La concezione del rapporto tra uomo, natura e sacro
L’Occidente consuma l’immaginario degli indiani d’America con una certa voracità: western hollywoodiani, romanzi d’avventura, fumetti, iconografie cinematografiche ormai diventate quasi arredamento mentale.
Pensiamo, ad esempio, a James Fenimore Cooper con il romanzo L’ultimo dei Mohicani (1826, esattamente due secoli fa), poi recuperato e rivisitato dal celebre film omonimo del 1992.
Nel 1990, il pluri-Oscar Balla coi lupi di Kevin Costner ribalta il copione western: il tenente Dunbar, incarnazione dell’ufficiale yankee, diserta la civiltà bianca per unirsi ai Sioux Lakota, simboleggiando un’utopica redenzione individuale contro l’espansionismo collettivo, mostrando infine una fascinazione per il nativo americano ai limiti della sublimazione estatica.
L’interesse occidentale per le culture native non si limita però alla narrativa o al cinema, ma arriva anche nel sistema dell’arte contemporanea.
Un esempio significativo è quello dell’artista nativa americana Jaune Quick-to-See Smith, che nel corso della sua carriera ha partecipato a quasi cento mostre. Nel 2020 un suo dipinto è entrato nella collezione della National Gallery of Art di Washington, diventando la prima opera realizzata da un artista nativo americano ad essere acquisita dal museo.
Nel 2023, inoltre, l’artista allora ottantatreenne (e poi scomparsa nel 2025) è stata al centro di una grande retrospettiva al Whitney Museum of American Art di New York, la prima nella storia del museo dedicata a un artista indigeno.
Eppure, curiosamente, mentre le loro immagini circolano ovunque, la sostanza sapienziale delle loro tradizioni stenta ancora a filtrare nel nostro modo di pensare. Abbiamo adottato il mito spettacolare, molto meno la visione del mondo che lo sosteneva.
E dire che proprio quella concezione del rapporto tra uomo, natura e sacro, sobria, cosmica, rigorosa, potrebbe forse alleviare parecchie delle nevrosi della modernità occidentale.
Le narrazioni dei popoli nativi americani, centinaia di nazioni riconosciute oggi dalle Pianure alle coste nordoccidentali, non sono infatti semplici racconti folklorici, ma un articolato intreccio di poesia, musica, danza e teatro animato da una potente dimensione magico-mitologica.
Come osserva Franco Meli nel suo bel libro Fiabe dei nativi americani. Miti e racconti (Giunti Editore, 2002) – un’antologia che dopo più di vent’anni resta per molti versi insuperata per la ricchezza e la profondità dei materiali raccolti – queste narrazioni costituiscono un “punto di partenza insostituibile” per chiunque desideri realmente iniziare a “scoprire” l’essenza dello spirito di quel continente che gli invasori chiamarono America.
Egli ci ricorda che il linguaggio di questa cultura è un «complesso amalgama di poesia, musica, danza e teatro dove il parlato si trasforma in preghiera cantata, offrendo una mappa preziosa per ritrovare la reciprocità tra l’uomo e l’ambiente».
Queste tradizioni spirituali condividono un animismo di portata universale, la sacralità della Terra e il potere dei sogni profetici, ma divergono nettamente nelle modalità espressive, modellate da “ecologie” (se così vogliamo definirle) e vicende storiche profondamente differenti.
Tali racconti costituiscono dunque un punto di avvio irrinunciabile per chiunque desideri realmente intraprendere una scoperta dell’essenza dello spirito umano e della sua intima reciprocità con l’ambiente, in un popolo che è co-implicato nella storia del nostro tempo, così americanocentrico.
Uno dei passi più vibranti, capace di incrinare le fondamenta del nostro utilitarismo moderno, si ritrova nella Preghiera di Ringraziamento dei Seneca, la tribù più occidentale della confederazione irochese, stanziata nell’attuale stato di New York nelle foreste del Nord-Est e parte di quella grande alleanza che i popoli della Lunga Casa concepirono come modello di pace confederale tra nazioni.
