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I democratici sono contro la povertà, non contro la ricchezza

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povertà/ricchezza

Il dialogo alla base del viver civile

Ripartiamo da qui.

“Noi democratici non siamo contro la ricchezza ma contro la povertà. La ricchezza, per noi, non è una colpa da espiare, ma un legittimo obiettivo da perseguire. Ma la ricchezza non può non essere anche una responsabilità da esercitare”.

È Olaf Palme che parla, ed imposta così la trama del suo programma di azioni sociali e di politica economica. Sono le stesse, in termini di parallelo concettuale, con il programma di Bad Godesberg. Cioè il messaggio chiave, la base del socialismo democratico europeo: ormai sconosciuto ai più.

Mi piace ricordare che questa locuzione è stata citata anche da Walter Veltroni, in un suo intervento al Lingotto (2011), ed è stata accompagnata 11 anni dopo da una intervista al Corriere.it (2.11.2022), con il titolo: “Il dolce segreto per non finire in un mondo vuoto e triste”, sintesi di una visione di società – che è sintesi di programma politico – assolutamente condivisibile.

La politica democratica, deve mirare ad un equilibrio tra crescita economica e giustizia sociale: la ricchezza non è di per sé negativa ma deve essere accompagnata da responsabilità sociale.

Dunque la lotta politica deve concentrarsi sul contrastare la povertà e garantire equità. Senza per questo dichiarare guerra alle ricchezze: che vanno chiamate a fornire, responsabilmente perché parte della società non reietta, il contributo di solidarietà Su questo deve basarsi l’idea e qualsiasi progetto di politica economica.

Mi sembra una prospettiva molto lontana dalle proposte che vedo sul tavolo. Intanto perché la frattura tra politica economica ed economia è assoluta.

Le scelte economiche vengono giudicate sulla base delle appartenenze e non dei risultati che può produrre, questi ultimi in una visione di breve (laddove non esiste una politica economica se non di medio-lungo termine), perché funzionale ad un consenso immediato.

E, sullo sfondo, la sinistra tende ad ignorare persino che al padrone ed al capitalista si è sostituito il finanziere: con il quale fare i conti è molto più tosta.

Dunque, il progetto Bad Godesberg va completamente riscritto. La materia è profondamente diversa. È il valore portante che resta immutato. La logica, il metodo, l’approccio.

Quello che si è creato nel welfare del mondo, con una accelerazione impressionante dopo la caduta delle esperienze socialiste nei Paesi europei, è stato di grande negatività.

Si può discettare sino alla noia di chi sia la responsabilità: il dato incontestabile è che le politiche economiche messe in campo negli ultimi 30 anni, quando come sinistra si è governato, ancor più il tipo di opposizione seguita quando si è stati minoranza, non sono state vincenti.

Anzi, inutile essere pietosi: sono state fallimentari.

Ciononostante il progetto che ha determinato questo fallimento è rimasto immutato nella mente e nelle coscienze della sinistra. Nulla di nuovo. Persino l’elaborazione teorica langue.

Ci si ferma a Modigliani e Cafè da noi, oltretutto pressoché ignorati, e poco altro. Ritorno a Veltroni: “Siamo come intrappolati in un eterno presente senza spessore e prospettiva. La dimensione del progetto non ci appartiene più”.

15 anni dopo quell’intervento, nomi dei protagonisti a parte, non è cambiato assolutamente nulla. O forse si: l’urgenza di cambiare è diventata drammatica.

A quella critica va accompagnata la constatazione (ancora Palme), che “la solidarietà non è divisibile”. Lo scontro non è strumento efficace: il dialogo è la strada. Il riconoscimento dell’avversario non come nemico è il paradigma di base.

E non si può sbagliare bersaglio: che sicuramente non è chi la pensa diversamente da te. Con i soggetti contraddittori si deve contrattare, rispettando la diversità, nella logica che comprendere le differenze non significa accettarle ma misurarle per poi mediare. Senza dialogo non c’è nulla.

Lo diceva anche Norberto Bobbio, uno dei fari di un’epoca segnata da una ideologia frettolosamente abbandonata – ed anche forzatamente fatta abbandonare – che pure aveva realizzato enormi successi economici, politici e soprattutto sociali dei Paesi Europei a guida socialista. Insisto nel chiedere di rileggere Veltroni al Lingotto. Fornisce molti stimoli.

Perché quei progetti erano vincenti e quelli successivi perdenti? Non è solo questione di contenuti, comunque essenziali. L’abbandono di Bad Godesberg, di quella logica e di quei parametri politici, ha dato luogo ad una progettazione economica e sociale che non ha funzionato a partire da metodo ed alleanze.

Errori, tanti. Prima se ne prende atto e meglio sarà. Perché la soluzione passa per il sovvertimento di tutto quanto sinora la sinistra ha messo in campo. Qualche compagno parla di rivoluzione. Se di questo tipo, se non piazzaiola, approvo pienamente.

Einstein diceva: “Non possiamo risolvere i problemi con le stesse idee e gli stessi metodi (ed io aggiungo: persone) con le quali li abbiamo creati”.

Semplice ed efficace. In campo sociale ed economico è una regola che vale il doppio.

Autore

  • Giuseppe Augieri

    Giuseppe Augieri, laureato in Economia e Commercio, Master alla SdA Bocconi, ha seguito corsi di alta formazione in statistica ed econometria. Progettista impianti, impiegato tecnico ENEL, Segretario Generale UIL – Energia, proprietario ed editore del giornale della Federazione, team leader dello start-up della società ENEL di formazione. Già Responsabile di analisi e controllo gestione di un'importante azienda e amministratore delegato di una sua costola internazionale.

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