in grado di prendersi la maggioranza e, secondo un copione a cui il Paese non è nuovo, sarà necessario che le parti s’accordino per dar vita ad un governo congiunto.

Netanyahu, in veste di premier uscente, e confermando il suo repertorio politico, potrebbe approfittarne per influenzare le trattative con una nuova aggressione all’Iran.

Più volte, durante la sua lunga stagione politica, ha usato la carta del nemico esterno – a seconda dei casi gazawi, cisgiordano o libanese – per vincolare l’interesse ‘personale’ a quello nazionale, fino a renderli un tutt’uno difficile da scalfire.

Difficilmente esiterà a farlo stavolta, anche se ciò comporterà un’aggressione su ben più ampia scala, contro un nemico tutt’altro che impreparato come Teheran; che, non a caso, aspettandosi proprio una nuova andata d’attacchi combinati da Israele e Stati Uniti, nel frattempo, ha predisposto le sue difese.

Di certo, visto che per Netanyahu non è stato possibile intraprendere attacchi prima del voto, così da sospenderlo o rinviarlo, a causa delle ostilità dei vertici militari, un’azione nel corso delle lunghe trattative post-elettorali successive è tutt’altro che da scartare.

Si sa già che nuove ostilità in Asia Occidentale, o Medio Oriente, per i più “tradizionalisti”, vedranno la simultanea risposta non solo dell’Iran, ma anche di tutti gli altri attori dell’Asse della Resistenza, dalle PMF irachene a Hezbollah, da Hamas ad Ansarallah.

Non a caso, nei recenti incontri tra Iran e Paesi del Patto della Mecca, il ruolo di Hezbollah ha presto acquisito rilevanza, con Riyad che ha ottenuto, dove averlo in più occasioni perseguito, un meccanismo di dialogo con gli sciiti yemeniti, teso a bloccare le attuali ostilità prima che scoppino quelle volute da Israele e Stati Uniti.

Sia l’Iran che i Paesi del Patto della Mecca, insieme ai loro alleati e partner regionali, dagli altri membri dell’Asse della Resistenza agli alleati extraregionali come Cina e Russia, e non solo, convengono che non abbia alcun senso una guerra fratricida tra popoli musulmani proprio di fronte alla rinnovata bellicosità di un comune nemico.

I Paesi musulmani mettono da parte le loro diversità di vedute.

Non tutti, però: gli EAU, ad esempio, guardano con sospetto alla possibilità che Riyad riesca a ottenere una pace separata con Ansarallah e temono che ciò riapra nello Yemen scenari esiziali per Abu Dhabi.

Sin qui, hanno operato con una diplomazia parallela e ombra per far sì che Ansarallah, scontrandosi coi sauditi, li espellesse dallo Yemen, con l’obiettivo di riappropriarsi del governo meridionale a loro danno e, a quel punto, accordarsi alla pari con Sana’a dando vita a una nuova divisione del Paese.

Oggi questi piani, che, fino a pochi giorni fa, nel loro avventurismo potevano sembrare anche praticabili, cominciano a improvvisare, ad accusare tutto il loro anacronismo, dinanzi alla prospettiva di nuove avversità in cui sarà d’obbligo mantenere e ribadire la coesione regionale.

Netanyahu voleva un attacco all’Iran pochi giorni fa, prima del voto israeliano, ed è stato frenato da Trump, alle prese a sua volta con quello di medio periodo del prossimo 3 novembre.

Sebbene alcuni osservatori non escludano la possibilità che Israele e Stati Uniti si diano nuovamente allo scontro con Teheran nella finestra tra il 27 e il 3 novembre, è senz’altro molto più probabile che ciò avvenga a voto di medio periodo finito.

A quel punto, anche avendo perso la maggioranza in una delle due Camere, Trump potrebbe mettere il Congresso dinanzi al fatto compiuto e procedere unilateralmente appoggiando l’alleato israeliano, a cui, peraltro, non ha potuto non dare il suo assist.

Eventualmente, senza maggioranza, inoltre, non avrebbe più motivo d’ambire a introdurre il terzo mandato con la possibilità di venir rieletto alla Presidenza, ipotesi, peraltro ,già oggi poco credibile, e potrebbe concentrare i suoi ultimi due anni alla Casa Bianca soprattutto per coltivare le sue ambizioni speculative, anche in termini d’interventi a fini personali sul mercato.

Un altro aspetto da non trascurare è che, proprio a partire da quei giorni, la grande concentrazione militare che di nuovo si nota oggi nell’area sarebbe in grado di sostenere un eventuale ciclo d’azioni militari.

Il tutto avviene mentre altri fatti ancora – mediazioni tra Tripoli e Bengasi per l’unificazione del comando militare ed accordi per il riconoscimento reciproco delle frontiere marittime tra Turchia e Libia; rafforzamento della cooperazione economica, strategica e militare tra Algeria e Niger, e più estesamente Paesi dell’AES, a fronte delle rinnovate minacce a Niamey dal Ciad; rapidi sviluppi nel Corno d’Africa, dal Sudan all’Etiopia alla Somalia, ecc. – non fanno altro che consumarsi intorno a noi, dandoci prova di un quadro dal dinamismo impressionante.

La “Fortezza Europa” ha intorno a sé grandi sviluppi che la coinvolgono senza che ne sia davvero consapevole, mentre guarda con approccio ipnotico alla guerra in Ucraina e tenta di nascondere a sé i fuochi che intanto divampano nel suo stesso territorio, dalla Francia all’Albania, fino al nostro Paese.

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