La preghiera apre e conclude ogni manifestazione cerimoniale e ricorda che la spiritualità non dimora in templi di pietra ma nel contatto quotidiano con il suolo: «Noi dobbiamo rendere grazie a Nostra Madre Terra perché assolve sempre le responsabilità assegnatele dagli Esseri Celesti. Non dobbiamo mai dimenticare di esprimere la nostra gratitudine a colei che sostiene i nostri piedi».
In questa visione la Terra non è una risorsa da sfruttare ma una parente prossima, un legame quasi genealogico, come riecheggia nella testimonianza raccolta tra i Dakota, il ramo orientale dei Sioux, cacciatori di bisonti delle Grandi Pianure centrali celebri per la rapidità in sella quando il cavallo fu introdotto nel Nuovo Mondo.
L’indiano, come tutte le creature che nascono e crescono, si considerava sostenuto da una madre comune, la Terra. È per questa ragione che riteneva di essere imparentato con tutti gli altri esseri viventi, ai quali conferiva pari dignità.
La sapienza nativa risiede precisamente in questo senso del luogo: la capacità di sviluppare una sensibilità e una sintonia profonda con i modelli umani e naturali che ci circondano, acquisendo così un’identità insieme fisica e mitico-spirituale.
Per il nativo, a differenza dell’uomo occidentale, non esiste il concetto di nocivo applicato alla natura; ogni creatura è trattata con pari dignità ontologica.
Questa immersione non si limita agli Irochesi. Ogni tribù custodisce un frammento irripetibile dello specchio del sacro.
Un’esplorazione utile di questa varietà ci viene offerta da Mila Fois nel suo libro Miti dei Nativi Americani. Spiriti, Eroi e Animali Totem (Meet Myths, 2020), dove l’autrice delinea,in modo molto introduttivo e divulgativo, ma comunque chiaro, le figure di spiriti ed entità soprannaturali che popolano le diverse aree culturali del continente.
Nei miti del Sud-Ovest, l’area culturale che comprende Arizona, Nuovo Messico e Texas, popolata da tribù che i conquistatori spagnoli chiamarono Pueblo, cioè “villaggi”, per i loro complessi centri abitati in pietra, emerge con particolare evidenza il tema della creazione duale.
Tra gli Yuma, stanziati lungo il basso corso del fiume Colorado al confine tra Arizona e California, Kokomaht – il Padre di Tutto – crea il suolo dal gorgo oceanico insieme al gemello cieco Bakotahl; Coyote introduce fame e morte rubando il cuore divino.
Gli Zuni del Nuovo Messico conoscono Awonawilona, spirito creatore identificato con il Sole, che genera cielo e terra dalle proprie carni; i suoi figli Ahayuta e Matsilema liberano nuvole, cervo e mais.
Per gli Hopi, il Popolo Pacifico dell’Arizona settentrionale dedito alla coltivazione sacra del mais, all’inizio esistevano Tawa, il Dio Sole, e Donna Ragno, la Dea della Terra, da cui nacque il Primo Canto Magico «del soffio del vento e del flusso dell’acqua, un canto di luce e di vita».
I Navajo e i Jicarilla Apache, tribù nomadi discese dalle regioni a nord, probabilmente dall’area del Canada occidentale, in epoca tardo-medievale, si insediarono nel Sud-Ovest condividendo con gli Hopi le stesse terre e chiamando se stessi Diné, il Popolo. Per i Jicarilla l’Emersione dal mondo sotterraneo immerso nell’oscurità ricorda che «tutto era assolutamente spirituale e sacro».
Elementi ricorrenti tessono un vasto tappeto mitico che unisce culture geograficamente distanti: eroi gemelli civilizzatori come Masewa e Uyuyewa degli Acoma o Nayenezgani e Tobadzistsini dei Navajo; la dea mais Selu dei Cherokee; il duello cosmico tra l’Uccello del Tuono e il Serpente Cornuto, archetipo condiviso del conflitto tra cielo e abisso.
