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L’Occidente è a pezzi. L’Europa è alla canna del gas?

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di Giuseppe Scanni

La UE si muove, Roma aiuti a stabilire un nuovo ordine mondiale e pacifico

L’Occidente è a pezzi. A volte mi sembra di assistere alle tristi vicende di quelle coppie mature, a volte con figli e nipoti, che si presentano a pranzi o cene senza il coniuge, con un imbarazzato:” ci siamo presi un tempo di riflessione”, che tutti sanno si trasformerà in una separazione e sovente in un divorzio.

Il Board of Peace privatizzato; la guerra dei e con i dazi; l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 abbandonata clamorosamente dall’attuale amministrazione americana; i crimini di Hamas il sette ottobre 2023, che non ha suscitato l’indignazione ed il sostegno fattivo e convinto del malconcio “Occidente”; il crollo del sistema multilaterale dell’ONU, delegittimato e impoverito dagli Stati Uniti che lo avevano fortemente voluto; l’Iran lasciata a sé stessa da Washinton a contare i suoi quindicimila morti, decine di migliaia di feriti, trecentomila arrestati; il Venezuela dove, dopo gli applausi del mondo non legato a Mosca e Pechino per averla liberata dal feroce Maduro, tutto il gruppo dirigente che opprime libertà, democrazia, benessere dei venezuelani è restato al governo in cambio del controllo del petrolio da parte di Trump; la Groenlandia esempio chiaro di prepotenza avendo legittimamente gli USA sin dal 1951 il diritto di essere presente militarmente anche dopo aver volontariamente smobilitato venti basi; il riconoscimento o meno dello Stato palestinese, la conduzione della guerra antiterroristica a Gaza, l’antisemitismo, il 62% dei conflitti scatenati da oltranzismi religiosi; il continuo ricatto esistenziale al Canada, sognato 51° stato nord americano dopo l’acquisizione prepotente della Groenlandia hanno scoperchiato “la pausa di riflessione transatlantica” ed hanno aperto la discussione sulla incognita di un futuro senza gli USA.

L’ex direttore dell’Economist Bill Emmott ha scritto per La Stampa che è lapalissiano sostenere che è dominante nell’epoca nostra l’incertezza del futuro. In un certo senso ha ragione: l’incertezza è la cartina al tornasole della vita dei singoli e delle società; se il percorso futuro fosse specificatamente, in modo lineare, previsto non vivremmo, reciteremmo una parte preassegnata da una entità sconosciuta, non conosceremmo la libertà, la generosità del bene e del dono, e neanche l’obbrobrio del male. In realtà l’osservazione di Emmott, un campione del politically correct è un invito, in simpatico stile imperial British, specificatamente all’Italia e generalmente alla UE di reagire con fermezza alla guerra trumpiana contro l’Europa giustificato fantasiosamente da esigenze di sicurezza nazionale che rendono necessaria l’annessione a qualsiasi titolo di un territorio che, nella sua autonomia all’interno del regno di Danimarca, è parte integrante dell’Unione.

L’Unione non piace a tante correnti di pensiero, a tanti movimenti politici, a tante nazioni, a molti stati. Nel 2006 Zygmunt Bauman titolò un suo fortunato libro “l’Europa è un’avventura”, perché – nel mondo in trasformazione-stava abbondonando il valore di sicurezza da conquistare accettando le sfide piuttosto che coltivare un ruolo interstiziale nei mercati, sostanzialmente perdendo il gusto dell’avventura rifugiandosi, secondo la dottrina Merkel, nella certezza dei bilanci.

Per un vecchio lettore onnivoro come me è in qualche modo divertente mettere a confronto le argomentazioni filo euroatlantiche degli antiberlusconiani di ieri con le critiche all’Unione di oggi.

