Home Opinioni Hamas e dittatori vari, i soliti due pesi e due miusure

Hamas e dittatori vari, i soliti due pesi e due miusure

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Durante la guerra a Gaza, quando si provava a criticare Hamas, una frase tornava con una regolarità impressionante:
“Hamas è espressione del popolo palestinese. È l’unica forza capace di resistere all’imperialismo – termine con cui, in quel contesto, si indicava Israele – e va appoggiata. Poi, quando vinceranno, discuteranno loro del governo.”

Ogni denuncia proveniente da palestinesi che avevano il coraggio di dire una cosa semplice – e cioè che Hamas aveva instaurato un regime – veniva bollata come tradimento. Chi parlava veniva indicato come traditore. L’unica rappresentanza ammessa era Hamas stessa. Il risultato è stato l’abbandono totale dei palestinesi alla dittatura, in nome di una presunta causa superiore.

È uno schema che conosciamo bene. È successo in Belarus, quando Putin ha mandato le truppe a Minsk e il silenzio è stato quasi totale.
È successo con l’Ucraina, per cui per anni le piazze sono rimaste vuote, in attesa di una Flotilla che non è mai arrivata.
Sta succedendo con l’Iran, lasciato da decenni a un regime che reprime, imprigiona e uccide, mentre chi si dice paladino dei diritti volta lo sguardo altrove.

In questi giorni, lo stesso Pd sta portando avanti una campagna per il no al referendum francamente vergognosa: una campagna costruita sul ricatto emotivo e sull’idea che chi vota sì sarebbe fascista. Il messaggio è chiaro: bisogna votare no per “non condividere le urne con i fascisti”.

Peccato che, pochi giorni fa, molti di quelli che oggi sostengono di non poter condividere le urne con CasaPound fossero tranquillamente in piazza con Askatasuna.
Lo stesso Askatasuna che è apertamente pro-Hamas, pro-Putin, pro-regime iraniano.

A questo punto la domanda è inevitabile: fino a che livello può spingersi il cinismo?

Questa stessa area politica parla continuamente di giustizia sociale e di diritti, ma accetta senza problemi che alcuni esseri umani non li abbiano, purché vivano sotto il “regime giusto”. In nome di un relativismo culturale diventato dogma, si arriva a sostenere – implicitamente o esplicitamente – che certi popoli non desiderino davvero libertà, diritti, autodeterminazione.

E tuttavia non c’è alcuna esitazione ad allearsi, per puro calcolo elettorale, con chi inneggia a quei tiranni.
Non per convinzione. Non per coerenza. Ma per qualche voto in più.

Ed è difficile immaginare una forma più limpida di indifferenza

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  • Redazione

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