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Watchdog: torniamo al giornalismo come difesa democratica e sociale

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Le opinioni di una certa stampa sul ddl anti-maranza

Qualche volta rifletto sulle mie reazioni ad alcuni articoli di stampa, chiedendomi se non sia io a essere soggetto a pregiudizi nei confronti di alcuni articolisti e di alcune testate. Poi leggo altri pezzi e mi do pace.

Vi è un metodo di fare giornalismo, ma, più in generale, di fare informazione, attraverso il quale – ammantandola di “alati argomenti” che fanno presa, e dati statistici impressionanti – la questione centrale viene trattata quasi come conseguenza di essi anche se, con quei dati, c’è poca correlazione e il rapporto con gli “argomentoni” tutto da dimostrare.

La tecnica è quella di far passare le opinioni per fatti incontrovertibili.
Ho letto su una nota testata un articolo sui provvedimenti di lotta ai “maranza”, “fenomeno progressivamente trasformato in un’emergenza di ordine pubblico”. Non lo allego e non lo cito perché non intendo neanche indirettamente concorrere alla sua pubblicizzazione.

Intanto: il fenomeno “è stato trasformato”, non “si è trasformato”. Insomma, sarebbe stata fatta una forzatura: non esisterebbe come problema di ordine pubblico.

Gli accoltellati, i derubati, gli scippati, quelli che hanno subito violenze o l’hanno appena scampata: tutto un sogno.

Il ddl anti-maranza sbaglierebbe, perciò, le risposte poiché crede negli “strumenti repressivi” come antidoto alla criminalità minorile che, invece, dipende da…

L’elenco dei motivi è lunghissimo e variegato: tutte le criticità che tutti noi ben conosciamo e indichiamo come pericoli di una degenerazione della società. L’elenco dei dati lungo ed efficacemente pervasivo delle coscienze.

In sintesi: c’è un accumulo di fenomeni sociali che si sono stratificati sino a formare un caos nel vivere comune.

I “maranza” sarebbero “un indicatore del disagio sociale di un’intera comunità in cui convivono diversi fattori di rischio, quali: povertà familiare, dispersione scolastica, isolamento sociale, assenza di servizi educativi, degrado urbano, carenza di opportunità lavorative, difficoltà psicologiche non intercettate”.

Lo Stato è a pezzi e, dunque, la criminalità minorile, se quasi non “necesse est” per richiamare l’attenzione, è comunque ampiamente motivata. Non si dice giustificata: ma ci si va vicino.

La risposta giusta, per l’articolista, sarebbe investire su… tutto: istruzione, welfare, emergenza abitativa… ogni cosa compresa nello scibile sociologico. E anche sanità e salario minimo.

Il mantello di idealità, che potrebbe titillare qualche mente, dubito che sia corretto. Se proprio vogliamo – e dobbiamo – affrontare “in grande” il problema, anzitutto sarebbe necessario definire il nuovo equilibrio degli aspetti mutati e mutanti di una società, oggi senza riferimenti certi e, comunque, con approcci a riferimenti non condivisi.

Persino l’istruzione, se non si ridefinisce il significato e l’ampiezza dei concetti di cultura, di etica, di responsabilità, di nuovo contratto sociale, non saprebbe come orientarsi.

Più istruzione verso che? Se istruzione deve essere cultura.

Io credo che fare sociologia studiando una società che non si è definito cosa sia e come sia, è camminare sul vento. In ogni caso, è un lavoro che si può sviluppare in molti modi, tranne che guerreggiando tra opposte fazioni.

Primo punto, perciò, da mettere nel mirino. Manca nell’elenco. Capisco perchè.

Ma veniamo al concreto: avviamo pure queste riforme, facciamo questi investimenti, aspettiamo che diano una svolta culturale e che maturino le coscienze e intanto… i maranza sono liberi di fare i maranza? È questo che si chiede?

Perché la domanda di base è: presumere che dai 14 anni in poi si sia capaci di intendere e di volere anziché il contrario è un provvedimento repressivo? Soprattutto per la attuale gioventù?

Solo per ricordarlo: tra i 14 anni e 18 anni si può: avere un contratto di lavoro; viaggiare senza accompagnatore, conseguire una partente di guida; aprire conti correnti; gestire autonomamente network e social, scrivere articoli per blog o giornali online, scegliere il percorso scolastico, esprimere valido consenso per rapporti sessuali con coetanei.

Ma anche, meno conosciuto: il minorenne che ha un figlio può riconoscerlo dopo il compimento dei 14 anni, ma dietro autorizzazione del giudice. A partire dai 16 anni, invece, può riconoscere il figlio anche senza autorizzazione del giudice.

In tutti questo casi non c’è presunzione che il minore sia incapace di intendere e di volere. Se, invece, partecipa a raid criminali, aderisce a baby gang, commette atti illeciti sino a rapine e omicidi bisogna capire se era capace o meno. Non consentirlo sarebbe repressione.

Di conseguenza, il ddl non è più o meno accettabile sebbene come provvedimento tampone. Non va completato con interventi “strutturali”, indicando e scegliendo, però, di spalmare nel tempo i circa 700 argomenti citati. È repressivo e basta.

E servirebbe per non discutere dei reali problemi che attanagliano il Paese: la benzina, la crisi climatica, il salario minimo, la sanità…

Un giornale di partito avrebbe avuto più pudore nel fare propaganda di questo genere.

No, non sono io ad avere pregiudizi.

Autore

  • Giuseppe Augieri

    Giuseppe Augieri, laureato in Economia e Commercio, Master alla SdA Bocconi, ha seguito corsi di alta formazione in statistica ed econometria. Progettista impianti, impiegato tecnico ENEL, Segretario Generale UIL – Energia, proprietario ed editore del giornale della Federazione, team leader dello start-up della società ENEL di formazione. Già Responsabile di analisi e controllo gestione di un'importante azienda e amministratore delegato di una sua costola internazionale.

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