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Italia in fiamme

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Italia in fiamme

Cause umane, interessi occulti, profili criminologici e cambiamento climatico

Ogni anno, soprattutto nella stagione estiva, anche se con crescenti episodi in primavera e inverno, l’Italia affronta la grave situazione degli incendi boschivi.
Purtroppo si tratta di un fenomeno, sempre più ricorrente e complesso, che non può essere ridotto “al caldo e al vento”.

Difatti, solo una minima parte degli eventi ha origine naturale: la stragrande maggioranza è legata all’azione umana, imputabile a dolo o colpa.

Comprendere le reali motivazioni è essenziale per passare da una gestione emergenziale ad una strategia strutturale di prevenzione.

I dati forniti dal Comando Carabinieri per la Tutela Forestale (ex Corpo Forestale dello Stato) e da ISPRA, mostrano un andamento fluttuante dal 1970 a oggi, con picchi storici, avvenuti nel 1993, 2007, 2017 e 2021.

Nel corso del 2024 sono stati registrati 2.588 eventi per un totale di circa 32.519 ettari percorsi dal fuoco, di cui oltre un terzo all’interno di aree protette.

Nell’anno 2025 abbiamo assistito ad un netto peggioramento: secondo le elaborazioni EFFIS e i relativi report di Legambiente, infatti, la superficie interessata dagli incendi è quasi raddoppiata rispetto all’anno precedente, superando all’incirca 90 – 96 mila ettari.

Di detti incendi risulta essere di origine volontaria e, perciò di natura dolosa.

Le cause naturali – fulmini, rare autocombustioni – si attestano, soltanto, intorno all’1 – 2%, mentre la restante percentuale è di origine antropica, colposa o di origine non accertata.

Il fenomeno in questione colpisce in modo nettamente squilibrato il territorio nazionale.

Le regioni, quali Sicilia, Calabria, Campania, Puglia, Sardegna e Basilicata concentrano la grande maggioranza degli eventi e delle superfici bruciate; negli ultimi anni, però, si è osservato un’estensione, anche nelle regioni meno esposte in passato, quali Piemonte, Liguria e Toscana, condizionata all’allungamento della stagione soggetta a rischio nonché all’abbandono delle aree interne.

Ma analizziamo, nel dettaglio le possibili cause di questo fenomeno e specificatamente:
cause naturali:
esse sono residuali (circa 1-2%).

I fulmini costituiscono la fonte principale, ma in Italia raramente generano grandi fronti di fuoco in assenza di condizioni di estrema siccità.

Cause colpose (involontarie) derivano da comportamenti imprudenti o da negligenza:

– pratica del debbio (abbruciamento delle stoppie) e residui vegetali agricoli o forestali fuori controllo;

– mozziconi di sigaretta, barbecue, fuochi non spenti;

– scintille da macchinari agricoli o linee elettriche;

– attività di ripulitura di incolti e scarpate.

Queste pratiche, ancora diffuse soprattutto in ambito agricolo-pastorale, diventano particolarmente pericolose in condizioni di vento e vegetazione secca.

Cause dolose (volontarie)
Queste, purtroppo, sono la componente più rilevante e più difficile da contrastare.

Le indagini e le analisi criminologiche degli esperti individuano alcune motivazioni ricorrenti:
interessi agricolo-pastorali;
apertura o rinnovazione di pascoli a spese del bosco a ampliamento di superfici coltivabili per accedere a contributi europei (PAC).
Una delle cause più diffuse, specialmente nel Mezzogiorno è
“l’industria del fuoco”.

In alcune aree, in particolare Sicilia e Calabria, si registra il fenomeno degli incendi appiccati per generare o mantenere posti di lavoro nelle attività di avvistamento, spegnimento e successiva ricostituzione forestale.

Pertanto, il bosco cade in ostaggio di logiche assistenziali e clientelari, stretto tra interessi economici e criminalità.

Si ravvisano inoltre:

– pressioni legate a speculazioni (anche se la legge 353/2000 impone vincoli di inedificabilità per 10-15 anni sui terreni percorsi dal fuoco);

– controllo del territorio e intimidazioni da parte della criminalità organizzata (documentato soprattutto in Sicilia);

– tentativi di deprezzare aree o influenzare destinazioni d’uso (energie rinnovabili, discariche abusive, bracconaggio);

– vendette, proteste contro vincoli ambientali o aree protette, ritorsioni personali.

