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IRAN, IL REGIME RESISTE E UCCIDE

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Notizie frammentate arrivano dalla Repubblica islamica nonostante il blocco di internet e della telefonia imposto dalle autorità dopo che sono dilagate le proteste.

Secondo le ong come Hrana con base negli Usa sarebbero ad ora almeno 65 i morti e 2.311 gli arresti da quando sono cominciate le proteste per il carovita a fine anno. Hrana aggiunge che sono state registrate manifestazioni in 512 località di 180 città, in 31 province. 

Qualche ora prima un medico di Teheran citato dalla rivista Time aveva riferito di almeno 217 morti registrati in solo 6 ospedali di Teheran giovedì sera. La testata scriveva che la discrepanza di cifre con quelle segnalate dagli attivisti potrebbe essere spiegata da standard di segnalazione diversi visto che per esempio Hrana conteggia solo vittime che sono state identificate.

Mentre le proteste crescono e mettono in discussione uno dei regimi più odiosi, il principe Reza Pahlavi, che sembra essersi proposto come punto di convergenza delle varie fazioni che manifestano, ha indetto uno sciopero nazionale e ha invitato la gente a scendere in piazza ieri e oggi.

Il principe Reza Pahlavi si è rivolto anche ai giovani della Guardia Immortale iraniana e a tutte le forze armate e di sicurezza che hanno aderito alla Piattaforma di cooperazione nazionale, esortandoli a rallentare e a smantellare la macchina della repressione.

Nel suo messaggio ha sottolineato che da ora in poi “l’obiettivo è prepararsi a conquistare e difendere i centri cittadini”.

Ecco ilo testo del messaggio del principe Reza Pahlavi:

“Miei cari compatrioti, avete ispirato l’ammirazione del mondo con il vostro coraggio e la vostra fermezza. La vostra gloriosa ricomparsa nelle strade dell’Iran venerdì sera è stata una risposta sconvolgente alle minacce del leader traditore e criminale della Repubblica Islamica. Sono certo che abbia visto queste immagini dal suo nascondiglio e abbia tremato di paura.

Ora, con la vostra decisa risposta al primo appello, sono certo che metteremo completamente in ginocchio la Repubblica islamica e il suo logoro e fragile apparato di repressione, con l’obiettivo di espandere la nostra presenza nelle strade e, al contempo, di tagliarne le arterie finanziarie.

A questo proposito, invito i lavoratori e gli impiegati dei settori chiave dell’economia, in particolare dei trasporti e del petrolio, del gas e dell’energia, a dichiarare uno sciopero nazionale.

Chiedo inoltre a tutti voi di scendere in piazza sabato e domenica, 20 e 21 gennaio, questa volta a partire dalle 18:00, con bandiere, immagini e simboli nazionali, e di occupare gli spazi pubblici.

Il nostro obiettivo non è più solo scendere in piazza; è prepararci a conquistare e mantenere il controllo dei centri cittadini. Per raggiungere questo obiettivo, dobbiamo spostare il maggior numero possibile di percorsi verso le zone più centrali delle città e collegare le diverse popolazioni. Allo stesso tempo, dobbiamo prepararci e fare scorta fin da ora per rimanere in piazza.

Dico ai giovani, alla Guardia Immortale Iraniana e a tutte le forze armate e di sicurezza che hanno aderito alla Piattaforma di Cooperazione Nazionale: rallentate e interrompete ancora di più la macchina della repressione, così che nel giorno promesso possiate disattivarla completamente.

Mi sto preparando a tornare in patria per stare con voi, la grande nazione dell’Iran, quando la rivoluzione sarà vittoriosa. Credo che quel giorno sia molto vicino”.

Nonostante il blocco di Internet e delle comunicazioni, le notizie arrivano.

Ali Khamenei ha posto il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica dell’Iran in uno stato di allerta più elevato rispetto a quello in cui si trovava durante la guerra con Israele a giugno scorso.

Lo hanno dichiarato al Telegraph alcuni funzionari della Repubblica Islamica mentre il Paese entrava nel suo 14° giorno di proteste diffuse. Khamenei, affermano le fonti, “è in stretto contatto più con le Guardie della Rivoluzione (Irgc) che con l’esercito o la polizia, perché ritiene che il rischio di defezioni dell’Irgc sia pressoché inesistente, mentre altri hanno disertato in passato”. 

Arrivano anche frammentarie notizie delle proteste.

Tre agenti di polizia sono rimasti uccisi venerdì sera nel corso degli scontri a Shiraz, nel sud dell’Iran: lo scrive l’agenzia iraniana Tasnim, affiliata ai Pasdaran.

Altre 14 persone delle forze di sicurezza, inclusi un procuratore e diversi basij – le forze paramilitari della polizia – sarebbero rimaste uccise in varie parti del Paese nei disordini di giovedì.

Un agente di polizia è rimasto ucciso in un attacco armato a un commissariato nella provincia di Qazvin, nel nord-ovest dell’Iran. Lo riferiscono media locali

Due poliziotti iraniani sono stati uccisi a colpi di coltello nelle proteste in provincia di Qom, nel nord dell’Iran.

Il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, ha detto che gli Stati Uniti sostengono il coraggioso popolo dell’Iran” e ha avvertito: “Non giocate con il presidente Trump. Quando dice che farà qualcosa è serio”.