Convinto che la politica sia qualcosa di più della gestione del presente riprendo Bauman, questa volta col sul lavoro “Dentro la globalizzazione”, giusto per cercare di capire cosa è possibile faccia l’Europa nell’epoca della crisi delle sovranità e dello stravolgimento dei principi che hanno reso tipico l’Occidente, ovvero l’armonizzazione giusnaturalistica nella Giustizia del Diritto naturale e di quello positivo, sia nei rapporti personali che tra gli Stati. Il sociologo filosofo polacco-britannico osservò, commentò e dimostrò che, in assenza di poteri effettivi, la «nuova extraterritorialità del capitale (completa nel caso della finanza, quasi completa nel commercio e molto avanzata per la produzione industriale) ha bisogno per la libertà di movimento e perseguimento dei propri fini della frammentazione politica – il morcellement– della scena mondiale».

Bill Emmott, ed i tanti politicamente corretti come lui, tra la fine degli anni ’90 e oltre tre lustri del 2000 ci hanno spiegato che non era possibile distinguere tra debito produttivo e debito per spesa sociale e che la mannaia del costo del debito aveva come lama il rating, basato sullo spread col bund e non sulla sua sostenibilità. Un errore stratosferico in nome dell’Europa e delle grandi piazze finanziarie grazie al quale, forse, soltanto quest’anno, e anche grazie a nuove regole europee, l’Italia uscirà dall’EDP (Excessive Deficit Procedure). Intendiamoci la nostrana propensione all’allargamento del finanziamento con pubblico denaro di categorie e settori produttivi obsoleti a fini elettorali è il sintomo di una brutta malattia che diventa perniciosa se collegata all’ iniquo e non progressivo prelievo fiscale (inascoltate sentenze della Corte costituzionale); come ha ben definito il Presidente della Repubblica Mattarella l’infedeltà fiscale” è «l’esaltazione dell’individualismo esasperato». Ciò non toglie che appare ipocrita rimproverare oggi agli stati membri della UE di essere disarmati, fuori dai canoni della sicurezza economica perché le catene globali del valore si sono modificate e soltanto chi coltivò nei decenni passati ricerca, sviluppo, politiche commerciali di approvvigionamento (compreso quello energetico, come ben sanno gli italiani) può essere resiliente allo sconvolgimento del mondo che- secondo Steven Miller diretto collaboratore di Trump- « è tornato ad una governance basata sulla forza, potenza militare ed economica e sulla determinazione a farne uso».

Il che, tradotto dalla lingua dei segni a quella parlata, significa che l’Europa di ieri era incoraggiata alla ferrea austerità che in quanto tale ha diminuito, non cancellato o drammaticamente infranto, ma ha certamente rallentato ricerca e sviluppo in settori determinanti (compresi quelli spaziali e underwater e nell’industria degli armamenti) dei singoli stati europei. Il consiglio di un ulteriore appeasement europeo nei confronti del conflitto con i dazi Stati Uniti è un ulteriore tentativo di “tradimento dei chierici”, secondo la definizione di Julien Benda, a favore di quel mondo finanziario senza patria che ha bisogno di poteri deboli e non regolatori per favorire senza controlli i propri interessi.

L’UE finanziando con debito comune l’Ucraina ha dimostrato che è, al momento, ancora possibile difendere un paese aggredito e martirizzato, non intervenendo sul campo con le sue forze militari. Il che non è legato ad una debolezza ma alla forza di chi sostiene i suoi principi fondatori, il primo, tra i quali è quello di cercare soluzioni non armate ai contenziosi. Non è la pace disarmata e disarmante invocata da Papa Leone, ma quanto di più s’avvicina alla preghiera della Chiesa ed al lavoro incessante della Segreteria di Stato vaticana.

