Cosa gli Stati intendono veramente per pace universale?
Ieri, 19 febbraio 2026, si è riunito per la prima volta il Board of Peace, voluto dall’attuale Amministrazione USA a guida Trump, per la ricostruzione, la sicurezza e la governance nella striscia di Gaza. E non solo!
Oltre le solite e sterili parole ad usum stultorum, il fatto in sé e per sé rappresenta senz’altro un modo per dire da che parte stare, in modo netto o comunque anche con qualche se o ma.
In definitiva, un modo sia pure in forme diverse di partecipare, prendere parte ovvero assumere una posizione essenzialmente “politica” e, quindi, divisiva, in ordine alla costruzione della nova civitas dei.
Il vertice di oggi ha visto la partecipazione di numerosissimi rappresentanti di Paesi e organizzazioni internazionali, tra membri fondatori, osservatori e ospiti.
Al di là delle apparenze e delle parole di cui si diceva, il quadro della reale situazione in questione è assai significativo già che prendiamo in prestito l’immagine seguente pubblicata su Wikipedia:

Nel riquadro, la prima distinzione politica che emerge è tra Stati nazionali e Organizzazioni internazionali invitati e Stati non-invitati a partecipare, e tra questi risulta pertanto del tutto evidente l’esclusione di quasi tutto il continente africano, alcuni Stati del continente americano e altri territori, del Medi Oriente o la Groenlandia, attualmente oggetto di contese politiche con gli USA.
Oltre trent’anni fa avremmo fatto una distinzione politica tra Paesi della Nato e Paesi del Patto di Varsavia, e ancora tra Paesi allineati e non-allineati; prima cioè che, in qualche modo, tutti gli “osservatori internazionali” hanno iniziato a parlare di globalizzazione, forse a partire dal Sudafrica di Mandela ma tralasciando nello stesso tempo e spazio tutti o quasi tutti i restanti Paesi del medesimo continente.
E, quindi, un primo dato oggettivo: l’esclusione partecipativa, in generale, dei Paesi del continente africano. Dato che tuttavia rappresenta una sorta di costante politica, vissuta anche nel corso dell’epoca più recente di globalizzazione.
Secondo dato oggettivo: chiusa suddetta epoca – falsa e ipocrita, così come narrata da questo Quotidiano, e simbolicamente culminata nelle più che orribili vicende fattuali degli Epstein file –, il risiko mondiale deve necessariamente ripartire da un nuovo accordo, e quindi un accordo di pace, tra i diversi ed attuali attori-protagonisti sulla scacchiera.
Motivo per cui tra i Paesi invitati dall’Amministrazione USA figurano anche Paesi come la Russia, la Cina, l’India, ecc… Infatti, per fare la pace bisogna essere almeno in due. Salvo che non occorra fare la pace, prima, con sé stesso.
Terzo dato oggettivo: in funzione dell’accordo di pace – non solo per Gaza ma, come abbiamo inteso, per il mondo intero -, c’è da chiedersi quale sia attualmente il ruolo che possano ancora ed eventualmente svolgere organizzazioni globaliste o supposte globaliste, come ad esempio l’ONU o il Vaticano o altre.
All’uopo, se non sono servite finora – ed è questo il terzo dato oggettivo che necessita rilevare -, è lecito comunque supporre che, in funzione della pace, ad esse possa ancora spettare un ruolo propositivo…
Ma: sempre che la pace non sia ritenuta una questione appannaggio di un’unica parte soltanto, la loro, tale per cui la pace sarebbe e dovrebbe essere soltanto quella che loro stessi dicono e vorrebbero che sia. Ovvero: ciò che accade in una notte nera in cui tutte le vacche sono nere.


Angelo Giubileo, filosofo, giurista, giornalista e scrittore. Si è occupato e si occupa principalmente della divulgazione e comprensione del pensiero di Parmenide.