Il Trickster Coyote assume fisionomie diverse: presso i Miwok (“Uomini”) crea la terra con fango oceanico; nei Navajo sparge le stelle alla rinfusa, spiegando costellazioni ordinate e ammassi caotici. Maheo è il Grande Spirito dei Cheyenne; Pokoh assegna territori ai Paiute. Gli Skagit delle coste nord-occidentali narrano che Corvo, Visone e Coyote aiutarono il Creatore, decidendo che lo spirito umano torni al mondo degli spiriti. I Pawnee dialogano con Tirawahat, Potenza Suprema che creò Sole, Luna e stelle.
Il contesto in cui scriviamo ci obbliga a fornire un esempio, di questo itinerario sapienziale, ma se ne potrebbero fare molti. Basta leggere il libro di Meli per goderseli.
Molto interessante è la vicenda di Cicatrice-sul-Viso, Poia, una narrazione Blackfoot che non è soltanto un racconto di formazione ma un autentico trattato sull’ascesi dell’anima verso l’Assoluto.
La storia si apre con una tensione verso il sacro. Una fanciulla bellissima rifiuta ogni pretendente perché consacrata al Sole, il quale le ha intimato: «Non sposare nessuno perché tu sei mia; e riceverai felicità e lunga vita».
Quando il giovane Cicatrice-sul-Viso, povero e deriso, osa chiederla in sposa, ella gli impone un viaggio cosmologico: raggiungere la loggia del Sole e chiedere a Dio stesso di cancellare il segno della sua indegnità, la cicatrice.
Il viaggio attraverso praterie e montagne, guidato da un ghiottone fino alle rive di un grande oceano, rappresenta la spogliazione dell’ego. Il superamento delle acque, confine tra il mondo sensibile e quello sovrasensibile, avviene grazie all’intervento di due cigni sacri.
Giunto nella dimora celeste, il giovane è messo alla prova nella sua onestà. Trova lungo il sentiero arco e frecce ma non li tocca. Questa integrità gli vale l’amicizia di Apisirahts, Stella del Mattino, figlio del Sole, e l’accoglienza del Sole stesso. Qui la fiaba si apre alla rivelazione metafisica.
Il Sole, presentandosi come il Capo Supremo, svela il mistero del tempo ciclico: «Tutto mi appartiene. Ho creato le terre, le montagne, le praterie, i fiumi e le foreste. Ho creato le persone e gli animali. Non muoio mai. È vero, l’inverno mi rende debole e vecchio, ma ogni estate divento giovane di nuovo».
In questa dichiarazione risiede il cuore della sapienza nativa. Il divino non è una forza statica ma un ritmo vivente di espansione e riassorbimento.
Il Sole conduce poi il giovane al limite del cielo per mostrargli la struttura del mondo, «rotondo e piatto con pareti che lo sorreggono», e gli impartisce un insegnamento sorprendente: «Qual è la parte migliore, il cuore o il cervello? Il cervello. Il cuore spesso mente, il cervello mai».
Va da sé che non dobbiamo intendere questo come un richiamo al razionalismo nudo e crudo, quanto un invito a un’accensione delle facoltà di discernimento e concentrazione su quello che noi chiameremmo Logos, quindi un luogo sorgivo della ragione ma anche della saggezza.
La verità non si coglie con l’emotività instabile ma con l’intelletto capace di riflettere l’ordine cosmico senza distorsioni. Per suggellare l’unione tra uomo e Dio il Sole insegna a Poia la costruzione della Loggia di Medicina e della Loggia di Sudorazione, microcosmi rituali composti da numerosi pali dipinti per metà di rosso – il giorno e la vita – e per metà di nero — la notte e il mistero. Qui il termine “loggia” indica una struttura sacrale coperta, e non una semplice abitazione come il tepee o il wigwam.
La guarigione finale, la cicatrice che scompare sotto il tocco di una potente medicina divina, simboleggia la trasfigurazione dell’iniziato. Poia ritorna tra gli uomini percorrendo un sentiero creato dagli astri, la Via Lattea, portando con sé la Danza del Sole e la prima tenda sciamanica.
Al cuore di questa trasmissione pulsa lo sciamano, mediatore tra umano e spirituale. Presso gli Zuni Poshayanki è il primo sciamano, custode dei sacri animali guardiani delle quattro direzioni.