I chierici traditori, non essendo sciocchi, sanno che la risposta europea non può seguire i tempi dello spartito suonato dagli Stati Uniti: questo incerto, chiassoso, aggressivo, quello di Bruxelles ponderato perché nonostante il ritardo europeo (che occorrerà recuperare in tempi accelerati) non ha motivo d’essere attuato aggressivamente. Innanzi tutto, perché gli Stati Uniti non si possono neanche lontanamente permettere di immaginare possibile la messa in esercizio dell’ormai celebre Golden dome, che è una difesa aerea e stratosferica multistrato di complessa installazione e di enorme costo, senza il supporto logistico europeo e canadese; poi perché le finanze pubbliche statunitense sono disastrate e la difesa multistrato assai costosa. Secondo il Congressional Budget Office – gestito dai due rami del Congresso entrambi a maggioranza repubblicana- il Golden Dome costerà a costanza di prezzi non meno di 500 miliardi e, secondo l’attuale propagandata bozza di progetto, più di 800 miliardi e non potrà essere realizzato prima di venti anni. Ed altro che Golden Dome: la rottura della NATO- che oramai comunque dovrà trovare una sua riforma- comporterebbe una spesa insostenibile per Washington, perché le basi NATO permettono all’aviazione ed alla marina statunitensi una difesa nel Nord Atlantico, nell’Artico e nel Mediterraneo altrimenti impossibile. Le flotte navigano e non volano, quindi hanno bisogno di porti; i mezzi aerei possono essere riforniti in volo ma non continuativamente in caso di conflitto e necessitano di eccellenti e continue manutenzioni possibili soltanto negli aeroporti.

Il narcisista Donald Trump è un Houdini della politica, ma il “mago” ungaro-statunitense era un illusionista e il suo pubblico in tutto il mondo lo applaudiva per la sua straordinaria inventività e la capacità di conservare il mistero dei suoi trucchi, ma sapeva che era un illusionista. Perché il pubblico, il popolo, sa sempre e la maggioranza degli americani sa chi è Trump. Chi ha promosso il divorzio dall’Europa non è una singola malvagia persona. Vedremo cosà stabilirà la Corte Suprema, a maggioranza repubblicana, che rinvia di settimana in settimana la sua sentenza sui dazi e che giornalmente è minacciata dal Presidente degli USA, nel silenzio del Congresso, di stare ben attenta “per gli effetti catastrofici” che il suo pronunciamento può provocare. Quando scrivo “silenzio del Congresso” mi riferisco non ad un mutismo di tutti i parlamentari, ma all’incapacità in primis della maggioranza repubblicana ed anche alla scarsa inventiva della minoranza democratica di saper difendere il valore e l’essenza dei poteri parlamentari erosi dalla Casa Bianca e lesivi dei principi basilari della Costituzione che anche ai tempi di Monroe e Theodore Roosevelt furono salvaguardati. L’assalto omicida al Congresso del 6 gennaio 2021, dopo la contestazione di Trump dei risultati elettorali, la grazia concessa ai colpevoli e la esaltazione del loro eroismo segnano uno spartiacque che è destinato a durare nel tempo tra il concetto stesso di democrazia e diritto. Gli inchini al potere sono il simbolo di politiche che cercano di colmare una distanza invalicabile, nel più nobile dei casi, di servile vassallaggio in altri. Un Presidente che esalta chi uccide cittadini americani incolpevoli, minaccia repressioni armate del dissenso di città e stati, come un ayatollah qualsiasi, è l’immagine esattamente contraria della cultura giurisdizionale europea. Certo, in un solo anno il governo americano ha rinviato fuori dalle sue frontiere tra i 450000 e i 600000 cittadini (le fonti diverse non concordano) e due milioni e mezzo hanno volontariamente lasciato la nazione. Gran vittoria per un paese sottopopolato che non è più in grado di assolvere lavori essenziali ma poco retribuiti.

L’Europa non è un malato in coma sempre al punto d’esalare l’ultimo respiro, la firma del Mercosur, che proprio su queste colonne sostenni essere essenziale, è avvenuta nonostante le fortissime pressioni statunitensi. Bruxelles e Strasburgo simboleggiano un grande mercato per l’economia, regolato secondo leggi e non dazi, senza tentativi di sovvertire o modificare gli assetti interni dei paesi per indebolire la loro sovranità che s’aggiunge ai sempre più interessanti interscambi con l’India.

Davvero l’Europa è alla canna dell’ossigeno?

