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Il ritorno della Tradizione nell’ordine multipolare

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di Paolo Zanotto
Il ritorno della Tradizione nell’ordine multipolare: genealogia, forme e prospettive di una metamorfosi storica
Introduzione: la crisi dell’universalismo moderno e il tramonto dell’unipolarismo
La fase storica che stiamo attraversando appare segnata da una trasformazione di portata epocale, il cui tratto distintivo è il progressivo esaurimento dell’ordine unipolare emerso dopo la fine della Guerra fredda. L’illusione di una fine della Storia, intesa come universalizzazione irreversibile del modello liberal-democratico occidentale, si è infranta contro la resistenza profonda delle civiltà storiche, le quali hanno dimostrato di non essere semplici varianti locali di un medesimo paradigma, ma anche portatrici di principi formali, antropologici e metafisici radicalmente distinti.
Il fallimento dell’universalismo moderno – che si presenta come neutrale, razionale e post-tradizionale – è innanzitutto un fallimento antropologico: esso ha preteso di sradicare l’uomo da ogni orizzonte simbolico e da ogni forma di appartenenza qualitativa, riducendolo a individuo astratto, produttore e consumatore, intercambiabile e decontestualizzato. Contro tale riduzione si sta oggi manifestando una reazione convergente, benché plurale nelle forme, che non mira ad un ritorno nostalgico al passato, bensì a una riattivazione selettiva e consapevole delle tradizioni viventi.
L’ordine multipolare che va delineandosi non è dunque un semplice riequilibrio geopolitico delle potenze, ma semmai l’espressione di una più profonda riconfigurazione spirituale e culturale del mondo, nella quale ogni grande spazio civile tende a recuperare il proprio principio formante.
L’America trumpiana e il risveglio della tradizione occidentale
Il caso dell’America trumpiana è emblematico proprio in quanto si colloca al cuore dell’Occidente moderno. Il trumpismo, lungi dall’essere riducibile a una contingenza elettorale o a una forma di populismo rozzo, rappresenta una frattura interna al liberalismo progressista egemone e segnala il riemergere di un’America profonda, pre-ideologica, legata a valori di ordine, sovranità, comunità e lavoro.
In tale contesto, la figura di Steve Bannon assume un rilievo teorico di primo piano. Bannon ha esplicitamente tematizzato la necessità di una rivolta tradizionalista contro il globalismo tecnocratico, individuando nella distruzione delle comunità storiche, della famiglia e dell’etica del lavoro l’autentico volto del capitalismo finanziario sradicato. Il suo riferimento – più o meno dichiarato – a una critica della modernità affine a quella elaborata da autori come René Guénon o, sul versante americano, Russell Kirk, indica la volontà di riattivare una tradizione occidentale alternativa tanto al progressismo liberal quanto al socialismo egalitario.
L’America che riemerge non è dunque quella dell’illuminismo astratto, ma quella delle radici bibliche, del senso del limite, dell’ordine morale e della sovranità nazionale come condizione della libertà concreta.
La Russia putiniana: Tradizione, Stato e destino imperiale
Ancor più esplicita è la traiettoria russa. Dopo il trauma nichilistico degli anni post-sovietici, la Russia ha progressivamente ricostruito una visione del mondo fondata sulla continuità storica, sull’identità spirituale e su una concezione organica dello Stato. Non è casuale che Aleksandr Isaevič Solženicyn, testimone sommo della tragedia del totalitarismo, abbia benedetto l’ascesa di Vladimir Putin come restauratore della dignità nazionale russa: in Putin egli vedeva non un autocrate, bensì un uomo capace di ricucire la frattura tra popolo, Stato e Tradizione.
In simile cornice si colloca l’influenza, diretta o indiretta, del pensiero di Aleksandr Gelʹevič Dugin, la cui Quarta Teoria Politica si presenta come un superamento dialettico di liberalismo, comunismo e fascismo, nonché come un tentativo di rifondare la politica su basi “civilizzazionali” e metafisiche. La Russia, in siffatta visione, non è una semplice nazione-stato, ma un katéchon geopolitico, chiamato a frenare il caos dissolutivo della modernità terminale.
