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La persecuzione dei Cristiani nel mondo

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di Vito Sibilio

Io denuncio la persecuzione dei cristiani nel mondo, feroce, sanguinaria, assassina, stupratrice, derubatrice, denigratrice, segregatrice. La denuncio perché il mondo occidentale, che pretende di essere fondato sui diritti e che per essi si ingerisce negli affari di mezzo mondo, adducendo a pretesto ora le donne, ora gli omosessuali, ora le minoranze etniche, ora i dissidenti politici, tace sempre, colpevolmente, ipocritamente, complicemente su questo genocidio su base religiosa. Denuncio l’indifferenza degli organismi internazionali, spesso costruiti su valori talmente anticristiani – sfacciatamente chiamati laici, come se chi scrive avesse gli ordini sacri – da spingerli sotto sotto a tifare per gli sterminatori.

Nel 2011 uscì anche in Italia il Libro Nero della Condizione dei Cristiani nel Mondo, a cura di J.M. Di Falco, T. Radcliffe e A. Riccardi, coordinato editorialmente da S. Lieven e per i tipi della Mondadori. Settantacinque autori descrivevano il calvario quotidiano dei battezzati dell’Irak, della Siria, dell’Egitto, dell’Iran, dell’Arabia Saudita, di Israele e della Palestina, del Libano, della Turchia, di Marocco Algeria e Tunisia, della Libia, della Nigeria e del Sudan del Sud e del Nord, della Repubblica Centrafricana, della Repubblica Democratica del Congo, della Somalia, dell’Eritrea e dell’Etiopia, della Corea del Nord, della Cina, del Vietnam, dell’India, dello Sri Lanka, del Pakistan, dell’Uzbekistan, della Federazione Russa – in relazione ai non ortodossi – della Bosnia e del Kosovo, di Cuba, del Messico, della Colombia e del Brasile. Allargavano inoltre il discorso alla segregazione socio culturale in atto in Francia e nell’America del Nord. Erano, all’epoca, più di trecento milioni di perseguitati.

Sono passati quindici anni e il Libro non ha avuto né riedizioni né aggiornamenti. La sensibilità globale al tema è diventata ancora più flebile. La Chiesa, nonostante le intemerate dei Papi contro i persecutori, da Ratzinger a Prevost, più vile. Il martirologio dei cristiani si accresce e i battezzati aumentano, perché il sangue dei battezzati è un seme che da vita, come diceva Tertulliano, ma purtroppo le vittime sono sempre di più.

Un rapporto di Aiuto alla Chiesa che Soffre, scaricabile in freedownload in versione ridotta, vertente sul biennio 2022 – 2024, ha aggiunto ai teatri di persecuzione anche altri paesi, come il Burkina Faso, la Birmania, il Mozambico, il Nicaragua.

Un recente rapporto di Open Doors, la World Watch List, ha portato a trecento ottantotto milioni i perseguitati in Nome di Cristo. Di essi duecentouno milioni sono donne e bambini, che non hanno l’onore di manifestazioni femministe, e centodieci milioni minori di quindici anni. Cifre che fanno impallidire quelle dei grandi regimi sterminatori del secolo scorso, il nazismo, il bolscevismo russo e quello cinese. Il numero dei paesi persecutori è cresciuto. Nella lista satanica i più pericolosi sono la Corea del Nord, che pure beneficia della protezione dello pseudo kathekon Putin, seguita a ruota da Somalia, Eritrea, Libia, Afghanistan, Yemen, Sudan, Mali, Nigeria, Pakistan, Iran, India, Arabia Saudita, Myanmar e Siria. Nell’Africa subsahariana le uccisioni di cristiani sono state nell’anno scorso 4.849, ovvero tredici al giorno. La Nigeria, con buona pace di chi, anche in Vaticano, considera la guerra di Boko Haram di matrice pastorale e rivolta anche ai musulmani, ha avuto 3.490 vittime, pari a circa il 70 per cento del totale mondiale. I cristiani arrestati per la loro fede sono stati 4.712, tendenzialmente stabili, i cristiani rapiti 3.302, in diminuzione. Diminuiscono anche gli attacchi contro le chiese, da 7.679 a 3.632,  e contro le abitazioni o i negozi dei fedeli, da 28.368 a 25.794, mentre aumentano le vittime di abusi, stupri e matrimoni forzati, da 3.944 a 5.202. L’unico che si è mosso è stato Donald Trump. Tra i Paesi particolarmente pericolosi figurano il Sudan per via della guerra civile, ma anche Nigeria, Mali, Niger, Burkina Faso, Repubblica Democratica del Congo e Mozambico.

