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Mutilazione genitale femminile in Italia: 16.000 bambine a rischio

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Ma il messaggio di uno spot contro infibulazione riconduce tutto al cromosoma femminile

Makena vive a Torpignattara. 16.000 bambine sotto i quindici anni rischiano la mutilazione genitale in Italia.

Novemila sono nate qui, non in un villaggio africano, non dall’altra parte del mondo. Qui.

Le famiglie portano le bambine nel Paese di origine e le affidano alle mammane che operano con lamette, rasoi, vetri rotti.

Senza anestesia, senza sterilizzazione. Le conseguenze immediate vanno dall’emorragia sino alla morte.

Se le bambine sopravvivono alla tortura non mancano le conseguenze a lungo termine, tra le quali una è garantita: lo stress post-traumatico che dura tutta la vita.

Ma queste “operazioni” vengono svolte anche nelle cucine in Italia. I risultati sono gli stessi, ma almeno qui abbiamo i pronto soccorso.

A scoprirlo sono spesso le maestre italiane, quando le bambine tornano dalla vacanza in Africa completamente cambiate: nervose, taciturne, spente.

La politica italiana ha trovato il colpevole fino alla penultima fermata: parla di immigrazione, comunità, tradizioni e cultura.

Quando il treno arriva alla religione, improvvisamente scendono tutti.

Ad esempio, la sinistra condanna l’infibulazione con la stessa energia con cui protegge la religione che la giustifica.

Un titolo di giornale è esemplare: “Nate dalla parte sbagliata del mondo”. Non mutilate dalla cultura sbagliata. Nate dalla parte sbagliata.

Che siano 16.000 le bambine a rischio lo hanno certificato le Università di Milano-Bicocca e di Bologna.

Le incidenze più alte riguardano donne di origine somala, sudanese e guineana: 97,8%, 90,8% e 91,5%.

Cifre che non sorprendono chi guarda la mappa mondiale senza paraocchi.

I massimi livelli planetari si concentrano in società quasi interamente musulmane: Somalia 99%, Guinea 95%, Gibuti 90%, Mali 89%, Egitto e Sudan 87%.

L’obiezione arriva puntuale: l’Etiopia è a maggioranza cristiana, eppure le MGF colpiscono il 65% delle donne.

Vero. Ma basta aprire quel dato per confessione religiosa e il quadro cambia: 82% tra le musulmane, 54% tra le ortodosse.

Ventotto punti di differenza nello stesso Paese, con le stesse leggi e la stessa povertà.

Nella regione Somali il 57% delle intervistate dichiara che la pratica è richiesta dalla propria fede.

Nel 2024 il Journal of Development Economics ha analizzato 410.000 donne in quattordici Paesi africani: dove le missioni cristiane si erano insediate storicamente.

Le mutilazioni risultano ancora oggi significativamente più basse. Un fatto ignorato con cura dai media quando si occupano dell’infibulazione.

Sui canali Discovery va in onda uno spot ambientato in Africa con protagonista la piccola Makena, che spiega tutto questo con quattro parole: «Sono nata femmina».

WeWorld, il committente, ha scelto di ricondurre tutto – mutilazioni, matrimoni forzati, violenza – al cromosoma femminile. Non a una cultura. Non a una religione.

Facendo l’avvocato del diavolo si potrebbe ribattere: nessuno spot umanitario nomina i responsabili. Lo spot sul Darfur non spiega chi bombarda.

Giusto. Ma lo spot sul Darfur non dice “sono nato in Darfur, quindi sarò bombardato”. Dice: c’è una guerra. Qui, invece, la guerra sparisce e al suo posto rimane l’essere femmina.

Lo spot – visionabile nel primo commento – fa dire a Makena: “avrò paura e farà male”. Come un’iniezione dal pediatra. Ma abbiamo visto che la realtà è un’altra.

L’ONG chiede cinque euro al mese per finanziare scuole, assistenza medica e legale. Interventi importanti, ma che agiscono come l’omeopatia sulle comunità.

Perché se la soluzione è cambiare una cultura o una religione, le cause sono quelle e lì bisogna operare. Senza girarci intorno.

Pane al pane e vino al vino. Makena non rischia la mutilazione perché è nata femmina, ma perché qualcuno considera ancora legittimo mutilare una bambina.

Ed è quel qualcuno che nessuno ha mai il coraggio di nominare.

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