Il recupero dell’Ortodossia, il rilancio della famiglia come cellula fondamentale della società, la riaffermazione del primato del politico sull’economico e il rifiuto dell’ingegneria sociale occidentale costituiscono i pilastri di una restaurazione tradizionale pienamente consapevole.
La Cina: la continuità invisibile sotto il cambiamento apparente
Se l’Occidente e la Russia offrono esempi di ritorno esplicito alla Tradizione, il caso cinese è forse il più raffinato e, per certi versi, il più paradigmatico. La Cina ha operato una trasformazione radicale secondo una logica autenticamente antigattopardesca: nulla è cambiato formalmente affinché tutto potesse cambiare sostanzialmente.
Il Partito Comunista Cinese ha progressivamente svuotato il marxismo del suo contenuto materialista e internazionalista, sostituendolo con una visione confuciana dell’ordine, fondata sull’armonia, sulla gerarchia funzionale, sulla centralità della famiglia e sulla responsabilità morale dell’élite dirigente. Non pare un caso che gli attuali gruppi dirigenti siano spesso discendenti di coloro che furono perseguitati durante le fasi più ideologiche del maoismo: la memoria storica ha operato una silenziosa selezione.
Il sistema economico, pur formalmente definito “socialista”, funziona di fatto secondo logiche capitalistiche integrate in un quadro statale e intercivilizzativo che ne limita gli effetti dissolutivi. La riabilitazione completa della medicina tradizionale cinese, accanto a quella occidentale, risulta particolarmente significativa: essa testimonia il recupero di una concezione olistica dell’uomo, nella quale corpo, energia e spirito costituiscono un’unità inscindibile. La Cina non ha dunque abbandonato la Tradizione; l’ha semplicemente occultata durante una fase di sopravvivenza, per poi riattivarla come principio ordinatore di una potenza globale.
L’Europa centro-orientale: le avanguardie della resistenza tradizionale
Anche in Europa si moltiplicano segnali inequivocabili di una reazione tradizionale, soprattutto nelle nazioni dell’Europa centro-orientale. Ungheria, Slovacchia e Polonia rappresentano altrettanti laboratori di resistenza al progetto post-nazionale e post-familiare promosso dalle élites europee.
In tali contesti, la sovranità non viene intesa come chiusura, bensì come condizione di possibilità di una vita politica autentica; la famiglia è difesa come istituzione naturale e non come costruzione arbitraria; il cristianesimo è riconosciuto non tanto come religione privata, quanto piuttosto come matrice culturale e simbolica dell’identità nazionale.
Tali nazioni, spesso liquidate spesso come “illiberali”, incarnano in realtà una critica radicale al liberalismo quale ideologia totalizzante, riaffermando il primato del bene comune sulla somma degli interessi individuali.
Conclusione: il pluralismo delle tradizioni come ordine del mondo
La transizione in atto verso un ordine multipolare non può essere adeguatamente compresa se la si riduce a un mero riallineamento di potenze o a una competizione di interessi strategici. Essa esprime, più radicalmente, la crisi terminale dell’universalismo moderno e la conseguente riemersione di forme di legittimazione fondate su principi di civiltà, su memorie storiche lunghe e su visioni del mondo dotate di coerenza interna. In tal senso, il multipolarismo non rappresenta un accidente geopolitico, ma l’esito necessario della resistenza delle tradizioni al progetto omologante della post-modernità liberale.
Ciò che accomuna esperienze tra loro differenti – dall’America post-liberale al mondo slavo, dalla Cina confuciana alle nazioni europee centro-orientali – non è l’adozione di un modello uniforme, bensì il simultaneo riconoscimento implicito di una medesima esigenza: sottrarre l’ordine politico, sociale e simbolico all’astrazione ideologica per restituirlo a un principio formante radicato nella storia e nella cultura. La Tradizione, in simile prospettiva, non costituisce un repertorio museale né una regressione sentimentale, bensì una riserva di senso attivo, capace di orientare l’azione collettiva senza dissolversi nel relativismo.
