La presa di coscienza che il sindacalismo italiano dovrebbe avere
Nella storia del movimento dei lavoratori, il primo maggio, Festa voluta dalla II Seconda Internazionale Socialista nel 1889, riporta alla memoria, a un tempo, immagini di lotte sociali e di impegno per i valori democratici.
Quest’anno è stato segnato da una pluralità di problemi, in uno scenario globale gravido di incertezze, che incombono sulla pace nel mondo, con i rischi della diffusione di conflitti militari, che, con novelli “dottor Stranamore”, possono fare precipitare l’umanità nell’annientamento.
Nel mentre, sembra profilarsi già adesso un nuovo “shock petrolifero” con pesanti conseguenze sulle economie e l’occupazione, come quello del 1973, derivato dalla Guerra del Kippur arabo-israeliana, e del 1979, provocato dalla Rivoluzione degli Ayatollah in Iran.
Un primo ordine di problemi nel I maggio del 2026 è quello del lavoro “povero” e sovente rifiutato, in quanto segnato da basse retribuzioni e dequalificazione professionale, in cui si inserisce l’esigenza di attribuire ai lavoratori autonomi ma economicamente dipendenti – il paradigma è quello dei rider – le stesse tutele del mondo del lavoro subordinato.
Rispetto ad esso il decreto-legge del governo in materia di “salario giusto”, varato in occasione del I Maggio, non può che destare perplessità, poiché produce ulteriori contraddizioni al sistema sindacale e presenta profili di incostituzionalità, con il tentativo di aggirare le previsioni dell’art. 39 della Costituzione e legittimare un ordinamento sindacale, tra sindacati e organizzazioni datoriali cosiddette “storiche” chiuso, che prevarica il diffuso pluralismo associativo nel nostro paese.
Serve, invece, secondo i principi di libertà e pluralismo sindacali sanciti dall’art. 39 della nostra Costituzione, una “legge sindacale” fondata sull’equilibrio tra previsione costituzionale, autonomia collettiva e diritto vivente.
Spesso connesso al lavoro “povero”, l’attualità ci propone il dramma delle morti e degli incidenti sul lavoro, che, purtroppo, sembra sempre più una sorta di bollettino di guerra e, poi, certamente non ultimo, il problema del governo dell’Economia 4.0 e dei mutamenti velocissimi che l’intelligenza artificiale sta producendo.
Rispetto a quest’ultimo punto appare profetica l’analisi di uno dei leader storici del sindacalismo italiano, Giorgio Benvenuto, che nel 1985, in piena rivoluzione tecnologica nel volume Robot, computer e nuovi operai, affermò: “Il nodo centrale, a mio avviso, è quello del controllo: sulle macchine nel senso del prodotto che si vuole ottenere, e sugli uomini, che mediante le macchine possono essere spiati anche nei più intimi momenti dell’esistenza. Un gruppo oligarchico che fosse detentore di tale controllo avrebbe certamente un potere immenso”.
E, poi, la divisione tra le tre centrali sindacali “storiche”, CGIL, CISL, UIL, a stento mascherata dalla manifestazione unitaria di Marghera e dal tradizionale Concertone del I maggio a Roma.
Una divisione che sembra evocare contrapposizioni sindacali di tipo geopolitico, da anni 50 del secolo passato al tempo della “guerra fredda”, con la contrapposizione tra modelli sindacali, uno conflittuale l’altro collaborativo, senza spazio per le posizioni del riformismo europeo, con una divisione politica rispetto al rapporto con il governo Meloni, che, alla fine, indebolisce ulteriormente il mondo del lavoro.
Eppure, i temi unificanti non mancano nell’agenda sindacale, come indicati, ad esempio, dal leader della Confial Benedetto Di Iacovo nel corso della celebrazione della Festa del lavoro a Roma con i Missionari Scalabriniani, sul tema dell’immigrazione “Verso un corridoio internazionale del lavoro regolare”, che sostanzia, tra l’altro, una visione comunitaria del sindacato.
Il sindacalismo italiano, se intende accettare la sfida dei cambiamenti, deve dotarsi di nuove competenze e interagire con tutti i soggetti che sono produttori di processi di innovazione e di ridefinizione delle regole che sorreggono i modi di produrre, l’economia, la società, che, insieme a forme di lavoro dignitoso e regolare, richiedono nuovi sistemi di welfare e nuove forme di rappresentanza sociale, politica, istituzionale con una visione culturale adeguata ai cambiamenti in essere, per governare l’emergenza e il cambiamento e per dare una prospettiva di speranza al mondo del lavoro e alla società italiana.


Maurizio Ballistreri, Ordinario ab. di Diritto del Lavoro Dipartimento di Scienze Politiche e Giuridiche dell'Università di Messina. Delegato della Rettrice dell'Università di Messina alle Relazioni sindacali. Direttore degli "Annali" della Facoltà di Economia dell'Università di Messina. Componente del Centro de Estudos, Jurídicos Económicos e Ambientais dell'Universidade Lusíada di Lisbona. Rank Full Teaching Professor International Academy of Social Sciences of Catholic University of New Spain, Florida, USA. Presidente Istituto di Studi sul Lavoro, Roma.


