E la stampa italiana racconta la fiaba della missione umanitaria
I professionisti della provocazione della Global Sumud Flotilla hanno veramente rotto le scatole.
Le hanno rotte quelli che manifestano a loro favore solo per sfasciare tutto. Le hanno rotte i media che danno loro spazio e, diciamolo dritto per dritto, le ha rotte pure il Governo italiano che perde tempo a occuparsene.
Nel 2010 la Mavi Marmara provò a forzare il blocco navale di Gaza. Nove morti. Nel giugno 2025 ci riprovò la Madleen: sequestrata, equipaggio deportato.
A settembre dello stesso anno ci riprovarono quaranta barche: intercettate, svuotate, rispedite indietro. A bordo, come accertato persino dalla polizia israeliana davanti alle telecamere, non c’era un solo carico umanitario. Neanche una scatoletta di tonno.
Il 29 aprile 2026, quarta replica: cinquantotto barche, stesso copione, stesse grida, stessa indignazione preconfezionata. Il Ministero degli Esteri israeliano l’ha ribattezzata “la flottiglia dei preservativi”, dopo aver diffuso le immagini del materiale rinvenuto a bordo: profilattici e sostanze che sembravano droga. Missione umanitaria.
Israele ha sempre detto la stessa cosa, con una chiarezza che non ammette fraintendimenti: non passerete. È zona di guerra, il blocco su Gaza è in vigore dal 2007, quello navale dal 2009.
Piace, non piace, è un dato di fatto con cui chiunque navighi nel Mediterraneo orientale è tenuto a fare i conti. Ma il coordinamento della flottiglia non vuole fare i conti. Vuole fare le immagini.
E qui si apre la prima domanda che la stampa italiana rifiuta ostinatamente di porre: chi sono queste persone e di che cosa vivono?
Un esempio è Thiago Ávila, brasiliano, trentanove anni. Si definisce “comunicatore socioambientale”. In meno di dodici mesi ha partecipato a quattro traversate marittime, un summit a Teheran ospite del parlamento iraniano, il funerale di Hassan Nasrallah a Beirut su invito personale di Hezbollah, un convoglio a Cuba.
L’Argentina lo ha respinto alla frontiera per allerta terrorismo. Nei video da Beirut lo si vede partecipare a cori che invocavano la morte di Israele e degli Stati Uniti.
Ha definito Leila Khaled, dirottatrice di aerei civili negli anni Settanta, la persona che ammira di più al mondo. Tre volontarie lo hanno accusato di comportamenti sessualmente inappropriati a bordo.
Domanda elementare: chi gli paga i biglietti aerei, gli alberghi, le traversate? Con quale reddito un comunicatore socioambientale brasiliano attraversa quattro volte il Mediterraneo in un anno e si sposta tra Teheran, Beirut, Buenos Aires e Barcellona?
Un altro partecipante alla scampagnata è Saif Abukeshek, palestinese residente a Barcellona, tre figli piccoli, risulta amministratore di una società chiamata Cyber Neptune che, secondo i documenti resi pubblici dal Ministero degli Esteri israeliano, possiede decine delle navi della flottiglia.
Euronews ha provato a verificare: nessun riscontro nei registri marittimi spagnoli. Abukeshek è membro della Conferenza Popolare dei Palestinesi all’Estero, designata da Israele nel 2021 come organizzazione legata a Hamas. Lui ha respinto ogni accusa, asserendo che i documenti israeliani non sono stati autenticati da organismi indipendenti. Ma neanche smentiti.
E la domanda resta: una società di Barcellona che possiede decine di barche, un palestinese con una rete di contatti che va dall’Algeria al Cairo, incarichi in almeno quattro organizzazioni internazionali. Chi finanzia tutto questo?
In qualunque altro Paese due profili simili sarebbero oggetto di un’inchiesta giudiziaria. In Italia sono oggetto di un corteo di solidarietà.