Il carattere decisivo di tale svolta consiste nel fatto che la Tradizione riemerge non sotto forma di negazione della modernità in blocco, ma come suo criterio di giudizio e di selezione. Le società che oggi si mostrano più vitali sono precisamente quelle che hanno saputo integrare elementi tecnici e produttivi moderni entro un quadro simbolico e normativo pre-moderno o meta-moderno, evitando che l’economia si autonomizzi fino a divenire principio sovrano. Ne deriva una riaffermazione del primato del politico, del culturale e dello spirituale sull’economico e sul meramente funzionale.
In siffatto contesto, il pluralismo che si profila non è quello debole e dissolutivo del relativismo liberale, bensì un pluralismo forte e qualificato: un pluralismo delle tradizioni, nel quale ogni grande spazio di civiltà si riconosce come portatore di una vocazione specifica e non universalizzabile. È precisamente questo riconoscimento delle differenze qualitative – e non la loro cancellazione – a costituire la base di un possibile equilibrio mondiale. L’ordine multipolare non aspira all’uniformità, infatti, ma piuttosto alla coesistenza gerarchicamente strutturata di identità compiute.
Ne consegue una ridefinizione del concetto stesso di dialogo fra i popoli. Il dialogo autentico non può avvenire fra soggetti svuotati di identità, ma soltanto fra civiltà che abbiano coscienza dei propri principi e dei propri limiti. In assenza di tal genere di coscienza, ciò che viene spacciato per dialogo si risolve invariabilmente in imposizione morale o in colonizzazione culturale. Il ritorno della Tradizione rende invece possibile una diplomazia delle civiltà, fondata sul rispetto reciproco e sulla non interferenza nei nuclei simbolici fondamentali.
La riattivazione delle tradizioni storiche, infine, comporta una rinnovata comprensione del tempo e del destino. Contro l’ideologia del progresso indefinito e lineare, si riafferma una concezione qualitativa della Storia, nella quale le civiltà attraversano cicli, crisi e rinascite. L’epoca presente appare così non come una fine, ma semmai come una soglia: il passaggio da una modernità dissolutiva ad una fase di restaurazione creatrice, in cui il futuro non viene costruito recidendo le radici, ma precisamente riconnettendosi a esse.
In questa luce l’ordine multipolare emergente non rappresenta un arretramento, ma al contrario una maturazione del mondo storico: il riconoscimento che l’unione dell’umanità non può essere imposta dall’alto mediante un’ideologia astratta, ma deve invece sorgere dal concerto delle tradizioni viventi, ciascuna fedele alla propria forma e, proprio per questo, capace di contribuire a un equilibrio più alto, più stabile e più vero. Questo multipolarismo non è affatto un ritorno al caos, dunque, quanto piuttosto l’abbandono di un falso universalismo in favore di un pluralismo ordinato delle tradizioni. Ogni grande spazio civile è chiamato a riscoprire il proprio principio formante, non al fine di isolarsi, bensì nell’intento di dialogare da una posizione di identità compiuta.
È esattamente in quest’ottica che il ritorno della Tradizione non va inteso come un moto di “reazione”, ma semmai come un atto di restaurazione creatrice: un’operazione di fedeltà dinamica alle forme permanenti che strutturano l’umano. Il mondo che viene certamente non sarà uniforme, né pacificato da un’ideologia globale; sarà piuttosto attraversato da tensioni, ma al tempo stesso da un rinnovato senso del sacro, del limite e del destino. Ed è precisamente in tale riscoperta delle radici, nella consapevolezza delle differenze qualitative, che si gioca la possibilità di un nuovo equilibrio mondiale, più giusto proprio in quanto più vero.

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  • Redazione

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