
di Raimondo Anna Montanari
La proposta della Presidente del Consiglio di coinvolgere l’opposizione in una risoluzione unitaria sul tema della sicurezza, in concomitanza con le relazioni del Ministro dell’Interno, va letta oltre il piano della semplice apertura istituzionale. Inserita nell’attuale contesto politico, essa appare piuttosto come una mossa strategica consapevole.
La sicurezza rappresenta oggi uno dei principali catalizzatori del consenso pubblico. In tale cornice, l’iniziativa del governo ridefinisce il campo del confronto politico, ponendo l’opposizione di fronte a un’alternativa asimmetrica: rifiutare la proposta, assumendosi il rischio di apparire distante dalle istanze dell’elettorato, oppure aderirvi, legittimando l’agenda e il frame narrativo dell’esecutivo.
Questa dinamica richiama una logica di realismo politico riconducibile alla tradizione strategica dell’Arthaśāstra di Kautilya, secondo cui l’obiettivo non è lo scontro diretto con l’avversario, ma la limitazione preventiva della sua capacità di manovra. Il coinvolgimento dell’opposizione non elimina il conflitto, ma lo ingloba entro coordinate stabilite dal governo, producendo una forma di cooptazione funzionale.
In questa prospettiva, l’origine delle tensioni legate all’insicurezza assume un ruolo secondario rispetto alla capacità dell’esecutivo di interpretare il momento politico e trasformare una fase critica in un’occasione di rafforzamento della propria posizione. La crisi non viene necessariamente creata, ma utilizzata.
La mossa del governo suggerisce dunque una concezione della politica come gestione degli equilibri più che come confronto frontale: non la sconfitta dell’avversario, bensì la sua integrazione forzata all’interno di un assetto favorevole. Una strategia silenziosa, ma efficace.