La stampa italiana non pone queste domande. Racconta la fiaba della missione umanitaria. Titola “pirateria”. Intervista i “reduci” stando ben attenta a non emulare le famose domande di Nanni Moretti in “Ecce Bombo”: “Ma come vivi, come paghi l’affitto, come mangi?”.
Pubblica, invece, il racconto del giornalista catturato, come se fosse una cosa strana che sia stato fermato, dopo avvisi perentori. Dà spazio ai comunicati della flottiglia, neanche fossero bollettini della Croce Rossa. E figurarsi, poi, se dedica una sola riga ai profili di chi quella flottiglia la organizza, dirige e finanzia.
Poi ci sono le piazze. Roma, Milano, Bologna, Napoli, Torino, Venezia. “Cortei spontanei”, dicono. Migliaia di persone che “per caso” e senza coordinamento si ritrovano insieme e scandiscono “dal fiume al mare”, “Stato terrorista”, “blocchiamo tutto”.
A Roma il corteo è arrivato sotto palazzo Valentini e ha gridato al Prefetto di scendere a manifestare. A Milano ha bloccato i mezzi pubblici. A Bologna ha attraversato il centro al grido di “basta complicità italiana con il genocidio”. Nessun incidente, assicurano le cronache. E questo sì che è un caso.
E, infine, il paradosso più grottesco: il governo italiano che condanna l’abbordaggio e chiede il rilascio immediato degli italiani “illegalmente fermati”. Palazzo Chigi spende capitale diplomatico per ventitré connazionali che si sono volontariamente imbarcati su una flottiglia diretta contro un blocco navale dichiarato, dopo tre precedenti identici finiti allo stesso modo.
Sapevano che cosa sarebbe successo. Lo sapevano perché gli era stato ufficialmente anticipato, perché è successo ogni volta. Ma pretendono che la Farnesina li tiri fuori.
Come a settembre 2025, quando l’Italia mobilitò due fregate della Marina Militare – la Fasan e l’Alpino – per scortare la stessa gente che poi rifiutò la mediazione proposta dal Presidente della Repubblica, attraverso il Patriarcato Latino di Gerusalemme. Soldi dei contribuenti italiani spesi per proteggere chi non voleva essere protetto ma solo filmato.
Giorgia Meloni, va detto, lo ha fatto notare con una franchezza rara in conferenza stampa: non ha cambiato idea sull’inutilità di iniziative che non portano alcun beneficio alla popolazione di Gaza e, in compenso, creano problemi diplomatici da risolvere. Come se non ce ne fossero già a sufficienza.
Il che non le ha risparmiato le solite lagne di Fratoianni, di Schlein, di Bonelli e del Movimento 5 Stelle, per i quali il governo è “succube di Israele” anche quando condanna Israele.
Il punto è semplice e andrebbe ripetuto fino a quando non entrerà nella testa di chi preferisce non capire: questa gente non vuole portare aiuti a Gaza. Non li ha mai portati.
Vuole l’abbordaggio. Vuole le immagini dei soldati con il passamontagna. Vuole le quaranta ore sulla nave-prigione da raccontare al telefono con la voce rotta. Vuole i cortei nelle piazze italiane con le bandiere giuste e gli slogan giusti.
È un format, collaudato e ripetuto con la puntualità di un palinsesto televisivo, che funziona ogni volta, perché ogni volta trova una stampa prona disposta a recitare la parte del coro indignato e un pubblico antagonista disposto a scendere in strada sempre e comunque per esistere.
Perché di questo si tratta. Non di diritto internazionale, non di aiuti umanitari, non di solidarietà con un popolo che soffre. È una farsa colossale, con alle spalle interessi giganteschi.
La misura è colma, è insopportabile assistere al ripetersi di questi teatrini. Sono certo di poter affermare che hanno rotto le scatole a nome di quella maggioranza silenziosa di italiani che lavora, paga le tasse e non ha tempo di sfasciare vetrine per conto di gente che grida morte all’Occidente intero.






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