Cosa ci dice questa persecuzione globale, oltre che la profezia del Cristo sull’accanimento sui Suoi seguaci è vera? Anzitutto consideriamo la diversità dei teatri di persecuzione.

Consideriamo anzitutto l’Africa e il Medio Oriente e in genere i paesi musulmani o almeno con una presenza di fondamentalisti. In questi teatri la persecuzione o è figlia delle scuole coraniche più rigide o scaturisce dal nazionalismo e dal tribalismo, mentre spesso è aggravata dalle guerre civili o dalle dittature. Nei Paesi del Maghreb è lo spirito nazionalista, alimentato di integralismo spontaneo, che causa sofferenza ai fedeli. La legislazione algerina è ancora talmente restrittiva, nonostante sia uno stato laico, da proibire il battesimo ai convertiti. In Libia, la persecuzione scaturisce dal tribalismo anarchico in cui il paese è precipitato per la caduta del regime di Gheddafi e si nutre, ovviamente, della linfa integralista. Essa scorre potente nelle vene della persecuzione egiziana, non istituzionale e compiuta dai salafiti, che imperversano nel Sinai e diffondono nella popolazione animosità verso quei fedeli battezzati che, sia come copti che come melchiti e greci, sono i veri discendenti degli autentici egiziani esistenti prima della dominazione araba. Il governo militare può poco e avalla le restrizioni pratiche alla vita religiosa delle Chiese. In Israele, sono spesso gruppi oltranzisti a prendere posizioni estreme contro i fedeli, che pure sono liberi innanzi alla legge, mentre in Palestina la lotta politica antiisraeliana, sebbene condivisa anche dai connazionali battezzati, fa si che essi siano guardati con sospetto dai gruppi che tingono di integralismo religioso la loro lotta politica e li discriminino. In Libano è la precarietà della situazione politica a rendere instabile la condizione dei cristiani, maroniti greci latini siriani, che tendenzialmente sarebbero ancora maggioranza. In Siria, l’interminabile guerra civile, l’avvento dell’Isis e l’ascesa al potere di Al Joulani ha reso invivibile il paese ai discendenti di coloro che, per primi, ad Antiochia, nel 36 d.C., furono chiamati cristiani, i fedeli di rito siriaco appunto, nonché ai maroniti lor fratelli e ai greci e ai melchiti. Lo stesso dicasi, in ordine alla Guerra del Golfo, a quella civile e alla nascita dello Stato islamico, per la situazione in Irak di assiri, caldei e latini. L’Arabia Saudita è il regno del terrore wahabita, in cui anche un Crocifisso al collo può costare la vita. Anche gli altri paesi wahabiti, come il Kuwait, non sono ospitali con Cristo, mentre la libertà nelle altre Monarchie del Golfo, eccettuato l’Oman, è più millantata che reale, circoscritta com’è dall’applicazione pratica della Sharia. Lo Yemen, divorato dalla guerra civile religiosa fratricida, alimenta di essa l’odio per la sparuta presenza dei cristiani, inermi e irriducibili a qualunque fazione. La Turchia, a causa del suo nazionalismo, vede erompere qua e là manifestazioni di intolleranza spontanea, che il regime neo ottomano tollera in vista di una più rigida segregazione religiosa, retaggio della colonizzazione forzata che i Turchi fecero, al loro arrivo, dell’Asia Minore greca, che della Chiesa è stata in pratica la culla. L’Iran, essendo una teocrazia islamica, vigila spietatamente sui tenui spazi, invisibili all’esterno, concessi ai pochi cristiani locali, latini e soprattutto assiri, che esistevano in loco prima ancora dei musulmani. L’Azerbaigian ha fatto della lotta ai cristiani un postulato della sua guerra contro gli Armeni. In Afghanistan, il regime dei Talebani non può tollerare nessuna religiosità diversa dalla propria ed è un miracolo solo sentire dire che vi siano cristiani anche in transito per il paese, sia pure per trovarvi la morte. L’islam pakistano, il più violento al mondo, è la Croce che martirizza i fedeli di quel Paese. Il nazionalismo uzbeko, materiato di un islam altrimenti tollerante, respinge e maltratta i battezzati. In paesi come il Mali e il Niger la guerra civile tuaregh si è tinta dei tetri coloro degli jihadisti e si macchia del sangue dei battezzati alla ricerca di capri espiatori. La guerra civile in Ciad e nei due Sudan, oltre che nel Darfur in particolare, è il brodo colturale di una persecuzione tribale che, quando a Khartoum sedeva il regime teocratico, aveva anche una forte motivazione etnica e religiosa, arabeggiante e islamizzatrice, specie a scapito degli Scilluk e dei Dinka. Il Ghana, l’Uganda, la Tanzania, Capo Verde, le Seychelles, il Madagascar, il Mozambico, l’Indonesia, le Maldive, il Bangladesh, le Filippine sono tormentati dal fondamentalismo islamico, mentre Boko Haram, il gruppo jihadista nigeriano che va a petrodollari salafiti, imperversa non solo nel paese di origine ma anche in Ciad e in Camerun, dove una massoneria anticristiana di stampo francese perseguita con gesti eclatanti e mirati la Chiesa locale cattolica. I salafiti hanno inquinato l’Islam confraternale centrafricano e insanguinano la guerra civile dell’ex Impero di Bokassa con la morte dei battezzati, sulla cui sorte attirò l’attenzione Papa Francesco nella sua celebre visita. In Somalia l’islam jihadista e il tribalismo hanno quasi sradicato la pianta cristiana.  Nella Repubblica Democratica del Congo i cristiani cattolici, già perseguitati da Menghistu nel quadro del suo regime nazionalista, sono oggetto di violenze tribali nel quadro delle interminabili guerre civili. Rigurgiti di nazionalismo e di laicismo rendono difficile la vita ai cristiani, sia etiopi che di altro rito, nel Paese della Regina di Saba, che pure è stato il primo ad abbracciare il Cristianesimo in Africa. La dittatura nazionalista è la causa della spietata persecuzione religiosa in Eritrea. Le lotte etniche sono state e ancora possono essere fonte di persecuzione religiosa in Rwanda e Burundi, mentre l’apartheid a rovescio del moderno Sudafrica non manca di avere episodi di violenza religiosa, nonostante anche i Bantu siano cristiani. La contrapposizione etnico-religiosa causa discriminazioni per i cristiani di Bosnia e Kosovo da parte dei musulmani bosniaci e albanesi.

