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Hormuz, la tregua che divide il mondo

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Stretto di Hormuz

Fiducia contro garanzie, potere contro tempo

Come si può leggere questa ipotesi? Come una mossa strategica, non come una resa. Prima de-escalation, poi il nodo nucleare.

Teheran punta a congelare subito il conflitto: riapertura dello Stretto di Hormuz, fine del blocco navale, garanzie di non aggressione. Solo dopo si discuterebbe del nucleare. Tradotto: abbassare la tensione, alleggerire la pressione economica e negoziare da una posizione meno soffocata.

Chiedere il riconoscimento del diritto all’arricchimento (anche se sospeso) significa ottenere un principio politico prima ancora che tecnico: essere riconosciuti come attore legittimo, non solo come problema da contenere.

Spostare il nucleare alla fase finale concede all’Iran margine per respirare, riorganizzarsi e negoziare con più leve.

La logica americana è speculare ed opposta: prima garanzie nucleari solide, poi qualsiasi alleggerimento.  Accettare questa proposta significherebbe: perdere una leva importante (sanzioni + blocco navale), legittimare indirettamente il programma iraniano e concedere tempo, cioè il vero capitale strategico di Teheran.

In sintesi due logiche incompatibili. Cosa può succedere dopo: uno  stallo prolungato (scenario più probabile), una guerra a bassa intensità, con tensioni nello Stretto di Hormuz,  pressione economica costante ovvero  negoziati indiretti senza svolta.

È logoramento puro, atteso che nessuno cede e nessuno vuole esplodere. Potrebbe esserci un accordo parziale e temporaneo, come via intermedia: riapertura limitata delle rotte, alleggerimento parziale del blocco e controlli preliminari sul nucleare.

Un compromesso tecnico, non politico, che  serve a guadagnare tempo, che potrebbe originare una escalation controllata (rischio concreto). In tal caso se qualcuno forza potrebbero verificarsi incidenti navali nello Stretto di Hormuz, attacchi indiretti tramite proxy e aumento del prezzo del petrolio.

Al di là del fatto che nessuno vuole la guerra totale, nei fatti il sistema resta instabile.

Una svolta negoziale (meno probabile) richiederebbe una mediazione forte con concessioni simultanee. In altre parole cambiare mentalità e non solo condizioni.

L’Iran propone una tregua strategica mascherata da accordo. Gli Stati Uniti vedono il rischio di una resa anticipata. Finché questa frattura resta, non c’è accordo, ma solo la gestione della tensione.

Se si scava sotto la superficie, non è solo uno scontro tra Washington e Teheran. Ci sono altri soggetti, che condizionano l’ottenimento di un equilibrio, ovviamente  più ampio. Come ad esempio la Cina che vuole stabilità energetica, senza rafforzare troppo gli USA.

Un conflitto aperto danneggia la crescita. Nel contempo alcuni attori di rilievo non vogliono una vittoria netta americana, anche per rafforzare un sistema multipolare in equilibrio.

Verosimilmente la naturale conclusione, non sarà la pace, ma neppure una guerra totale. Con tutta probabilità il conflitto sarà gestito con tensione intermittenti, aperture temporanee e negoziati ciclici.

Ciò in quanto è l’unico punto di equilibrio in cui la Cina non perde, la Russia guadagna, gli USA mantengono la loro posizione di rilievo  e l’Unione Europea riesce a barcamenarsi.

Autore

  • Sergio Restelli

    Sergio Restelli non è solo un consulente politico o un autore: è una voce che invita alla riflessione, alla comprensione e alla ricerca di soluzioni in un mondo spesso concentrato sulle divisioni. La sua carriera dimostra come politica, diplomazia e impegno intellettuale possano contribuire a costruire ponti e delineare un futuro migliore.

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