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Giustizia, quo usque tandem?

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“Quo usque tandem abutere patientia nostra?”

No, questa citazione non è il vezzo di un classicista. È una domanda viva. Ed è rivolta, oggi, non a un congiurato nell’ombra, ma a un potere che agisce alla luce del sole e pretende pure l’applauso.

Fino a quando l’Associazione Nazionale Magistrati continuerà a travalicare il perimetro della propria funzione, parlando come un partito politico, agendo come una corporazione, giudicando come un tribunale morale senza appello? Fino a quando si arrogherà il diritto di dettare l’agenda civile del Paese, di delegittimare il Parlamento, di trattare la volontà popolare come un incidente fastidioso?

Le parole del segretario dell’ANM, Rocco Maruotti — poi frettolosamente ritrattate, come si ritira una mano dopo aver infranto a pietrate la vetrata di una cattedrale gotica — non sono una caduta di stile. Sono una confessione. Accostare la tragedia di Minneapolis alla riforma Nordio non è stato un errore: è stato un atto politico vigliacco e deliberato, un uso cinico di un dramma per costruire un ricatto emotivo nei confronti dell’opinione pubblica.

Qui non siamo più nel dissenso, che è legittimo. Siamo in piena propaganda. Una propaganda che richiama, per metodo e brutalità simbolica, le più nere esperienze del Novecento.

E quando una simile propaganda, costruita sulla cosciente menzogna, è esercitata da chi detiene un potere costituzionale e non risponde a nessun elettorato, allora siamo di fronte alla fase finale di una patologia che offende l’Italia da oltre trent’anni. Dal 1992.

Che l’accostamento di Maruotti fosse, per giunta, fattualmente sgangherato — segno di una conoscenza approssimativa dei fatti evocati — non attenua la responsabilità: la aggrava. Perché l’ignoranza, a simili livelli, non è una disattenzione. È una colpa morale.

Il ministro Nordio ha parlato di parole “vergognose” e “grottesche”. Ha ragione. Ma soprattutto quelle parole sono rivelatrici. Rivelano ciò che da anni si finge di non vedere: che una parte organizzata della magistratura non si percepisce più come potere terzo, ma come potere contro. Non come garante delle regole, ma come loro interprete politico. Non come servitore della legge, ma come suo padrone.

L’ANM, oggi, è questo: un partito leninista, con disciplina ferrea e capi correntizi; senza responsabilità democratica, ma con un’enorme capacità di condizionamento. Un partito che non si presenta alle elezioni, ma ne giudica gli esiti; che non scrive le leggi, ma ne decide l’applicazione; che non governa, ma cambia i governi — o vorrebbe farlo, come è già avvenuto in passato.

Da trentatré anni — un’intera generazione — l’Italia convive con questa anomalia: magistrati che, protetti da un CSM ridotto a campo di battaglia tra correnti, vengono quasi sempre assolti non dai fatti, ma dall’appartenenza. Decisioni che hanno inciso, al modo di golpe bianchi, sui destini politici della nazione sono state difese come atti di fede e mai seriamente rimesse in discussione.

Questo non è Stato di diritto. È, di fatto, la dittatura di un’oligarchia di funzionari ideologizzati, coperti da una toga nera.

Ora basta.

Non ci sono più attenuanti per chi, in vista del referendum, continua a difendere le ragioni del No come se fossero un dogma rivelato dall’alto delle toghe. Chi lo fa non sta difendendo l’indipendenza della magistratura — che nessuno vuole toccare — ma l’indipendenza dalla democrazia. E chi difende questa indipendenza patologica o non comprende ciò che sta accadendo ed è un cretino, o lo comprende benissimo ed è complice di questa sfida alla giustizia.

La magistratura non è un nemico? Non lo so. Ma certamente lo è la sua politicizzazione, la sua metamorfosi in soggetto ideologico, la sua pretesa di erigersi a coscienza morale della nazione. Quando un potere non eletto si sente moralmente superiore a quello eletto, la Repubblica perde le sue ragioni morali. Muore.

Quo usque tandem?
Fino a quando questa oligarchia togata potrà permettersi di parlare come uno Stato nello Stato, di evocare tragedie per spaventare i cittadini, di trattare il Parlamento come un intruso e il popolo come un sospetto?

La pazienza, come insegna Cicerone, non è infinita.
E quando finisce, non lo decide una toga. Lo decide la storia. Ed è arrivato quel tempo. Lo voglia Iddio.

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  • Redazione

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