Io consiglierei a chi voleva stappare prosecco per brindare contro una supposta umiliazione delle nazioni che, con gesto politicamente significativo, sono accorse in difesa di un territorio e di uno Stato membri dell’Unione, di cercare di capire perché i loro alleati in Europa, Farage e Le Pen, e gli stessi neonazisti dell’ADF non hanno stappato nessuna bottiglia ed anzi, sia Le Pen che Farage hanno appoggiato l’azione. Forse perché loro a differenza d’altri hanno capito che gli Stati Uniti procedono su una strada che limita le sovranità nazionali e loro che sono leader di partiti sovranisti non soffrono di manie suicidarie.

Henry Kissinger è, nella politica internazionale della seconda metà dello scorso secolo, un po’ come nel cinema dello stesso periodo Totò, Lollobrigida, Sordi, Vittorio Gassmann, Tognazzi, Vitti, Magnani, Rossellini: impossibile non citarlo.

L’applicazione del metodo di Westfalia per organizzare l’Ordine mondiale è un classico degli studi sulle relazioni internazionali. In una assai forzata sintesi il concetto stesso di «sovranità vestfalica» deriva dalla raccomandazione di Augusta, che ratifica gli accordi negoziati nel 1648 a Osnabrück ed a Münster tra le potenze dell’epoca, non ancora stati o nazioni per mettere fine alla Guerra dei trent’anni.  Nacque allora il principio di sovranità che legava il principe al suo territorio e su chi vi abitava; si stabilì il diritto d’imporre leggi prevalenti sulle volontà individuali dei sudditi, persino la scelta del Dio cui tributare devozione. Cuius regio, eius religio. In pochi decenni il religio si trasformò per la quotidianità della vita in natio, una forma mentis che ha regolato il sistema della nazione moderna in Europa, un ordine politico basato sul modello di Stato-nazione dove la nazione si avvale della sovranità statale per separare l’identità propria da quella altrui, riservando a sé stessi il diritto inalienabile di definire la propria legge ed invece lo Stato rivendica la disciplina dei sudditi in nome della comunanza della storia, del benessere e del futuro destino. Forzatamente nazione e Stato dovevano coincidere sullo stesso determinato territorio. Nei secoli successivi il modello fu adottato in tutta Europa e imposto dagli Imperi al resto del mondo.

Oggi le diverse rivoluzioni che hanno modificato il mondo hanno messo in crisi il concetto di sovranità che faticosamente era giunto ad organizzarsi in un sistema multilaterale prima bipolare poi multipolare, adesso volutamente disarticolato e condotto, come sostiene il già citato vicecapo di gabinetto di Trump, a torto o a ragione, col potere del denaro o con le armi, ad una convivenza muscolare di grandi aggregazioni guidate dal più forte. Washington, e non soltanto l’attuale presidente che, non conoscendo il peso della parola e l’inestimabile valore del non detto, urla oggi i suoi propositi. L’Amministrazione Trump, che avrebbe potuto nel non detto continuare a guidare un Occidente formalmente non diviso che accettava una preminenza americana, non un vassallaggio, oggi deve assistere alla espansione della Cina in Asia. Pechino mira alla riunificazione forzata della provincia di Taiwan, che proprio il repubblicano Kissinger, con la approvazione della risoluzione 2758 del 25 ottobre 1971 ha escluso come titolare di sovranità, proponendo la Cina popolare come la One China. La risoluzione, che ratificava l’ingresso della Cina nel Consiglio di Sicurezza con diritto di veto, non cita mai Taiwan, che dal 1949 si è proclamata stato indipendente e sovrano, allacciando peraltro relazioni semi ufficiali con diversi paesi. Un esempio classico di non detto pesantissimo, di ambiguità resiliente nei decenni, che la disgregazione mirata dell’ONU può oggi divenire casus belli con conseguenze planetarie.

L’analisi della evoluzione del concetto di sovranità in Europa è importante non solo per un opportuno studio della storia ma per quello che possiamo trarne oggi come guida interpretativa.

