La sinistra soffre della sindrome autoimmune identitaria
La sinistra italiana non si è mai vergognata di nulla.
Non dei gulag, non di Budapest, non di Praga, non dei carri armati a Varsavia. Non si vergogna di Hamas, non delle bandiere di Hezbollah nei cortei.
Non di gridare “saponette mancate” al figlio di Liliana Segre. Di una sola cosa si vergogna: del tricolore italiano.
A Milano una anziana donna lo ha sventolato dal balcone durante un corteo pro-palestinese. “Sono italiana”, ha gridato. Apriti cielo e spalancati terra. È stata insultata in strada e linciata sui social.
A Modena qualcuno lo ha deposto sul luogo dove un’auto ha falciato otto persone. È stato strappato via: “sciacallaggio”. Un altro lo ha riposizionato. Strappato di nuovo.
Ci sono voluti trecento cittadini, una settimana dopo, per rimetterlo al suo posto: un presidio silenzioso, solo tricolori italiani, nessuna bandiera di partito, nessun discorso.
Alle quattro e mezza del pomeriggio, l’ora esatta della strage, le sirene delle ambulanze hanno rotto il silenzio e la folla ha applaudito per un minuto.
Una manifestazione di cuore, che però non è piaciuta alla sinistra. Centotrenta antagonisti hanno provato a raggiungerli per scacciarli e strappare le bandiere. La polizia li ha bloccati. Il tricolore, stavolta, è rimasto.
Il 25 aprile, nei cortei della Liberazione nazionale, sfilavano bandiere palestinesi da venti metri, bandiere di Hamas e una distesa di vessilli con falce e martello. Tutti felici e contenti.
Nel mentre, le bandiere dell’Europa e della NATO venivano date alle fiamme. E il tricolore italiano? Non garriva al vento. Era più facile incontrare un koala in bicicletta che vedere una nostra bandiera nazionale.
Se chiedessimo a uno psicologo criminale di fantasia di redigere un referto su questo comportamento collettivo di odio verso il nostro vessillo, la diagnosi sarebbe impietosa.
Il quadro configura una sindrome autoimmune identitaria: il soggetto non odia un simbolo politico. Odia il proprio riflesso.
Il tricolore funziona come uno specchio: dice al soggetto chi è, da dove viene, a cosa appartiene. E il soggetto non sopporta la propria immagine.
Non sopporta di essere italiano nello stesso modo in cui è italiano chi quel tricolore lo espone con orgoglio. Il problema non è la bandiera. È la parentela che la bandiera denuncia.
Il soggetto, annoterebbe il nostro psicologo, non rifiuta tutte le appartenenze. Ne abbraccia moltissime, con intensità ossessiva.
Quella palestinese, quella di classe, quella di genere. Il bisogno di identificazione è intatto, anzi ipertrofico.
Ciò che risulta compromesso è esclusivamente il rapporto con la propria origine. Il soggetto è capace di empatia, di passione, di sacrificio, ma solo per cause altrui.
Davanti alla propria comunità nazionale prova repulsione. L’autolesionismo identitario è compensazione proiettiva: il soggetto ferisce se stesso attraverso la distruzione dei propri simboli e compensa il vuoto adottando quelli altrui.
Non aggiunge la bandiera palestinese al tricolore. La mette al suo posto.
Prognosi: sfavorevole. Il soggetto non mostra segni di consapevolezza. Ogni aggressione al simbolo viene razionalizzata come atto di giustizia. Chi espone il tricolore è il malato, non chi lo strappa.
Nota sul decorso: il soggetto alterna fasi di aggressione aperta, con scontri fisici e tentativi di sfondamento dei cordoni di polizia, a fasi di negazione completa. Una volta fermato, dichiara invariabilmente di trovarsi lì per caso o minimizza la sua posizione.
Il nostro psicologo criminale di fantasia lo classificherebbe come dissociazione post-aggressiva: il soggetto non mente, semplicemente non riconosce il proprio comportamento come aggressione. Nella sua percezione, chi strappa un tricolore difende la pace. Chi lo espone provoca la violenza.
Intanto, l’unica diagnosi che conta la offre una donna anziana dal quarto piano di un palazzo di Milano.
Non conosce la psicologia criminale, non ha letto manuali. Sa solo che quella è casa sua, che quella bandiera è la sua bandiera e che sotto il suo balcone sfilano metri di stoffa che non le appartiene.
La sinistra la insulta. Lei continua a sventolare. La prognosi, per lei, è eccellente.