In molte tradizioni, il tamburo è offerta allo Spirito del Mondo. I Lakota trasmettono l’essenza attraverso il soffio e la pipa cosmica, con pensieri che ascendono come aquile. La conquista del potere sciamanico passa attraverso il digiuno e la solitudine, che rendono l’iniziato più compassionevole verso i propri simili.
Già Elémire Zolla, nel suo stupendo I letterati e lo sciamano del 1969 (diffuso in America nel 1974 come The Writer and The Shaman. A morphology of the american indian), denunciava come la nostra civiltà letterata abbia sistematicamente facilitato un genocidio non soltanto fisico ma anche spirituale attraverso raffinati mezzi ideologici.
Al cuore di questo eccidio si pone l’Illuminismo occidentale, colpevole di aver elevato il Progresso a nuovo “Primo Mobile”, un dogma supremo destinato a usurpare il posto della verità morale e metafisica. Per il fedele di questa ideologia, l’eliminazione di tutto ciò che viene decretato «invecchiato» o «nostalgico» diventa una vera e propria partecipazione sacramentale a un dio crudele – la «Marcia dei Tempi» – che esige il sacrificio di chiunque ne ostacoli il corso inarrestabile.
Questa cecità intellettuale ha prodotto quello che Zolla definisce un «anatema zoologico». Il celebre naturalista francese Georges-Louis Leclerc de Buffon utilizzò la ragione per teorizzare un’America geograficamente «immatura», sostenendo che il suo clima freddo e umido producesse una fauna «diminuita» (come il puma, visto come un leone sminuito); per estensione, l’aborigeno veniva degradato a essere biologicamente frigido, insensibile e privo d’anima.
Il filosofo olandese Corneille de Pauw radicalizzò tale visione, trasformando la Società nell’unico valore assoluto e colpendo i nativi con un marchio di inferiorità antropologica che giustificava la loro sottomissione o eliminazione in nome della civiltà.
Laddove l’uomo moderno, prigioniero di questa «ipocrita benevolenza» illuminista, vede nella natura soltanto una risorsa da dominare, lo sciamano percepisce l’universo come un organismo vivente e sacro. Ogni suo gesto, dal fumare la pipa alla semina, diviene un sacramento che riannoda la Totalità al suo Principio.
Quando questo equilibrio viene infranto, la terra stessa soffre. La profezia del veggente Kalapuya lo vide con tragica lucidità: sognò la sua terra verdeggiante trasformata in una «nera landa desolata» sotto l’aratro di ferro degli invasori.
Tuttavia, le fiabe dei nativi insegnano che la via della guarigione non è preclusa. Essa passa per ciò che Zolla chiamava l’«intelletto d’amore», l’unica facoltà capace di squarciare il velo del progresso criminale e di cogliere la realtà suprema che vibra ancora nel soffio naturale. Partendo da questo presupposto, un mistico medievale europeo e lo sciamano indiano sono consanguinei metafisici sul piano dell’esperienza interiore.
Attraverso sogni e visioni, l’uomo contemporaneo è invitato a riscoprire la propria essenza spirituale, abbandonando la «nera terra» dell’utilitarismo per tornare a essere, come gli antichi padri della tradizione, autentico vettore della luce del giorno e del respiro del mondo.
[Chi scrive è consapevole che questo articolo si muove nel territorio delle suggestioni culturali e spirituali: il suo scopo è offrire un contraltare alla secolarizzazione occidentale nel formato di una pagina culturale di quotidiano, non fornire un’analisi scientifica dello stato socio-economico e religioso.
Le comunità native americane affrontano oggi sfide concrete e urgenti su tutti i fronti, che queste righe non pretendono di esaurire né di documentare in modo sistematico.
Per chi desideri approfondire: ncai.org (State of Indian Nations Report), census.gov, bia.gov, hpaied.org.
Per le etnografie, l’American Indian Quarterly, rivista peer-reviewed della University of Nebraska Press, resta un punto di riferimento solido.]