Una quota minoritaria, ma presente, riguarda soggetti con disturbi del comportamento (piromani), perchè il fuoco trova terreno fertile anche quando l’innesco è umano e la propagazione dipende molto dalle condizioni favorevoli, quali:

– cambiamento climatico; temperature più elevate, siccità prolungate, ondate di calore più frequenti e intense allungano la stagione di rischio e aumentano l’infiammabilità della vegetazione;

– abbandono delle aree rurali: negli ultimi decenni l’Italia ha perso una quota rilevante di aziende agricole. I terreni abbandonati si riempiono di biomassa secca (il cosiddetto “effetto bomba di combustibile”), rendendo gli incendi più intensi e difficili da controllare;

– scarsa gestione forestale: solo una minoranza dei boschi italiani ha piani di gestione attivi e la mancanza di selvicoltura preventiva, di viabilità forestale e di manutenzione aumenta notevolmente la vulnerabilità;

– frangia urbano-rurale: l’espansione abitativa in zone di contatto con il bosco moltiplica i punti di innesco e i rischi per persone e infrastrutture.

Naturalmente, le conseguenze sono alquanto considerevoli.

Gli incendi producono danni ambientali gravi e spesso irreversibili nel breve-medio periodo: perdita di biodiversità, erosione del suolo, emissione di CO₂, compromissione di servizi ecosistemici (regolazione idrica, qualità dell’aria).

Colpiscono, di sovente, aree protette e generano elevati costi per lo smorzamento, la ricostruzione e la perdita di valore economico e paesaggistico.

Hanno inoltre un impatto sociale sulle comunità rurali e turistiche.
Ritengo, ad ogni modo, che sia di fondamentale importanza attuare un adeguato programma di prevenzione per poter contrastare tale fenomeno attraverso:

– una prevenzione attiva (pianificazione AIB, selvicoltura preventiva, gestione della biomassa, viabilità forestale);

– una sorveglianza e repressione più efficace dei reati (oggi la stragrande maggioranza degli autori resta ignota e impunita);

– un superamento delle logiche emergenziali e clientelari legate allo spegnimento;

– un coinvolgimento delle comunità locali e degli agricoltori in pratiche controllate di uso del fuoco dove necessarie;

– un adattamento al cambiamento climatico (anticipazione della stagione di alto rischio, sistemi di early warning).

Allora stato, vi è la legge quadro 353/2000 e le successive norme che forniscono già strumenti importanti, ma la loro applicazione, purtroppo, resta ancora disomogenea sul territorio.

Concludo, rimarcando che gli incendi boschivi in Italia non sono un’emergenza estiva imprevedibile, ma un fenomeno strutturale radicato in motivazioni umane – economiche, sociali, criminali e di negligenza – amplificate, indubbiamente, dal cambiamento climatico e dall’abbandono del territorio.

Affrontarli richiede di spostare l’attenzione dallo spegnimento alla prevenzione, dalla repressione episodica al controllo costante del territorio e alla gestione attiva delle foreste.

Solo in questo modo, si può interrompere il circolo vizioso che ogni anno trasforma migliaia di ettari di patrimonio naturale in cenere.

Autore

  • Andrea Feltri

    Andrea Feltri, esperto a livello internazionale in Scienze Criminologiche e Criminalistiche, ha ricoperto incarichi nell’ambito dell’Intelligence e Crime Analysis. Ha partecipato a vari programmi di Polizia Internazionale all’estero quale docente e consigliere dell’Unione Europea Occidentale. Docente in Criminologia Clinica e Scienze Criminalistiche, ha tenuto corsi presso Università e Scuole di Specializzazione Internazionali. È studioso di simbologie sacre e precristiane e culti satanici e autore di numerosi articoli scientifici. Direttore Scientifico di Centri di Studi per la Comunicazione e la Formazione di Psico-Criminologia e Criminalistica. È Giudice Onorario presso il Tribunale per i minorenni di Lecce.

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