Volgiamo lo sguardo all’Asia orientale. In essa sono il nazionalismo indù e il comunismo le matrici principali di violenza. In Cina, la persecuzione è figlia del comunismo e prosegue nonostante l’Ostpolitik di Bergoglio e Parolin. La stessa matrice ravvisiamo nella persecuzione in Vietnam, in Birmania e in Laos, che diventa assoluta estirpazione in quel lager a cielo aperto che è la Corea del Nord. Il nazionalismo intriso di religiosità tradizionale è la matrice discriminante per i cristiani in Siam e Sri Lanka, matrice che si sostanzia di pogrom spontanei in India, dove i fedeli vivono la più drammatica situazione dell’Asia, a dispetto delle istituzioni democratiche.

Andando in America Latina, troviamo una situazione persecutoria imperniata su cause sociali o politiche. I narcotrafficanti e le milizie al servizio dei grandi possidenti sono persecutori dei cristiani del Messico, del Brasile, del Perù, della Colombia che non accettano di chiudere gli occhi sulle ingiustizie sociali dei loro paesi. Il comunismo imperversa nella violenza anticristiana del Venezuela, di Cuba e del Nicaragua, dove si raggiungono aberrazioni degne di Stalin.

Tralasciamo la questione della persecuzione soft in Occidente, facendo invece solo un accenno finale al fatto che la Russia neo ortodossa cinge il capo dei cristiani cattolici e protestanti di una corona di spine di restrizioni.

Cosa ci dice questa carrellata? Che è in corso, per spontanea convergenza di poteri diversi, il maggior olocausto della storia, quello dei cristiani, uccisi, come nei primi tempi, in una condizione assolutamente indifesa. La sensibilizzazione dell’opinione pubblica, il sostegno politico, il diritto alla difesa e all’autodifesa, l’ingerenza umanitaria, le sanzioni socio economiche sono tutti mezzi da usare per difenderli. Perché, se è vero che il chicco di grano che muore porta molto frutto – e in quei paesi di persecuzione i battesimi crescono- è anche vero che coloro che lo calpestano impunemente non passeranno impuniti dinanzi al tribunale di Dio e della storia e, quindi, non devono passare così nemmeno dinanzi a quello della nostra coscienza. La solidarietà di fede deve essere affiancata da quella solidarietà tra umani che ci rende tali, consci del fatto che la diffusione del cristianesimo è, nella sua essenza, anche la diffusione della valorizzazione della persona umana.

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  • Redazione

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