di Achille Nobiloni
Alcune considerazioni:
1) la pensione è, o dovrebbe essere, il frutto dei contributi versati;
2) le pensioni più alte già pagano di più in quanto soggette, come è giusto che sia, alla progressività delle aliquote Irpef;
3) l’inflazione causa una riduzione del potere d’acquisto misurata in percentuale e quindi colpisce tutti alla stessa maniera nel senso che comporta un taglio percentuale uguale per tutti;
4) riconoscere, a partire dalle pensioni si badi bene di solo 2.100 euro al mese, un adeguamento più basso dell’andamento reale dell’inflazione significa in pratica tassare due volte le pensioni che superano detta cifra: una volta con le aliquote Irpef più alte; una seconda volta con l’adeguamento più basso all’andamento dell’inflazione;
5) poiché l’inflazione è determinata dall’aumento dei prezzi al consumo e l’adeguamento delle pensioni dovrebbe servire a mantenere inalterato il potere d’acquisto delle pensioni stesse, il loro adeguamento al tasso d’inflazione dovrebbe essere calcolato al netto delle imposte: se l’inflazione è pari all’8% dovrebbe voler dire che la pensione netta deve aumentare anch’essa dell’8%;
6) tassare anche l’adeguamento della pensione all’andamento dell’inflazione significa tassare la pensione una terza volta: la prima con l’Irpef; la seconda con un adeguamento solo parziale all’andamento dell’inflazione; la terza facendo pagare l’Irpef anche su detto adeguamento. Tanto per essere più chiari: se il costo della vita per il pensionato sale di 100 euro al mese e come adeguamento gliene do solo 50 vuol dire che gli altri cinquanta glieli trattengo indebitamente (perché sulle pensioni più alte già si paga un’Irpef più alta) ma se poi io Stato assoggetto a tassazione anche quei 50 euro di adeguamento con un’aliquota Irpef del 40 o 43% vuol dire che io Stato mi trattengo altri 20 euro e dei 100 euro di adeguamento che dovevo al pensionato va a finire che gliene do solo 30 e gli altri 70 me li trattengo tutti io Stato in modo arbitrario, illegittimo e incostituzionale;
7) pronunce in tal senso da parte della Corte Costituzionale già ci sono state e mi meraviglio molto che nessun sindacato, partito, patronato o altri abbia promosso un giudizio presso la Corte di Giustizia di Bruxelles; con questo sistema, con l’adeguamento solo parziale della pensione all’andamento dell’inflazione, già chi percepisce una pensione superiore ai 2.100 euro al mese si è visto sottrarre una quota consistente della propria pensione; se poi arriviamo a chi percepisce una pensione di 5.000 euro, a fronte di un’inflazione del 7,3% si è visto corrispondere un adeguamento (vado a memoria) solo del 2,3% sottoposto a tassazione Irpef che quindi, al netto delle imposte, si è ridotto all’1,3%;
9) nel caso qui sopra a fronte di un adeguamento del 7,3% lo stato ha riconosciuto al pensionato solo l’1,3% trattenendo per sé ben il 6%;
10) il mancato adeguamento all’andamento dell’inflazione equivale a un taglio netto della pensione e a “colpi” del 2-3-4% l’anno per le pensioni a partire da 2.100 euro al mese fino ad arrivare al 6% per quelle da 5.000. Bastano davvero pochi anni per dimezzare il potere d’acquisto di tutti i pensionati italiani dopodiché vorrò vedere se, come, quanto e quando potranno tornare a crescere i consumi interni che dovrebbero far ripartire l’economia!
La conclusione è evidente: la verità è che se invece di fare vere politiche di bilancio, razionalizzare le spese (quelle superflue tipo gli sprechi e le armi e non certo istruzione o sanità), adottare vere misure di rilancio si continuerà a fare interventi a pioggia più o meno inutili e clientelari e soprattutto si continuerà senza ritegno a spremere la classe media fino a condurla a morte certa, allora vorrà dire che proprio non avremo speranze e il nostro destino sarà segnato fin da ora.