Coalizioni contro organizzazioni di stati dopo Westfalia sono esistite e dopo lungo tempo di attacchi furono anche sconfitte.

È esistito (1569) ed ha prosperato una Confederazione, formalmente definita Corona del Regno di Polonia e Granducato di Lituania o Repubblica delle Due Nazioni della quale si parla poco ma la cui storia è di notevole interesse. La Confederazione era un vasto stato nato dall’unione del Regno di Polonia e del Granducato di Lituania tramite l’Unione di Lublino; era caratterizzata da una monarchia elettiva (un Re eletto dalla nobiltà) e da un’unica Dieta (parlamento), che manteneva leggi, tesoro ed esercito separati, creando una notevole entità multietnica e multiculturale nell’Europa orientale.

L’Unione di Lublino (1569) non era una unione personale ma una federazione con un monarca-presidente, il suo parlamento, una politica estera ed una moneta comune.

Mentre il resto d’Europa era governato da monarchie assolute la Repubblica delle Due Nazioni prosperava in un sistema noto come “Libertà dorata” che assieme ai polacchi ed ai lituani includeva ucraini, bielorussi, russi, tedeschi, tatari. Un melting-pot ante litteram di culture ed etnie.

La Corona del regno di Polonia e Lituania raggiunse l’apice dello splendore nel XVII secolo, pur avendo partecipato in parte alla Guerra dei trent’anni, sia con il suo esercito e poi soprattutto con il sostegno alla parte cattolica. Il disastro provocato da centinaia di migliaia di morti in combattimento, la strage provocata dalla peste (è in questo periodo che Manzoni colloca i suoi Promessi sposi) avevano accentuato l’interesse per la Confederazione polacco-lituana, che seppe però resistere alle potenze vicine. Il declino iniziò nel XVIII secolo concludendosi con la spartizione della Polonia. Quattro anni prima della definitiva sconfitta, il 3 maggio del 1791, la Confederazione si dette la prima Costituzione moderna d’Europa.

Ci sono voluti secoli per arrivare a coordinare profondamente stati-nazioni eredi della cultura identitaria post-Westfalia. Oggi è in corso una nuova rivoluzione, dopo lo choc provocato negli ultimi decenni dalla globalizzazione economica e dalla rivoluzione informatica. A differenza della Confederazione polacco-lituana l’Unione non ha prosperato sulla guerra ma è cresciuta sui pianti della distruzione bellica. Rappresentiamo l’inno alla Pace e per questo si volle che l’inno europeo fosse l’ode alla Gioia, scritto da Schiller e musicato da Beethoven nel quarto movimento della sua nona sinfonia.

Pace e Gioia indicano assieme un metodo ed un fine ma anche un vibrante appello a non rinunciare alla luce, alla vita.

La CNBC del 18 gennaio ’26 ha riportato un non smentito articolo di Bloomberg.

Secondo Bloomberg Trump chiede agli Stati invitati a presiedere il Board for Gaza, che sarebbe incaricato di seguire la seconda fase del suo piano per la pace in Medio Oriente e la ricostruzione di Gaza, di iscriversi ad un Board of Peace una specie di ONU privata. Trump sarebbe il presidente inaugurale e sceglierebbe quali membri invitare. Non è specificato il numero degli Stati, ma le classi di appartenenza a questa sorta di Consiglio per la Pace: un miliardo di dollari per una iscrizione permanente, cifre da concordare per le altre iscrizioni temporanee.

In realtà il Board of Peace era stato approvato lo scorso novembre dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU per supervisionare il cessate il fuoco tra Israele ed Hamas. Come è noto non è ancora arrivato il cessate il fuoco. Venerdì 16 gennaio ’26 la Casa Bianca ha diramato un comunicato.

Sotto la guida di Trump, il gruppo ha anche creato un consiglio esecutivo fondatore per “supervisionare un portafoglio definito, fondamentale per la stabilizzazione di Gaza e il suo successo a lungo termine”.

