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Europa e Usa, si apre un nuovo scenario

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“Tra Europa e Stati Uniti si è aperta una frattura”. Sette parole che cambiano la storia, pronunciate ieri da Friedrich Merz, cancelliere tedesco, sul palco della Conferenza di Monaco sulla Sicurezza. Non è uno sfogo. È un certificato di divorzio. Soprattutto è la risposta fredda a J.D. Vance, che un anno fa salì su quella stessa tribuna per impartire all’Europa una predica sulla democrazia.

Merz gli dà ragione con una calma che pesa più di qualsiasi urlo: la frattura esiste, ma non per i motivi che Washington immagina. La guerra culturale del movimento MAGA non appartiene all’Europa. Da questa parte dell’Atlantico la libertà di espressione si ferma davanti alla dignità della persona, il libero scambio vale più dei dazi e gli accordi sul clima non si stracciano per compiacere i petrolieri del Texas.
Poi arriva l’annuncio che nessuno si attendeva: colloqui avviati con Macron sulla deterrenza nucleare europea. La Germania, il Paese che rinunciò all’atomo per espiare i crimini del Novecento, oggi discute di testate nucleari con Parigi.
Chi conosce la storia tedesca capisce che questo passaggio ha un peso specifico enorme. Chi non la conosce, evidentemente, governa a Washington.
E si vede. Quindici capi di Stato europei siedono con Zelensky per ridisegnare la sicurezza del continente. Il Segretario di Stato americano Rubio doveva esserci, invece cancella all’ultimo e vola a Budapest da Orbán, l’unico leader europeo allineato con Trump.
Un diplomatico europeo commenta: “Follia.”
Non è follia. È coerenza. La coerenza brutale di un’amministrazione che nella propria Strategia di sicurezza nazionale definisce l’Europa un continente avviato alla “cancellazione della civiltà”, non nomina la Russia come avversario e indica nei partiti di estrema destra i veri amici di Washington.
Trump tratta gli alleati come trattava i debitori dei suoi palazzi: pressione massima, umiliazione pubblica, rinegoziazione al ribasso. Ha funzionato col Venezuela. Funziona assai meno con nazioni che vantano un millennio di diplomazia, arsenali nucleari e la seconda economia del pianeta.
L’Europa non è il cortile di casa. L’Europa è il cortile di Metternich, di Talleyrand, di Bismarck, di gente che costruiva e smontava imperi quando l’America era ancora una colonia britannica.
Chi non studia la storia ne viene travolto.
Trump si illude che l’America basti a se stessa. Allontana gli alleati, umilia chi gli tende la mano, corteggia chi gli dà ragione. Sceglie la solitudine e la chiama forza.
Ma il mondo non aspetta. Là fuori la Russia tiene un milione di uomini in trincea in Ucraina e continua a reclutarne. La Cina ha un miliardo e quattrocento milioni di abitanti e costruisce la flotta militare più grande del pianeta. I BRICS raccolgono quasi quattro miliardi di persone in un blocco alternativo all’Occidente. Contro tutto questo, trecentoquaranta milioni di americani. Soli. Perché Trump si priva volontariamente dell’unica cosa che rendeva l’America imbattibile: gli alleati.
La domanda che nessuno a Washington sembra porsi è anche la più ovvia: il giorno in cui Pechino deciderà di forzare la mano su Taiwan, chi risponderà alla chiamata? Un’Europa umiliata e trattata da vassallo correrà in soccorso di chi l’ha definita una civiltà in estinzione?
Merz ha ringraziato gli americani per quello che fecero dopo il 1945. Ha usato il passato. “Non lo dimentichiamo”, ha detto. È gratitudine, non alleanza. È il linguaggio di chi saluta con rispetto prima di voltare pagina.
Monaco 2026 sarà ricordata come il giorno in cui l’Europa ha smesso di aspettare l’America. L’ha fatto senza sbattere la porta, con la compostezza di chi sa che un mondo dominato dalla sola forza, come ha detto lo stesso Merz, “sarebbe un luogo oscuro”. I tedeschi lo sanno bene. Ci sono già passati. L’America, evidentemente, ancora no.

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  • Redazione

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