L’ultimo uomo che cercava il sacro dentro la materia e il primo uomo che trasformò quel sacro in equazioni
Ci sono uomini che attraversano la storia e poi ci sono uomini che non solo l’attraversano ma la piegano.
Isaac Newton viene ricordato come il padre della fisica moderna, l’uomo della gravità, delle leggi del moto, della matematica che ha cambiato per sempre il modo di leggere l’universo, ma quasi nessuno conosce davvero Newton, un uomo profondamente solo, fragile, tormentato.
Un bambino nato prematuro, così piccolo che, secondo i racconti dell’epoca, avrebbe potuto stare dentro una brocca, non conobbe mai suo padre, morto prima della sua nascita, e da piccolo venne praticamente abbandonato dalla madre, che si risposò lasciandolo alle cure dei nonni.
Una ferita che Newton si porterà dentro per tutta la vita. Crescerà introverso, ossessivo, incapace spesso di relazioni umane normali, divorato da una fame assoluta di conoscenza e da un senso quasi mistico della missione che sentiva sulle proprie spalle.
Il vero Newton non era soltanto uno scienziato. Era un uomo ossessionato dall’ordine segreto del cosmo, era un alchimista, un teologo eretico, un cercatore di codici nascosti. Un uomo convinto che dietro la materia esistesse una struttura invisibile che teneva insieme il mondo.
Per questo John Maynard Keynes, il padre dell’economia moderna, pronunciò una frase destinata a diventare immortale: “Newton non fu il primo uomo dell’età della ragione: fu l’ultimo dei maghi”.
E, forse, nessuna frase racconta meglio il punto esatto in cui finisce il Medioevo e nasce davvero la modernità. Per oltre due secoli una parte enorme degli scritti di Newton rimase nascosta, non perché fosse irrilevante, ma perché era troppo scomoda.
Dentro quei manoscritti c’erano migliaia di pagine dedicate all’alchimia, ai testi ermetici, alla cronologia biblica, alla geometria sacra, ai codici del Tempio di Salomone, ai segreti della materia.
Newton aveva scritto più di teologia ed esoterismo che di fisica. Dopo la sua morte quei documenti furono rinchiusi in dei bauli privati.
Molti studiosi dell’Ottocento li considerarono quasi imbarazzanti, perché distruggevano l’immagine perfetta e rassicurante dello scienziato puro che il mondo moderno voleva costruire.
Così rimasero dimenticati, invisibili. Fino al 1936, quando una parte enorme dell’archivio personale di Newton venne messa all’asta da Sotheby’s. E accadde qualcosa di incredibile: gran parte del mondo accademico non era interessato a comprarli, quei documenti mostravano una verità che molti non volevano accettare, che la scienza moderna non era nata soltanto dalla ragione, ma anche dall’esoterismo.
A comprarli fu Maynard Keynes. Non un occultista, non un mistico, ma il più importante economista del Novecento. Keynes comprese qualcosa che gli altri ignoravano, Newton non cercava soltanto formule matematiche, cercava la struttura invisibile della realtà.
Cercava il linguaggio nascosto dell’universo. Oggi la parola alchimia viene spesso trattata come sinonimo di superstizione, ma nel Seicento non era così. L’alchimia era il tentativo di comprendere le forze nascoste della materia. Era una disciplina sospesa tra spiritualità, filosofia, cosmologia e quella che sarebbe diventata la chimica moderna.
Gli alchimisti erano convinti che la natura parlasse attraverso simboli e le trasformazioni. Ed è esattamente ciò che cercava Newton. Passava notti intere nei laboratori, tra crogioli, metalli, mercurio, formule e testi antichi.
La leggenda racconta che volesse creare oro, ma Newton non cercava affatto l’oro nel senso superficiale con cui per secoli è stata liquidata l’alchimia. Per i veri alchimisti era la ricerca della verità nascosta dentro la materia, il tentativo di decifrare le leggi invisibili che governano l’universo.
Non una fuga dalla scienza, ma il sentiero più antico da cui la scienza stessa sarebbe nata. Intuiva che la materia custodisse leggi invisibili e in fondo anche la gravità era invisibile. Ed è qui che Newton diventa qualcosa di molto più profondo di uno scienziato.
Quando formulò la teoria gravitazionale, molti suoi contemporanei la considerarono quasi una forma di magia. Perché descriveva una forza capace di agire a distanza senza contatto fisico.
Per il pensiero meccanicista dell’epoca era qualcosa di scandaloso. Persino Newton, in alcuni scritti, sembrava percepire la gravità come un principio ancora misterioso, una forza nascosta che l’uomo riusciva a descrivere matematicamente ma non ancora a comprendere davvero.
Ed è qui che nasce la scienza moderna, non dalla distruzione del mistero, ma dal tentativo di attraversarlo. Newton non voleva semplicemente capire come funzionasse il mondo, voleva leggere il pensiero di Dio.
Per lui l’universo era un testo scritto in linguaggio matematico. Le orbite dei pianeti, la luce, i numeri, le proporzioni, tutto apparteneva a un ordine superiore. Non è un caso che studiasse contemporaneamente ottica, astronomia, alchimia, teologia e geometria sacra.
Per Newton non erano discipline separate. Erano frammenti della stessa verità. La modernità successiva dividerà tutto, scienza, religione, filosofia, economia, politica. Ma Newton apparteneva ancora a un mondo antico in cui il sapere era unitario. Ed è forse proprio questo che oggi abbiamo dimenticato.
C’è un paradosso enorme nella figura di Newton: l’uomo che ha contribuito più di chiunque altro alla nascita della scienza moderna non pensava affatto come uno scienziato moderno, Newton è il ponte, l’ultimo uomo che cercava il sacro dentro la materia e il primo uomo che trasformò quel sacro in equazioni.
Il nostro tempo è dominato da algoritmi, intelligenza artificiale, reti invisibili e flussi finanziari immateriali, ma somiglia di più al mondo di Newton di quanto noi immaginiamo.
Anche oggi viviamo immersi in forze invisibili, noi non vediamo la gravità, non possiamo toccarla, né osservarla direttamente. Vediamo soltanto i suoi effetti: i pianeti che orbitano, gli oggetti che cadono, i nostri piedi che restano ancorati alla Terra.
Ancora oggi la scienza riesce a descrivere perfettamente come la gravità agisca, ma non sa spiegare completamente cosa sia davvero nella sua essenza più profonda. Eppure senza quella forza invisibile non potremmo nemmeno compiere un passo su questo pianeta.
Noi non vediamo i pensieri e le emozioni ma possiamo trasformarle, noi non vediamo la rete di Internet, non vediamo gli algoritmi, non vediamo i famosi dati che scorrono simultaneamente in tutto il mondo, e non vediamo i mercati finanziari che ci governano. Eppure governano la nostra esistenza.
La differenza è che Newton cercava ancora un significato dentro il mistero, noi invece rischiamo di usare il potere senza cercarne più il senso. Ed è forse questa la lezione più attuale dell’ultimo mago, la scienza vera non nasce quando il mistero finisce, ma quando qualcuno ha il coraggio di scendere nel profondo per guardarlo negli occhi.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