Tra i membri del consiglio esecutivo figurano il segretario di Stato americano Marco Rubio, , l’inviato speciale degli Stati Uniti Steve Witkoff, il genero di Trump Jared Kushner, l’ex primo ministro del Regno Unito Tony Blair, Marc Rowan, amministratore delegato di Apollo Global Management, il presidente della Banca Mondiale Ajay Banga e il vice consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Robert Gabriel. Accanto al consiglio esecutivo sono stati invitati diversi leader mondiali, tra i quali la Presidente Meloni, il Presidente dell’Argentina Milei, Paraguay, Ungheria, Albania, Grecia, Cipro, Turchia, India, Pakistan, Giordania, Egitto Paraguay e notizia dell’ultima ora la Russia.

Siamo tutti in attesa di un comunicato ufficiale per capire il passaggio dal Board of Peace per il cessate il fuoco a Gaza e la nuova ONU personale descritta da Bloomberg e dalla CNBC.

Siamo certi che, eventualmente il Parlamento italiano possa esprimere, un’opinione.

Le invocazioni contrastanti al realismo, piuttosto che al quietismo o alla resilienza, sottolineano che la percezione del pericolo della guerra mondiale cibernetica e sul campo comincia ad essere avvertito fuori dalla cerchia forzatamente ristretta dei gruppi dirigenti economici, sociali, politici, accademici.

Per gli italiani s’aggiunge la sensazione di trovarci fuori posto, non collocati con evidenza – come nel bene e nel meno bene degli ultimi ottant’anni – nel quadrato competente dell’intersecato scacchiere mondiale.

Siccome è facile prendersela col governante di turno- nel nostro caso della presidente Meloni-, e prima di parlare delle faticose, possibili, necessarie politiche europee, per meglio inquadrare la storia della politica estera italiana, è forse necessario, sinteticamente, rispolverare una miniatura del tardo XVIII secolo raffigurante lo stato del mondo qualche anno prima delle due grandi rivoluzioni, quella americana e quella francese, e della prima rivoluzione industriale.

Wiston Churchill, a cui non mancava, tra tante peculiari virtù, il dono riservato a pochi di descrivere le complessità con chiarificatrice sintesi affermò che la prima vera guerra mondiale fu combattuta tra il 1756 ed il 1763.

Una guerra, quella dei sette anni, iniziata con l’invasione prussiana della Sassonia, nella quale si affrontarono in Europa, America, India ed Africa le potenze dell’epoca che, nella vittoria e nella sconfitta, determinò da subito e nei decenni e secoli successivi una graduatoria , una scala di poteri extra territoriali, di rafforzamento o diminuzione delle possibilità di sviluppo economico, radicò sovranità territoriali là dove già esistevano e spinse alla unificazione degli stati di lingua tedesca.

In quella guerra non partecipò alcuno tra i diversi stati che erano al governo della divisa Italia, che da allora sino al secondo dopoguerra ha rincorso un riconoscimento internazionale del ruolo politico giustamente conseguente alle sue eccellenze naturali, artistiche, industriali e culinarie, ma che l’attuale evoluzione del sistema internazionale ha rimesso in discussione.

Nel multilateralismo, nelle Nazioni Unite e nella sua variegata famiglia, nella NATO, nel G7 e specialmente nelle istituzioni europee, l’Italia ha vissuto- pur tra alti e bassi- i suoi decenni più fulgidi e non contestabili ad iniziare dalle guerre di indipendenza e dal Risorgimento.

Carlo Emanuele III (1701-1773) re di Sardegna e duca di Savoia fu monarca longevo (1730-1773) e non restio alle guerre, partecipando ai conflitti generati in Europa dalla successione al trono della Polonia (1733-1738) ed al conflitto per la successione austriaca conclusa dal Trattato di Aquisgrana (1741-1748). Il re non comprese la portata mondiale del conflitto il cui casus belli era stato provocato dalla Prussia; respinse le offerte britanniche e prussiane; valutò troppo rischioso intervenire contro potenze che conosceva ed alle cui monarchie era imparentato (specialmente Francia ed Austria) pensò di rifugiarsi nella neutralità e lo Stato sabaudo si sedette ad un tavolo diplomaticamente rilevante solo dopo aver partecipato al Trattato di Parigi ( 30 marzo 1856) a  conclusione della guerra di Crimea.

