Il doppio messaggio della Turchia
La scelta del Presidente Erdoğan di donare un revolver agli altri statisti giunti per il vertice NATO ad Ankara ha suscitato qualche perplessità, diciamo proprio qualche ironia.
L’arma, realizzata dalla turca MKE, è una Gumusay 357 Magnum, ed è indubbiamente un “bel ferro”, a tamburo e canna lunga, che ricorda molto da vicino un analogo modello un tempo prodotto da una nostra storica ditta come la Vincenzo Bernardelli di Gardone Val Trompia.
Tra l’altro, l’azienda italiana, dopo aver chiuso i battenti nel 1997, fu comprata e rilanciata proprio da un’importante società turca come Sarsilmaz, principale privato nel settore, a differenza di MKE, che, invece, è statale e con cui, tuttavia, collabora nel campo delle armi leggere.
Del resto, vintage l’una, vintage l’altra: questa Gumusay è stata riprodotta per l’occasione, trattandosi di un modello storico, ma fuori listino da un bel pezzo: MKE, parlando di pistole, si concentra oggi sulle semiautomatiche.
Il nostro vecchio revolver V. Bernardelli, discendente di un antico protagonista come il Bodeo-Glisenti, volendo ne avrebbe di storie da raccontare…
Molti statisti europei, per quanto la NATO sia un’alleanza militare, non erano pronti a cotanta novità: forse avrebbero preferito altro, di più “politicamente corretto”, perché, come ben si sa, lor signori son ragazzi per bene e giammai si permetterebbero di far del male a qualcuno e men che meno ci penserebbero. Sserbi, afghani, libici, ecc., possono infatti testimoniarlo.
Per certe faccende, mandano sempre avanti qualcun altro: ragazzi per bene, c’è poco da fare.
A questo vertice, però, abbiamo visto anche pressioni inaudite su Ankara da parte degli USA, assommatesi a quelle che dall’esterno – ma neanche troppo – giungono da tempo da Israele.
Quest’ultima, che al vertice era il mozartiano “convitato di pietra”, punta sempre più allo scontro diretto con la Turchia, ormai additata alla stregua di nuova minaccia, di nuovo Iran.
Il gioco americano, in un simile frangente, non sfugge agli occhi di Ankara, che, con Riyad, Il Cairo e Islamabad, porta avanti un’intesa in via di consolidamento come l’accordo STEP, guarda caso visto da Tel Aviv sempre più come un nuovo fattore di minaccia ai suoi interessi egemonici regionali, al pari dell’Asse della Resistenza.
La Turchia mira a promuovere il suo comparto militare, essenziale agli occhi dei partner NATO, tramite cooperazioni e joint-venture in grado d’ammortizzare costi industriali e di R&D e, in tutti questi anni, ha già messo a segno più di un progresso, come ad esempio nel campo della dronistica, con gli ambiti Baykar.
Ma permangono ancora vincoli su altre tecnologie e condivisioni, sin qui sostenuti dagli USA su spinta israeliana; celebre, a tal proposito, il caso dei caccia di V generazione F-35.
Lo sblocco di alcuni dossier militari e industriali rappresenta senz’altro un importante traguardo per la Turchia, il cui comparto degli armamenti ha oggi esportazioni per circa 10 miliardi di dollari. Nessuno può rinunciarvi.
Nel frattempo, in virtù dell’alleanza STEP, Ankara guarda con interesse al potenziale industrial-militare del Pakistan, anche perché l’industria dell’uno può perfettamente integrarsi con quella dell’altro in vari ambiti.
I caccia JF-17 che il Pakistan reca con sé, poi, sono proprio una ghiottoneria che fa venire l’acquolina in bocca a tanti, per non parlare della balistica e così via.
Si aprono praterie infinite con lo STEP, tali da coinvolgere anche Arabia Saudita ed Egitto, e dietro ci sono tanta Cina e tanta SCO. Tempo al tempo, i fatti parleranno da soli. Giusto per dire: non mi sorprendo che Israele sia scontenta, ancor più dei risultati del vertice di Ankara.
Il regalo ai vari statisti giunti al vertice, il Gumusay 357, non è stato perciò casuale.
Da una parte è un modo per promuovere le qualità dell’industria militare turca, con tutto che un revolver in sé non sia certo una tecnologia d’ultimo grado (tutt’altro), anche se montato e rifinito con cura per un pubblico, come in questo caso, piuttosto “distinto”.
Dall’altra, però, è anche un segnale: proprio in virtù delle qualità militar-industriali turche, e dell’alta capacità di difesa della Turchia, oltre alle sue poliedriche cooperazioni non solo regionali, i “convitati di pietra” sono avvertiti.
Se hanno i bollori, che pensino a farseli passare: con la Turchia non si gioca.





