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Xi potrebbe aver temuto un golpe

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A Cura di Agenzia Nova
Cina, Sisci a “Nova”: Xi potrebbe aver temuto un golpe, ora ha il potere indiscusso sull’esercito
“Zhang Youxia e Liu Zhenli sono stati gli ultimi due generali a cadere in una serie di epurazioni che non ha eguali nella storia della Repubblica popolare cinese per portata e durata, e che ha prodotto inchieste a carico di decine, forse centinaia, di persone”
Il presidente della Cina, Xi Jinping, potrebbe aver epurato il generale Zhang Youxia nel timore di un colpo di mano nei suoi confronti. La mossa consegna ora al leader cinese un “potere indiscusso” sulle forze armate, che tuttavia mancano della struttura di comando necessaria ad una guerra imminente. Lo dichiara ad “Agenzia Nova” l’esperto di Cina e direttore di Appia Institute, Francesco Sisci, dopo gli ultimi ricambi al vertice della potente Commissione militare centrale (Cmc) cinese. L’organismo, sotto la guida dello stesso Xi, definisce la strategia militare, gestisce la politica interna dell’esercito e coordina la modernizzazione della difesa in aree chiave come lo spazio e la tecnologia cibernetica. Con un comunicato diramato il 24 gennaio scorso, il ministero della Difesa ha annunciato che Zhang – primo vicepresidente della Commissione dal 2022 – è stato indagato per “presunte gravi violazioni della disciplina e della legge” assieme al capo di Stato maggiore Liu Zhenli. Come ricordato da Sisci, i due generali sono stati gli ultimi a cadere in una serie di epurazioni che “non ha eguali nella storia della Repubblica popolare cinese per portata e durata”, e che ha prodotto inchieste a carico di “decine, forse centinaia, di persone”.
Il provvedimento nei confronti di Zhang ha suscitato clamore – oltre che per gli stretti rapporti personali con il presidente cinese – anche per le dure accuse pubblicate dal quotidiano ufficiale dell’esercito (“Pla Daily”) il 24 gennaio. Un editoriale apparso in prima pagina riporta che Zhang e Liu hanno “gravemente calpestato e minato la catena di comando del presidente della Commissione militare centrale”, “seriamente alimentato problemi politici e di corruzione” e “minacciato il potere del Partito (comunista) alle fondamenta”. “Il Pla Daily riferisce di ‘errori politici’ e del fatto che Zhang abbia organizzato delle cricche. Nella logica cinese, si tratta di un tentativo di colpo di Stato”, spiega Sisci, secondo cui è possibile che il generale “stesse lavorando alla creazione di una base alternativa di potere e Xi lo abbia eliminato”. “Da anni circolano voci secondo cui l’Esercito popolare di liberazione avrebbe complottato per estromettere Xi”, aggiunge l’esperto, per il quale non è da escludere che le forze armate stessero ordendo una trama “alla Lin Biao”, il successore designato di Mao Zedong che nel 1971 tentò di organizzare un colpo di Stato contro quest’ultimo, venendo tuttavia scoperto e ucciso.
A differenza di Mao, che “punì gran parte del partito durante il suo governo, ma non prese di mira l’esercito, forse per paura di rappresaglie”, Xi ha condotto un “aggressivo rimpasto” che tuttavia non ha innescato alcuna reazione da parte delle forze armate, segno di un “potere indiscusso” e della totale subordinazione al partito. “Per la prima volta nella sua storia, l’Esercito popolare di liberazione non è più il ‘kingmaker’ del partito, come lo era in passato, ma è ora interamente sotto il suo controllo”, osserva Sisci, secondo cui “le ultime retrocessioni cancellano completamente la leadership dell’esercito”. Con l’inchiesta a carico di Zhang, infatti, “tutti i membri della Commissione militare centrale sono stati rimossi, lasciando solo Zhang Shengmin, promosso alla commissione solo l’anno scorso e da allora responsabile della supervisione delle epurazioni”.
È possibile che le incertezze legate al futuro della Commissione militare centrale e alla sua composizione siano destinate a protrarsi fino al congresso del Partito nel 2027, quando potrebbero essere ufficializzate nuove nomine. “Non è chiaro come evolveranno le cose. Xi ha eliminato l’élite militare precedente, segnalando l’intenzione di creare una nuova classe dirigente”, ma “i nuovi generali che prenderanno il controllo dell’esercito dovranno passare attraverso un lungo processo di consolidamento che richiederà anni”, osserva Sisci. Il processo che porterà alla formazione di una nuova struttura di comando solida e operativa è destinato ad avere ripercussioni anche sulla politica estera. Le epurazioni sollevano infatti “molte incertezze sulla futura direzione della difesa cinese”. La mancanza di generali “rende al momento la Cina impreparata per una guerra” e solleva interrogativi anche riguardo ai piani di Pechino su Taiwan. Sisci sottolinea come un’invasione militare “probabilmente non apporterebbe a Xi molti benefici personali. Se l’isola venisse conquistata, i generali ne prenderebbero il merito; se l’invasione fallisse, Xi ne sarebbe ritenuto responsabile”.
Pertanto, non sono da escludere “alternative all’azione militare diretta”, quali un “approccio ibrido che combina intimidazione, influenza e tattiche simili” a quelle utilizzate a Hong Kong per garantire un passaggio di consegne senza intoppi nel 1997. Un piano, questo, che secondo l’esperto “non renderebbe l’Esercito popolare di liberazione l’unico attore” e che permetterebbe a Xi di “guadagnare tutti i vantaggi politici senza doverli condividere con generali pericolosi”. Nonostante la riorganizzazione della catena di comando, Sisci ritiene che i rapporti tra Xi e le forze armate rimangano solidi e che le epurazioni condotte in nome alla lotta contro la corruzione potrebbero contribuire con successo all’obiettivo di modernizzazione dell’esercito.
Il rimpasto ai vertici della Commissione militare centrale precede di pochi mesi la visita che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump dovrebbe effettuare in Cina ad aprile, un appuntamento cui la leadership di Xi Jinping si prepara adottando un atteggiamento “più prudente” in politica estera. A tal proposito, Sisci ricorda una serie di “errori strategici” commessi da Pechino negli ultimi anni. Tra questi, la convinzione che la Russia avrebbe vinto la guerra in Ucraina nel giro di poche settimane nel 2022, l’appoggio al movimento islamista palestinese Hamas ad ottobre 2023 – “nella convinzione che l’intero mondo musulmano si sarebbe unito contro Israele” – e, più di recente, la fiducia nelle capacità del Venezuela di respingere un attacco statunitense poco prima della cattura del presidente Nicolas Maduro.

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