Il Regno di Sardegna, dopo la guerra dei sette anni, fu esterno al sistema decisionale della grande politica, e anche nella partecipazione al tavolo delle potenze europee ebbero scarso successo le proposte di Cavour per aprire alla possibilità di avviare formalmente un processo di unificazione, ma trovarono ascolto sostanzialmente nell’intervento conclusivo del ministro degli Esteri francese Walewski, col quale si auspicava per il mantenimento della pace la necessità per le potenze europee di porre attenzione alla occupazione straniera degli Stati pontifici ed al malgoverno del Regno delle Due Sicilie. Ancora più energico, a seguire, l’intervento di Lord Clarendon, ministro degli Esteri britannico che accusava lo stato Pontificio per l’occupazione di territori con truppe straniere e anch’esso il malgoverno del Regno delle Due Sicilie. L’impero francese parlando di truppe occupanti non si riferiva a quelle francesi che dal 1849 stanziavano a Civitavecchia dopo essere accorsi a Roma contro la Repubblica romana, ma alle truppe austriache che difendevano Bologna, parte dell’Emilia e i ducati di Modena e Parma. Gli inglesi si riferivano a tutte le truppe, comprese quelle dei volontari belgi, olandesi, svizzeri, tedeschi, austriaci, inglesi, irlandesi, canadesi, e persino alcuni dagli Stati Uniti che erano sovvenzionati dalle finanze vaticane.

La vittoria diplomatica di Cavour consistette nella registrazione a verbale, osteggiata dall’impero austriaco, degli interventi di Walewski e Clarendon.

L’indipendenza italiana cominciò ad inquadrarsi come una legittima aspirazione del suo popolo. Senza la partecipazione alla guerra di Crimea sarebbe stato impossibile il successivo incontro il 21 luglio 1858 a Plombières-les-Bains tra Cavour e l’imperatore francese Napoleone III e la stipula dell’accordo segreto verbale che pose le basi per la Seconda Guerra d’Indipendenza italiana, prevedendo un’alleanza militare antiaustriaca e una futura riorganizzazione della penisola italiana, in cambio di Nizza e Savoia alla Francia, con la creazione di un Regno dell’Alta Italia attribuito ai Savoia. Avrebbe il nuovo Regno partecipato ad una Confederazione assieme ad un Regno dell’Italia centrale, comprendente la Toscana e parte dello Stato pontificio, il Regno delle Due Sicilie, ed il Papa a Roma, che avrebbe presieduto la nuova organizzazione dei territori italiani.

L’Alleanza Italo-Prussiana del 1865 sancì l’opportunismo territoriale del nuovo Regno d’Italia, che nonostante le sconfitte per mano austriaca di Custoza (terra) e Lissa (mare)- uniche vittorie quelle di Garibaldi in Trentino- ottenne con il Trattato di pace di Vienna sia il Veneto che una porzione del Trentino dove avevano combattuto i Cacciatori delle Alpi. Un secolo dopo la fine della prima vera guerra mondiale iniziò la strada che, attraverso contrastate alleanze, portò in ritardo l’Italia , sospettata di opportunismo politico, firmataria di una alleanza difensiva con la Germania e l’Austria Ungheria, dopo un anno di neutralità che l’aveva condotta all’isolamento internazionale, ad abbandonare gli Alleati ed a schierarsi con la Triplice Intesa, Francia, Gran Bretagna e Russia nella Grande guerra, che per noi iniziò nel 1915 e si concluse nel 1918.