Venerdi Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià iraniano, in un post su X ha lanciato un appello al presidente Usa Donald Trump chiedendogli di intervenire in Iran. “Lei ha dimostrato di essere un uomo di pace e di parola. La prego di essere pronto a intervenire per aiutare il popolo iraniano”, ha scritto taggando oltre che Trump anche Rubio e la Casa Bianca.

The Times of Israel offre un’analisi dei fatti, in base alla quale, con la rapida evoluzione delle rivolte antigovernative in Iran e l’aumento della pressione straniera, l’establishment clericale sembra incapace, per ora, di affrontare quella che è diventata una crisi di legittimità nel cuore della Repubblica islamica.

Le manifestazioni, iniziate a Teheran il mese scorso, si sono estese a tutte le 31 province dell’Iran, ma non hanno ancora raggiunto la portata dei disordini del 2022-2023 scatenati dalla morte di Mahsa Amini mentre era in detenzione per presunta violazione del codice di abbigliamento islamico.

A partire da Teheran, con i negozianti del Gran Bazar infuriati per il forte calo del rial (la moneta iraniana), le ultime proteste ora coinvolgono anche altri, soprattutto giovani uomini, anziché le donne e le ragazze che hanno avuto un ruolo chiave nelle proteste di Amini.

L’agenzia di stampa statunitense Human Rights Activists News Agency (HRANA) ha riferito che almeno 34 manifestanti e quattro membri del personale di sicurezza sono stati uccisi e 2.200 sono stati arrestati durante i disordini, il che, secondo gli analisti, evidenzia una profonda disillusione nei confronti dello status quo sciita.

Giovedì l’Iran ha subito un blackout nazionale di internet, che secondo il gruppo di monitoraggio internet NetBlocks si è protratto fino a venerdì. L’interruzione ha coinciso con le richieste provenienti dall’estero di ulteriori proteste da parte di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià iraniano, detronizzato dalla rivoluzione islamica del 1979.

“Il crollo non riguarda solo il rial, ma anche la fiducia”, ha affermato Alex Vatanka, direttore del Programma Iran presso il Middle East Institute di Washington DC.

Le autorità hanno cercato di mantenere un duplice approccio nei confronti dei disordini, affermando che le proteste per l’economia sono legittime e saranno affrontate con il dialogo, mentre hanno risposto ad alcune dimostrazioni con gas lacrimogeni nel mezzo di violenti scontri di piazza.

Quasi cinquant’anni dopo la Rivoluzione islamica, i governanti religiosi dell’Iran stanno lottando per colmare il divario tra le loro priorità e le aspettative di una società giovane.

“Voglio solo vivere una vita pacifica e normale… Invece, loro (i governanti) insistono su un programma nucleare, sostengono i gruppi armati nella regione e mantengono l’ostilità verso gli Stati Uniti”, ha detto Mina, 25 anni, alla Reuters per telefono da Kuhdasht, nella provincia occidentale del Lorestan.

“Quelle politiche potevano avere senso nel 1979, ma non oggi. Il mondo è cambiato”, ha affermato un laureato disoccupato.

Un ex alto funzionario dell’ala riformista dell’establishment ha affermato che i pilastri ideologici fondamentali della Repubblica islamica, dai codici di abbigliamento imposti alle scelte di politica estera, non trovano riscontro tra i giovani sotto i 30 anni, che costituiscono quasi la metà della popolazione.

“La generazione più giovane non crede più negli slogan rivoluzionari: vuole vivere liberamente”, ha affermato.

L’hijab, un punto critico durante le proteste di Amini, ora viene applicato in modo selettivo. Molte donne iraniane si rifiutano apertamente di indossarlo in luoghi pubblici, rompendo con una tradizione che da tempo caratterizza la Repubblica Islamica.

Nelle proteste in corso, molti dimostranti stanno esprimendo la loro rabbia per il sostegno di Teheran ai gruppi terroristici nella regione, scandendo slogan come “Non Gaza, non Libano, la mia vita per l’Iran”, a dimostrazione della loro frustrazione per le priorità dell’establishment.

L’influenza regionale di Teheran è stata indebolita dagli attacchi di Israele contro i suoi alleati, da Hamas a Gaza a Hezbollah in Libano, dagli Houthi nello Yemen alle milizie in Iraq, nonché dalla cacciata del dittatore siriano Bashar al-Assad, stretto alleato dell’Iran.

In un video condiviso su X e verificato da Reuters, i manifestanti di Mashhad, la seconda città più popolosa del paese, nel nord-est, sono stati visti mentre strappavano una grande bandiera iraniana da un palo.

Altri video verificati da Reuters questa settimana hanno mostrato che la gente si è scontrata con le forze di sicurezza nel Gran Bazar di Teheran e i manifestanti festanti hanno marciato attraverso Abdanan, una città nella provincia sud-occidentale di Ilam.

In un video proveniente dalla città nordorientale di Gonabad, che Reuters non è riuscita a verificare, si vedono dei giovani uomini uscire di corsa dalla moschea di un seminario per unirsi a una grande folla di manifestanti che li acclamavano in quella che sembra essere una rivolta contro il clero.

Vatanka del Middle East Institute con sede a Washington ha affermato che il sistema clericale iraniano è sopravvissuto a ripetuti cicli di proteste grazie alla repressione e alle concessioni tattiche, ma la strategia sta raggiungendo i suoi limiti.

“Il cambiamento sembra ormai inevitabile; il crollo del regime è possibile ma non garantito”, ha affermato.

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  • Redazione

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