Le polemiche sull’interventismo e le sue motivazioni, 650000 morti in combattimento, 250000 dopo la fine della guerra a causa di ferite riportate in battaglia, circa 800000 feriti ed invalidi, 400000 morti civili specialmente per l’epidemia della febbre spagnola, favorita dalla malnutrizione, un numero incerto calcolato tra i 20 e 30000 morti civili, disoccupazione, sfruttamento e massiccia emigrazione spaventarono una nazione giovanissima, che venne alimentata col mito della vittoria mutilata e con la richiesta di un nuovo e più tenace irredentismo.

In Italia la Seconda guerra mondiale, la guerra civile, l’occupazione militare, i bombardamenti, la sconfitta hanno fatto germogliare convinzioni pacifiste e, nel post Yalta, aspirazioni a costruire con e nella democrazia uno Stato che fosse in grado di darsi una identità nazionale all’interno di un sistema multilaterale obbligatoriamente ponderato da poteri speciali guadagnati sui teatri di guerra dalle potenze vincitrici.

Non è mai facile governare e lo è molto di più nel pieno di una rivoluzione mondiale. Sento rispetto per chi è a capo del nostro governo. La politica estera italiana è conseguente ad un retaggio storico dell’Italia che risale per le sue conseguenze addirittura al XVIII secolo.

Quando c’è una rivoluzione si deve uscire dalle ambiguità e dalle illusioni. L’Italia si è guadagnato dal secondo dopoguerra il diritto di essere uno stato guida dell’Europa. Diplomazia e non guerre. Chiaramente da una parte sola: l’Europa.

In un mondo che è oramai costretto a convivere in macroaree di influenza non c’è spazio che non sia di vassallaggio per i singoli paesi e l’Europa rappresenta non una costrizione geografica ma una risorsa per evitare una guerra mondiale che l’utilitarismo statunitense, l’espansionismo commerciale cinese, l’astorico imperialismo russo fatalmente provocheranno: è facile inciampare in un casus belli.

In Europa, perché la polarizzazione della forza come strumento delle relazioni internazionale solleva questioni fondamentali sull’uso delle forze armate e sul significato della pace. I cardinali di Chicago, Washington e Newark hanno denunciato in una nota congiunta il decadimento del << ruolo morale del Paese…ridotto a categorie partigiane che incoraggiano la polarizzazione e le politiche distruttive>>. I cardinali nella loro nota, subito ripubblicata dall’Osservatore Romano, hanno invocato per gli USA una << bussola etica duratura per tracciare il cammino della politica estera americana nei prossimi anni…per rinunciare alla guerra come strumento di ristretti interessi nazionali…per una politica estera che rispetti e promuova il diritto alla vita umana>>.

In Europa, nonostante le classi dirigenti facciano finta di non accorgersi che l’ideologia MAGA è dettata dalle Big Tech copiando lo schema autoritario della Cina. Quando il fondatore di PayPal, Peter Thiel, parlò nel 2009 della incompatibilità tra democrazia e capitalismo esplicitò il senso profondo della “rivoluzione americana in corso” rivendicata dalla Fondazione Heritage. Negli USA persino l’idea di George W. Bush di esportare la democrazia non è più moneta corrente perché secondo il rivoluzionario pensiero trumpiano tutto si può vendere e comprare. Non solo le cose anche le persone.

In Europa, perché come indicò Paolo VI nella Popolorum Progressio lo sviluppo è il nuovo nome della pace ed il vecchio continente risorto dalla guerra, vaccinato contro i virus degli autoritarismi, rappresenta in quanto tale una autonoma area nel sistema globale ed è in grado con strumenti pacifici di difendersi e di mediare tra conflitti attuali e futuri e già oggi è catalizzatore di attenzione in America latina e nell’area indopacifica.

Se le classi dirigenti politiche scegliessero di parlare e confrontarsi non come comizianti ma responsabili rappresentanti del popolo, rinunciando per l’interesse nazionale alla politica declamatoria degli slogan sarebbe più chiaro ai cittadini che i prossimi anni saranno difficili per i necessari investimenti che la deterrenza pretende.

 

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